31/10/08

Vittorio Messori - Gli stupefacenti segnali che ho ricevuto da Dio.



Davvero sorprendenti queste rivelazioni dello studioso cattolico Vittorio Messori (coautore con Papa Wojtyla di "Varcare le soglie della speranza" e con il card. Ratzinger di "Rapporto sulla fede"), che in nuovo libro-intervista racconta di sè, di come si e' avvicinato a Dio quando era un giovane cronista a Torino, nell'estate del 1964, sfogliando dopo tanti anni un Vangelo.

"Il libricino - ricorda - usci' polveroso, non so come, dai recessi dell'armadio. Non ho ricordo di note che, anche se ci fossero state, sarebbero state arse dalla vampata che eruppe da quel testo. Neppure in questo, dunque, ci fu la mediazione di qualcuno: di un biblista che commentasse quei versetti, di una Chiesa, di un prete, di un amico. Un incontro nudo e crudo, nella mia piccola stanza al piano rialzato del 27 di via Medail, dalla quale non vedevo strade ne' persone ma un cortiletto sempre deserto.

Fu un andare a sbattere, senza intermediari, con una Parola che divenne carne". L'episodio e' raccontato dallo stesso Messori nel libro-intervista scritto con Andrea Tornielli, "Perche' credo", edito da Piemme. Molto citato, nella conversazione, lo scrittore Andre' Frossard, autore del best seller degli anni '70 "Dio esiste, io lo ho incontrato". Ma se a Parigi era stato l'atmosfera di una chiesa a aprire il cuore di Frossard, ad accendere il fuoco della fede in quello di Messori non era bastato, qualche anno prima, l'evento straordinario di una telefonata dall'al di la'.

"Erano gli anni del liceo ed ero - rivela - ancora lontano dalla svolta che mi avrebbe 'costretto' alla fede. Era il primo anniversario della morte di Aldo, lo zio materno morto giovane per un ictus cerebrale. Solo in casa dormivo del sonno pesante di quel giovanotto in salute che ero, quando fui svegliato dal telefono. Alzai la cornetta: un gran caos di disturbi elettrici, di fischi, di raschi, i disturbi che c'erano allora sulle linee quando la chiamata era interurbana e veniva da molto lontano. Dopo qualche mio 'Pronto! Pronto!' mi arrivo', chiarissima, inconfondibile, la voce, che ben conoscevo, di mio zio.

Mi disse, affannato, parole che ancora adesso ricordo come se le avessi udite ieri: 'Vittorio, Vittorio! Sono Aldo! Sto bene! Sto bene!'. Subito dopo, il rumore che annunciava la caduta della linea, la fine del collegamento. Guardai l'ora. Come mi confermarono poi i miei genitori, era quella, esatta al minuto, della morte dello zio, giusto un anno prima".

Rispondendo a Tornielli, Messori ammette candidamente di aver "esaminato ogni altra possibilita'" dopo quella straordinaria telefonata. "Ho finito con l'arrendermi all'evidenza, non essendo come gli ideologi, gli atei in primis, che fanno prevalere sui fatti il loro schema aprioristico: era proprio zio Aldo, sua era la voce, non reggono ipotesi di scherzi macabri, equivoci, allucinazioni.

Ne' mi e' possibile pensare a un sogno, visto che ero ben sveglio sia durante sia dopo la telefonata: in effetti, quella notte non tornai piu' tra le coltri e attesi in piedi l'alba".

Una telefonata che tuttavia "non basto'" ad avvicinarlo alla fede: "passata la sorpresa - confida lo scrittore - rimossi presto il ricordo di quella notte, mettendo l'episodio tra le singolarita' inspiegabili in cui a tutti puo' capitare di imbattersi.

Gesu' stesso ci avverte, nella parabola del povero Lazzaro, quando il ricco, ormai morto, chiede ad Abramo di poter avvertire i cinque fratelli perche' non finiscano essi pure all'inferno. Ed Abramo: 'Se non ascoltano Mose' e i Profeti, non sarebbero persuasi neanche se qualcuno risuscitasse dai morti'.

Per Messori, che lo ha sperimentato su se stesso, "c'e' un mistero di accecamento" per gli uomini "che si lagnano del 'silenzio di Dio'. Spesso non e' Lui che e' muto, siamo noi che siamo sordi. E' vero che, per rispettare la liberta' delle creature, il Creatore ha scelto di praticare la 'strategia del chiaroscuro'. Ma, lo dice la parola stessa, accanto al buio c'e' anche la luce: ed e' proprio questa che spesso ci si ostina a non vedere".

Nell'intervista rilasciata a Tornielli, lo scrittore racconta anche di una sua inchiesta compiuta su un analogo episodio "paranormale" accaduto ad un facoltoso professionista torinese che si era rivolto per telefono a un istituto di suore per un'infermiera. La sera dopo si presento' una religiosa nel suo abito austero e da allora, ogni notte, venne puntualmente a vegliare al capezzale dell'uomo. Guarito, decise per prima cosa di andare con la moglie all'istituto della religiosa per salutarla e ringraziarla ancora dell'assistenza. In portineria si stupirono per il nome della suora perche' una di loro aveva portato quel nome: per tutta la vita aveva assistito i malati e che aveva lasciato un ricordo esemplare. Ma era morta da molti anni".

Comprensibilmente, quei coniugi non sapevano capacitarsi. "Li condussero - racconta lo scrittore - nel piccolo cimitero al fondo del giardino del convento e mostrarono loro la tomba, con la foto della defunta sotto la croce: ne segui', ovviamente, un rischio di malore per la coppia, visto che entrambi la riconobbero senza esitazione. Era proprio lei".

"Sulle prime - spiega Messori a Tornielli, che fedelmente riporta - pensai a una sorta di leggenda metropolitana, ma alla fine mi decisi e andai a conoscere quei coniugi. Mi confermarono tutto, senza esitazione, eppure con pudore, temendo, stimati borghesi com'erano di essere scambiati per allucinati. In effetti, mi accolsero con cortesia, mi raccontarono, concordi, com'era andata ma con altrettanta concordia, malgrado le mie insistenze, non mi permisero di parlarne sul giornale. Volli completare, approfittando delle mie conoscenze nel giro religioso per ottenere dalle religiose di mostrarmi quella sepoltura. Vi sostai, ovviamente, con emozione: ma, a quel tempo, la scoperta della fede era gia' avvenuta. Se non potei scriverne allora, lo faccio adesso perche', vista l'eta', credo che quei due siano gia' andati da tempo a salutare e ringraziare quella misteriosa infermiera notturna. Dai cenni che mi fecero, mi parve di capire il perche' di quelle visite: con pazienza, con amabilita', con l'esempio, la suora giunta dall'Aldila' li aveva riavvicinati alla fede, li aveva indotti addirittura a riscoprire i sacramenti. Insomma, le era stato concesso un prolungamento dell'apostolato che aveva esercitato in vita".

Secondo Messori, "in casi come questi si dimostra come il vero libero pensatore sia il credente. Questo constata i fatti e, se sono oggettivi e provati, li accetta, anche se vanno al di la' degli schemi razionalisti e dell'esperienza comune.

Il non credente, invece, e' prigioniero del suo schema ideologico: se i fatti non vi rientrano, tanto peggio per i fatti, una spiegazione 'naturale' bisogna assolutamente cercarla, altrimenti va in crisi il pre-giudizio. E, se non adesso, la spiegazione - conclude - la si trovera' in futuro".

fonte AGI

27/10/08

Il Vangelo della Domenica - Il Comandamento più Grande.



Dal Vangelo secondo Matteo
22,34-40

In quel tempo, i farisei, udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova: "Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?".

Gli rispose: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti".

Amare il Signore e Amare il prossimo tuo, ci dice Gesù, piuttosto chiaramente, sono due lati della stessa medaglia. E sono le due regole principali che Egli ci indica, per rispettare la Legge, e dunque entrare nel Suo Regno.

Ma io direi persino di più: secondo quanto Gesù dice non solo sono due facce, ma sembra essere proprio la stessa cosa: Gesù usa infatti il termine 'simile'. Simile, cioè 'uguale'.

E' già l'etimologia stessa della parola a guidarci: Simile deriva dal latino similem, cioè "che ha sembianza di quello che si dice esser simile. " Dunque, a me piace pensare proprio questo, e non mi sembra di illudermi, ma anzi di interpretare fedelmente le parole riportate da Marco: amare Dio, amare il Signore è la stessa cosa, ha cioè la stessa sembianza, che amare il tuo prossimo.

Ed è la stessa cosa proprio perchè l'uomo è - contiene - la stessa impronta di Dio. L'uomo è strettamente legato a Dio, il suo creatore. L'uomo non è un qualsiasi accessorio dell'immensa creazione. L'uomo è lo specchio di Dio nella creazione. E' anche - potremmo dire - lo specchio critico, nel quale Dio valuta la sua creazione.
Da ciò discendono conseguenze importanti: amare il prossimo E' amare il Signore. Odiare il prossimo E' odiare il Signore.

Ma Dio - Gesù - ci chiede di amare tutti ??? Proprio tutti ??? Non possiamo risparmiarci almeno qualcosa, lasciare il nostro umano risentimento per qualcuno che proprio non riusciamo a sopportare, non possiamo perdonarci almeno la nostra invidia, il nostro rancore, la nostra piccola vendetta per qualcuno che proprio la merita ???

La risposta di Gesù è 'No'.

Per questo la legge cristiana non è affatto semplice, ed è il contrario del 'volemose bene' nel quale il cristianesimo purtroppo - e ancora oggi - è stato così spesso annacquato. Volere bene al prossimo significa volere bene a Dio, e amare il prossimo con la mente, con il cuore e con tutta l'anima, significa amare il prossimo tuo come ameresti e come ami te stesso (perchè solo noi stessi, a quanto pare, riusciamo ad amare con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la mente).

Ma questo non basta per essere alla Sequela di Gesù. Amare se stessi non basta. Bisogna uscire da se stessi, dal proprio centro di (auto) riferimento. E solo così, soltanto in questo unico modo, si va anche verso il Signore-creatore.
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24/10/08

Leggere il Vangelo.


Conosco molti amici che mi chiedono, di tanto in tanto: " ma come è che ci si converte ? " Sono persone a cui 'piacerebbe' credere. Che si definiscono anche cristiani, se proprio devono, ma che non hanno mai avuto una illuminazione profonda, riguardo alla loro fede. Sono sempre alla ricerca di qualcosa che li convinca definitivamente, che li scuota, che cambi davvero le loro vite.

E chiedono: "come si fa ? Dove trovo quell'acqua che cura, che consola e che convince, che fa sperare, che mi cambia ?"

L'unica risposta che conosco a questa domanda è: il Vangelo.

Ciascuno, io credo, può parlare semplicemente per la propria esperienza. Ma, andando avanti, mi sono reso conto che per molti è stato così. Un giorno, perchè si è in crisi - parola oggi quantomai abusata - o perchè non si sa dove sbattere la testa, o perchè consigliati da qualcuno, o per caso, ci si imbatte nel Vangelo.

Lo si comincia a leggere tutto, dall'inizio alla fine. E piano piano, ci si accorge che succede qualcosa di molto profondo. Si sentono vibrare corde interiori mai sentite prima. La cosa che io posso dire è questa: bisognerebbe leggere uno dei Vangeli - non importa quale, anche se secondo me il migliore per cominciare è quello di Matteo - per intero. Meglio se di mattina, un capitolo per volta, ogni mattina, e tutte le mattine finchè non si è finito. Seguendo l'ordine di quella Storia che conosciamo già, che ci sembra già scontata, che ci sembra non ci possa più dire nulla, e che invece ogni volta è capace di rinascere dentro di noi.

Non c'è altro modo, per 'convertirsi'. Che non significa altro che 'convergere' verso qualcosa (anche se ormai questo è diventato un termine brutto, come se ci fosse di mezzo una umiliazione, una rinuncia, una abdicazione, e invece è proprio il contrario).

Quelle parole ci parlano, possedendoci (proprio nel senso in cui dice C.G.Jung nel post precedente). Se le lasciamo entrare veramente, le parole di quell'Uomo che si proclamò Figlio di Dio, non ci lasceranno più.

foto in testa: "acqua" di Stefania Camilleri.

23/10/08

Il duello tra Atei e Credenti secondo Jung - Un presupposto sbagliato.



In tempi nei quali sembra essersi radicalizzato ancor di più il confronto tra i razionalisti-atei e i credenti-positivi, con una reciproca incomunicabilità, ritengo sia davvero utile rileggere questa paginetta di Carl Gustav Jung (davvero profetica), contenuta nella Risposta a Giobbe, testo di cui abbiamo già parlato qui:

In questa materia l'obiettività assoluta è ancora più difficile da raggiungere che altrove. Se si hanno convinzioni religiose positive, cioè se si "crede", si avverte il dubbio come estremamente sgradevole, o addirittura lo si teme. Per questo motivo si preferisce non analizzare l'oggetto della fede. Se invece non si hanno delle opinioni religiose, non ci si confessa volentieri il sentimento di una lacuna, ma o ci si vanta apertamente della propria spregiudicatezza, o si accenna almeno al nobile spirito di libertà su cui si fonda il proprio agnosticismo....

Ambedue, credente e agnostico, sentono senza saperlo l'insufficienze dei loro argomenti. L'illuminismo opera valendosi di inadeguati concetti razionalistici della verità e richiama l'attenzione, ad esempio, sul fatto che credenze come quelle nella nascita da una Vergine, nella qualità di figlio di Dio, nella resurrezione dei morti, nella transustazione e altre ancora siano del tutto assurde. L'agnosticismo afferma di non possedere alcuna nozione relativa a Dio o a un qualsiasi altro oggetto metafisico e si lascia sfuggire il fatto che non si possiede mai una convinzione metafisica, ma si viene posseduti da essa. Disgraziatamente anche i difensori della 'fede' operano spesso con gli stessi futili argomenti, soltanto nel senso opposto..

Ambedue i sostenitori di questi due opposti punti di vista sono posseduti dalla ragione che incarna ai loro occhi l'arbitro supremo e indiscutibile. Ma chi è "la ragione" ? Perchè dovrebbe essere l'arbitro supremo ? Non significa ciò, che è ed esiste un'istanza collocata al di sopra del giudizio della ragione, come ci viene confermato dalla storia dello spirito umano in tanti esempi ?


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20/10/08

Il Vangelo della Domenica - La moneta di Cesare.



Mt 22,15-21

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva ridotto al silenzio i sadducei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi.

Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: "Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. Dicci dunque il tuo parere: È lecito o no pagare il tributo a Cesare?".

Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: "Ipocriti, perché mi tentate? Mostratemi la moneta del tributo". Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: "Di chi è questa immagine e l'iscrizione?". Gli risposero: "Di Cesare". Allora disse loro: "Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio".


E' senza alcun dubbio uno dei passi del Vangelo più citati, più equivocati, più fraintesi, e più strumentalizzati.

Ed è difficile interpretarlo correttamente, secondo me, se non si fa veramente silenzio, e non si lascia sedimentare la Parola, che anche in questo caso ha molto più da dirci, di quanto appaia a prima vista.

La domanda fatta a Gesù è capziosa. E' frutto addirittura di un complotto, ordito da farisei ed erodiani per indurre il Profeta a inciampare, a fare - come diremmo oggi - una 'gaffe' screditante agli occhi dei suoi 'sostenitori'.

La domanda che costoro fanno è se 'pagare il tributo a Cesare sia lecito'. E già qui ci sarebbe da discutere, perchè loro non chiedono se sia 'giusto', ma 'lecito', ed è già una bella differenza.

Gesù, però, non cade nel tranello. Cosa vorrebbero che dicesse ? Che non è 'lecito' ? Che ai Romani, agli esattori, agli amministratori, non è lecito pagare tributo, ma soltanto a Dio ? Questa parola basterebbe a condannarlo a morte, subito.

Ma Gesù non elude la domanda. Dà anzi una risposta che più piena non si potrebbe: "Rendere a Cesare quel che è di Cesare (la sua moneta, la moneta che egli ha coniato, ovvero far restare in ambito mondano tutto ciò che è mondano), e rendere a Dio tutto ciò che è di Dio ( ovvero tutto ciò che non è mondano, cioè effimero, e sul quale Cesare, o chiunque altro Cesare nulla può).

La risposta di Gesù è tutto meno che qualunquista - come qualcuno l'ha interpretata a volte. Non dice: paga le tasse e stai a posto così. Non dice: i soldi sono una cosa, la spiritualità un'altra, e bisogna coltivare tutte e due.

Non dice niente di tutto questo.

Dice di rendere a Cesare, e cioè di far restare in quell'ambito, quelle cose che nella vita servono per vivere. Cioè la stretta materialità. E di dedicare a Dio tutto il resto. La separazione è chiara. Gesù l'ha affermata tante altre volte, in altri passi del Vangelo, non si può servire Dio e Mammona, ed è più facile che un cammello (o una corda) passino nella cruna di un ago, che un ricco entri nel Regno dei Cieli.

Dio, dice Gesù, è un'altra cosa.

Dio vuole altro.

Non sa che farsene della moneta di Cesare.

E di questo, dovremmo ricordarci tutti.

18/10/08

Dziwisz alla presentazione del film "Una Vita con Karol": Wojtyla fece miracoli anche in Vita.


Il card. Dziwisz asserisce di essere stato testimone oculare di vari miracoli che sarebbero stati compiuti da papa Wojtyla quando questi era ancora in vita, tra i quali la guarigione di una giovane indemoniata. Lo racconta lo stesso Dziwisz, segretario personale di Giovanni Paolo II per tutto il suo pontificato, nel film-intervista "Testimonianza" tratto dal libro "Una vita con Karol", presentato questa sera in anteprima alla presenza di Benedetto XVI nell'aula Paolo VI, in Vaticano.

Dziwisz racconta, fra l'altro, della convalescenza di Giovanni Paolo II in clinica, dopo l'attentato del 1981. "Vicino al reparto in cui era ricoverato - ricorda il segretario - c'erano dei bambini malati di tumore" che lui amava visitare non appena si senti' meglio e che cercavano la sua presenza nella speranza di una guarigione. "La' io fui testimone di tanti miracoli".

Dziwisz racconta nel film anche di una giovane donna indemoniata condotta dal marito in Vaticano per un esorcismo, che pero' non riusci'. "Prima di andarsene, papa Wojtyla le disse: "domani diro' una messa per te. E lei guari"'.

Al di la' di questi fatti straordinari, emergono dal film numerosi aneddoti ed episodi in gran parte gia' noti, ma restituiti con la forza delle immagini e delle ricostruzioni cinematografiche, sottolineata in sala, gremita di cardinali, vescovi e molti polacchi, tra i quali Lech Walesa, un ex presidente della repubblica, un sottosegretario e altre autorita', da applausi e qualche risata.

L'arcivescovo di Cracovia racconta, ad esempio, di quando, da cardinale, A Ludzmierz in Polonia, cadde uno scettro da una statua della Madonna e il cardinale Wyszynski, che era con lui, gli disse ridendo: "Pare che la Vergine voglia dividere il suo potere con te", e di quando, dopo il conclave che lo elesse Papa, confesso' al suo futuro segretario: "Che cosa ho combinato!".

Un gruppo di attori rappresenta, nel film, le molto vociferate fughe in incognito di Wojtyla dal Vaticano per andare ad immergersi nella natura che tanto amava. Poi, riprende il racconto del cardinale Stanislaw: parla della visita in Polonia, di Solidarnosc, e della lettera scritta a Breznev quando la Russia pensava all'intervento militare, che non ricevette mai risposta e non fu mai divulgata, ma in cui era scritto che "la nazione ha diritto alla liberta"'.

Ed ecco il momento dell'attentato per mano di Ali' Agca: "Ricordo i piccioni che scappavano in alto dopo gli spari, come in un film - dice Dziwisz - che mi e' rimasto per sempre negli occhi". Il primo pensiero di Wojtyla fu per l'attentatore che subito perdono', prima confidandolo al segretario, poi scrivendo una lettera mai spedita in cui scriveva: "Come possiamo presentarci al Signore se non ci perdoniamo?". Successivamente espresse personalmente il proprio perdono al killer turco.

Ma Wojtyla, racconta ancora il segretario, affermando di poter ora rivelare "quello che finora abbiamo tenuto segreto" subi' un altro attentato, in realta' documentato dalle cronache.

Quando si reco' a Fatima nell'82 per portare alla Madonna il proiettile che l'aveva colpito e ringraziarla di avere avuto salva la vita, un sacerdote invasato gli si getto' addosso con un coltello. Il Papa continuo' la cerimonia e sembro' che il colpo non fosse andato a segno, ma quando torno' in camera, Dziwidz vide di persona che era stato ferito.

"Tremavamo tutti dopo l'attentato dell'81 - prosegue l'intervista - ma lui ripeteva che non potevamo vivere nella paura", e prosegui' il suo apostolato, che lo porto' presto, da Papa nella sua Polonia, dove volle incontrare ad ogni costo Lech Walesa e si rifiuto' di 'ammorbidire' i suoi discorsi, come gli era stato richiesto dal regime comunista. Sei anni dopo, cadeva il muro di Berlino. Poi vennero molti altri viaggi. In partenza per Cuba, un giornalista gli domandava se sarebbe successo li' quello che era successo in Polonia, e lui rispose, "perche', era andato male?'. E poi, "non sono un profeta".

Infine, le immagini si chiudono sul periodo della malattia e della morte, gia' rese ampiamente pubbliche. Dziwisz testimonia, in chiusura, della sua ultima uscita, quando non riusci' a parlare. Allontanatosi dal balcone, gli sussurro': "se non posso piu' stare con la gente e parlare con loro, e' meglio che me ne vada". Scrisse su un biglietto Totus tuus, e comincio' la sua coraggiosa agonia.

15/10/08

I nostri morti.

I nostri morti non ci hanno abbandonato. Se ne sono andati lasciandoci senza parole.

Avremmo voluto ancora dire loro qualcosa. Qualcosa che non siamo riusciti. E quella parola ci è rimasta dentro.

Immaginiamo i loro occhi che ci guardano di notte, ci sentiamo sfiorati quando meno ce lo aspettiamo. Li sentiamo mormorare parole indistinte, nella penombra.

I nostri morti si sono dileguati troppo presto. Hanno stabilito un vuoto nelle nostre vite. E qualche volta pensiamo di risolvere quel vuoto, non pensandoci. Invece, quel vuoto è sempre lì. E ogni giorno è sempre più vuoto, sempre più fondo. Nasconderlo, non serve.

I nostri morti ci chiedono di vivere
. Hanno nostalgia della vita. Ci chiedono di essere la loro prosecuzione su questa terra che hanno lasciato a fatica. Non soltanto perchè portiamo in giro i loro geni, il loro stesso materiale biologico, che è il nostro. Padri, madri, sorelle, fratelli, figli. Vivono separati da un vetro.

Ci osservano. Ci chiedono di interrompere il nostro insensato incedere di tutti i giorni. Di fermarci ad osservare le nostre vite fatte spesso di niente. Ci chiedono di fare loro spazio. Di non annullarli, di non far finta di niente, di non dimenticarli. Ci chiedono di portarli in giro, di far vedere loro il mondo ancora, e sempre, con occhi nuovi.

Ci proteggono. Ci mandano segnali. Noi non li sentiamo, quando siamo troppo presi, troppo indaffarati o indifferenti. Allora ci chiamano di nuovo, e ci mandano altri segnali. E ci proteggono quando non vogliamo ascoltarli, e siamo in pericolo. Sperano che ci accorgiamo di loro. Sperano che gli parliamo, ancora, e sempre, nel buio, nella pioggia del giorno, nelle giornate che non finiscono mai.

Ci aspettano. Vogliono essere con noi, insieme, nella ultima speranza che contiene ogni mistero, e che ci attende, alla fine di questo viaggio finito.

13/10/08

Il Vangelo della Domenica - L'abito nuziale.


Mt 22,1-14
Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, rispondendo Gesù riprese a parlare in parabole ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo e disse: "Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire. Di nuovo mandò altri servi a dire: Ecco ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e i miei animali ingrassati sono già macellati e tutto è pronto; venite alle nozze.

Ma costoro non se ne curarono e andarono chi al proprio campo,chi ai propri affari; altri presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze.

Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l'abito nuziale, gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz'abito nuziale? Ed egli ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti".


Il Re vuole un grande banchetto per le nozze di Suo figlio. Il re è gioioso, e vuole comunicare la sua gioia. Vuole una grande festa per tutti gli invitati.

Ma gli invitati che lui ha chiamato, non vengono. Rispondono al suo invito nel peggiore dei modi.

E il Re è piuttosto vendicativo. Ripaga quella gentaglia con la stessa moneta: hanno ucciso, li fa uccidere. Hanno distrutto, fa distruggere le loro città.

Ora il Re non fa più distinzioni: non cerca più 'invitati', ma si rivolge a tutti, a chiunque. Fa reclutare gli invitati per la strada, e non fa distinzioni: buoni o cattivi, purchè rispondano all'invito.

Vengono in tanti. Ma non tutti soddisfano quel minimo/massimo che il Re pretende: che almeno indossino l'abito nuziale !

Che significa 'abito nuziale' ? Significa che se si è invitati, e se si decide di andare ad una festa alla quale si è invitati, non vi si può presentare come se si passasse lì per caso. Bisogna 'pre-disporsi', 'pre-pararsi', 'pre-sentarsi.'

Bisogna cioè, fare qualcosa. Non si può solo aspettare passivamente la chiamata e presentarsi al banchetto per mangiare e bere allegramente.

Non sono eletti tutti coloro che sono chiamati. Lo stato di elezione - la partecipazione alla vera festa, nel vero modo - si materializza soltanto se si indossa l'abito giusto, il che vuol dire 'sentire' l'evento, parteciparvi fino in fondo, davvero. Essere nell'abito giusto, vuol dire, nella nostra vita di tutti i giorni, non dare sempre tutto per scontato, ma chiedersi, ogni volta, cosa è giusto, veramente, cosa ci viene richiesto veramente. Per essere parte della festa.

10/10/08

Il cromosoma 20 umano.




Osservate bene la foto qui sopra. Che potete vedere osservare meglio, fra l'altro cliccandoci sopra, o cliccando su questo indirizzo, dal quale l'ho tratta:
Sapete cos'è ?

Sapete bene tutti che l’informazione genetica di tutti gli organismi viventi è codificata in delle immense sequenze di soli quattro simboli molecolari, strutturati come i gradini di gigantesche scale di DNA chiamate cromosomi.

Le cellule umane contengono due insiemi di 23 cromosomi.
Bene, ciascuno di questi cromosomi comprende la combinazione di un numero che varia da 50 a 250 milioni di simboli o paia di basi, per un totale di 3 miliardi di simboli !

L'informazione di ogni cromosoma è dunque come un libro di un milione di pagine scritto in una lingua per la maggior parte sconosciuta.

Nell'immagine sopra, quella che è riportata è una sola paginetta di questa sequenza di simboli. Una sola paginetta del milione di pagine che compongono il solo cromosoma umano 20, che per l'esattezza è composto da 63.644.868 paia di basi o simboli combinati.
Nella foto vedete la combinazione in sequenza dei 4 simboli molecolari, contrassegnati con le lettere A C G T . I puntini tra le lettere sono le sezioni apparentemente inutilizzate, e che ancora non sappiamo a cosa servano.

Questo è il misterioso prodigio della vita. 

09/10/08

Mahatma Gandhi - La pace !


E' un'epoca popolata dalla paura. Dominata dalla paura.

E se si vive nella paura è difficile essere in pace. Nonostante la pace sia quello che ciascuno di noi desidera più ardentemente nella propria vita. Ma non si avrà mai nessuna pace, se non si è prima di tutto in pace con se stessi, dentro se stessi. Ecco, allora forse è utile ripercorrere qualcuno di quegli straordinari aforismi di Gandhi, sulla Pace.

È meglio confessare i propri errori: ci si rtirova più forti.

Apprendere che nella battaglia della vita si può facilmente vincere l'odio con l'amore, la menzogna con la verità, la violenza con l'abnegazione dovrebbe essere un elemento fondamentale nell'educazione di un bambino.

Qualsiasi cosa tu faccia sarà insignificante, ma è molto importante che tu la faccia.

Il perdono è la qualità del coraggioso, non del codardo.

Chi non controlla i propri sensi è come chi naviga su un vascello senza timone e che quindi è destinato a infrangersi in mille pezzi non appena incontrerà il primo scoglio.

Chi perde la sua individualità perde tutto.

Per poter criticare, si dovrebbe avere un'amorevole capacità, una chiara intuizione e un'assoluta tolleranza.

La felicità e la pace del cuore nascono dalla coscienza di fare ciò che riteniamo giusto e doveroso, non dal fare ciò che gli altri dicono e fanno.

La felicità non viene dal possedere un gran numero di cose, ma deriva dall'orgoglio del lavoro che si fa.

La vera felicità dell'uomo sta nell'accontentarsi. Chi sia insoddisfatto, per quanto possieda, diventa schiavo dei suoi desideri.

La purezza di mente e la pigrizia sono incompatibili.

La vera bellezza, dopo tutto, sta nella purezza di cuore.

L'assenza di paura non significa arroganza o aggressività. Quest'ultima è in sé stessa un segno di paura. L'assenza di paura presuppone la calma e la pace dell'anima. Per essa è necessario avere una viva fede in Dio.

L'unico tiranno che accetto in questo mondo è la voce silenziosa dentro di me.

L'uomo diventa spesso ciò che crede di essere. Se continua a dire che non si riesce a fare una certa cosa, è possibile che alla fine si diventi realmente incapaci di farla.

La violenza non eliminerà mai il male.

Nulla si ottiene senza sacrificio e senza coraggio. Se si fa una cosa apertamente, si può anche soffrire di più, ma alla fine l'azione sarà più efficace. Chi ha ragione ed è capace di soffrire alla fine vince.

Non puoi stringere la mano con un pugno chiuso.

Nulla consuma il corpo quanto l'ansia e chi ha fede in Dio dovrebbe vergognarsi di essere preoccupato per qualsivoglia cosa.

Nessuno può farti più male di quello che fai tu a te stesso.

L'uomo è dove è il suo cuore, non dove è il suo corpo.

Vivi come se dovessi morire domani. Impara come se dovessi vivere per sempre.
Gli atti d'amore e generosità sono molto più frequenti dei conflitti e delle dispute.

Occhio per occhio... e il mondo diventa cieco.

Un codardo non è capace di dichiarare il proprio amore. Questa è una prerogativa del coraggioso.

Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo.



Le 100 più belle foto di Gandhi:
http://www.gandhiserve.org/index.html



07/10/08

Il Vangelo della Domenica - I vignaioli crudeli.

VANGELO Mt 21,33-43

In quel tempo, Gesù disse ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: "Ascoltate un'altra parabola: C'era un padrone che piantò una vigna e la circondò con una siepe, vi scavò un frantoio, vi costruì una torre, poi l'affidò a dei vignaioli e se ne andò.

Quando fu il tempo dei frutti, mandò i suoi servi da quei vignaioli a ritirare il raccolto. Ma quei vignaioli presero i servi e uno lo bastonarono, l'altro lo uccisero, l'altro lo lapidarono.Di nuovo mandò altri servi più numerosi dei primi, ma quelli si comportarono nello stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: Avranno rispetto di mio figlio! Ma quei vignaioli, visto il figlio, dissero tra sé: Costui è l'erede; venite, uccidiamolo, e avremo noi l'eredità. E, presolo, lo cacciarono fuori della vigna e l'uccisero.

Quando dunque verrà il padrone della vigna che farà a quei vignaioli?". Gli rispondono: "Farà morire miseramente quei malvagi edarà la vigna ad altri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo". E Gesù disse loro: "Non avete mai letto nelle Scritture: ''La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d'angolo; dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri '' ? Perciò io vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare ".


Ciò che più impressiona di questa Parabola - Gesù come al solito sta parlando a noi, proprio a ciascuno di noi - è la crudeltà efferata di questi vignaioli.

Siamo noi ? Siamo noi così ? Siamo noi quegli uomini che bastonano, che uccidono, che lapidano, che cacciano fuori e che uccidono nuovamente per avere l'eredità ?

Sì siamo noi. E' degli uomini su questa terra che sta parlando, Gesù. E per averne conferma, basta leggere le cronache di questi giorni. Sono proprio loro, gli uomini, che bastonano, lapidano, cacciano fuori, uccidono.

E di fronte a questi vignaioli/uomini così duri, così crudeli, anche la bontà di Gesù, la sua venuta per redimere, sembra quasi essere impotente, senza speranza di successo.

Sembra quasi riemergere, anzi, quel Dio severo dell'Antico Testamento che dà pane al pane, e ricambia occhio per occhio. Gli uomini sono crudeli ? Gli verrà tolto il Regno. Sempre che, invece, la Pietra D'Angolo, che è senza alcun dubbio Gesù, la Pietra scartata, offesa e dimenticata, non sia invece utilizzata come base di costruzione di una nuova casa, di un nuovo modo, di un nuovo ascolto. Nuovo. Cioè diverso da tutto quello che gli uomini sembrano prediligere, nella loro quotidiana attività.

E' avvenuto questo nuovo cambio di direzione, di vita, di mentalità, che Gesù in questa parabola ci presenta come un aut-aut ? Sta avvenendo ? E' avvenuto, avviene in ciascuno di noi, ora ?

05/10/08

L'abiura di Roberta de Monticelli - L'addio a ogni collaborazione con la Chiesa cattolica - La risposta di Mons. Betori.

Mi colpisce molto la dura presa di posizione di Roberta De Monticelli - che reputo una delle migliori menti oggi al servizio della riflessione spirituale, in Italia - la quale ha abiurato, con una clamorosa lettera, pubblicata su Il Foglio, qualsiasi collaborazione con la Chiesa Cattolica, a causa delle posizioni espresse da Mons. Betori - segretario generale della CEI in uscita - sulla fine-vita e le volontà ultime del malato.
Penso che sia un'occasione di riflessione profonda, per tutti quelli che si riconoscono come cristiani - e anche per tutti gli altri - leggere questa lettera, e la risposta che ne ha dato lo stesso Mons. Betori il giorno successivo su 'Avvenire'.

Abiura di una cristiana laica

di Roberta de Monticelli *

Questo è un addio. A molti cari amici - in quanto cattolici. Non in quanto amici, e del resto sarebbe un fatto privato. E’ un addio a qualunque collaborazione che abbia una diretta o indiretta relazione alla chiesa cattolica italiana, un addio anche accorato a tutti i religiosi cui debbo gratitudine profonda per avermi fatto conoscere uno dei fondamenti della vita spirituale, e la bellezza. La bellezza delle loro anime e quella dei loro monasteri - la più bella, la più ricca, e oggi, purtroppo, la più deserta eredità del cattolicesimo italiano. O diciamo meglio del nostro cristianesimo.

L’eredità di Benedetto, di Pier Damiani, di Francesco, dei sette nobili padri cortesi che fondarono la comunità dei Servi di Maria, di tanti altri uomini e donne che furono “contenti nei pensier contemplativi”. E anche l’eredità di mistici di altre lingue e radici, l’eredità, tanto preziosa ai filosofi, di una Edith Stein, carmelitana che si scalzò sulle tracce della grande Teresa d’Avila.

Questo addio interessa a ben poche persone, e come tale non meriterebbe di esser detto in pubblico. Ma se oggi scrivo queste parole non è certo perché io creda che il gesto o la sua autrice abbiano la minima importanza reale o morale: bensì per un senso del dovere ormai doloroso e bruciante. Basta.

La dichiarazione, riportata oggi su “Repubblica”, di Mons. Betori, segretario uscente della Cei, e “con il pieno consenso del presidente Bagnasco”, secondo la quale, per quanto riguarda la fine della propria vita, alla volontà del malato va prestata attenzione, ma “la decisione non deve spettare alla persona”, è davvero di quelle che non possono più essere né ignorate né, purtroppo, intese diversamente da quello che nella loro cruda chiarezza dicono.

E allora ecco: questa dichiarazione è la più tremenda, la più diabolica negazione di esistenza della possibilità stessa di ogni morale: la coscienza, e la sua libertà. La sua libertà: di credere e di non credere (e che valore mai potrebbe avere una fede se uno non fosse libero di accoglierla o no?), di dare la propria vita, o non darla, di accettare lo strazio, l’umiliazione del non esser più che cosa in mano altrui, o di volerne essere risparmiato. Sì, anche di affermare con fierezza la propria dignità, anche per quando non si potrà più farlo. E’ la possibilità di questa scelta che carica di valore la scelta contraria, quella dell’umiltà e dell’abbandono in altre mani.

Ma siamo più chiari: quella che Betori nega è la libertà ultima di essere una persona, perché una persona, sant’Agostino ci insegna, è responsabile ultima della propria morte, come lo è della propria vita. Fallibile, e moralmente fallibile, è certo ogni uomo. Ma vogliamo negare che, anche con questo rischio, ultimo giudice in materia di coscienza morale sia la coscienza morale stessa?

Attenzione: non stiamo parlando di diritto, stiamo parlando di morale. Il diritto infatti è fatto non per sostituirsi alla coscienza morale della persona, ma per permettergli di esercitarla nei limiti in cui questo esercizio non è lesivo di altri. Su questo si basano ad esempio i principi costituzionali che garantiscono la libertà religiosa, politica, di opinione e di espressione.

Oppure ci sono questioni morali che non sono “di competenza” della coscienza di ciascuna persona? Quale autorità ultima è dunque “più ultima” di quella della coscienza? Quella dei medici? Quella di mons. Betori? Quella del papa?

E su cosa si fonda ogni autorità, se non sulla sua coscienza? Possiamo forse tornare indietro rispetto alla nostra maggiore età morale, cioè al principio che non riconosce a nessuna istituzione come tale un’autorità morale sopra la propria coscienza e i propri più vagliati sentimenti?

C’è ancora qualcuno che ancora pretenda sia degna del nome di morale una scelta fondata sull’autorità e non nell’intimità della propria coscienza? “Non siamo per il principio di autodeterminazione”, dichiara mons. Betori, e lo dichiara a nome della chiesa italiana. Ma si rende conto, Monsignore, di quello che dice? Amici, ve ne rendete conto? E’ possibile essere complici di questo nichilismo? Questa complicità sarebbe ormai - lo dico con dolore - infamia.

di Roberta de Monticelli

* IL FOGLIO, 02.10.2008


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RISPETTOSA OBIEZIONE ALLA PROFESSORESSA DE MONTICELLI

Chiedo anch’io la libertà di coscienza. Altra cosa dall’auto-determinazione

di GIUSEPPE BETORI (Avvenire, 03.10.2008)

Sul ’Foglio’ di ieri, Roberta de Monticelli prende spunto da alcune mie dichiarazioni, nel contesto di una conferenza stampa, per dare il suo « addio » « a molti cari amici - in quanto cattolici » , « un addio a qualunque collaborazione che abbia una diretta o indiretta relazione alla chiesa cattolica » .

Trovarmi coinvolto in una così seria decisione mi turba, ma vorrei ricordare che quella parola, « addio » , percepita di primo acchito sinistra, contiene in sé una radice promettente. E’ la preposizione ’ ad’ che spinge verso altro, in ogni caso fuori dal soggetto.

E in effetti visto che l’argomento del contendere è la ’ fine della vita’, tutto cambia a seconda se la vita è destinata oppure senza scopo. In altre parole se la vita si spiega da sé o sottostà come tutta la realtà a quel principio per cui nessuno trova in se stesso la spiegazione del proprio essere. Se si tiene conto di questo, forse si riesce a capire cosa nasconda la parola ’autodeterminazione’, che vorrebbe fare a meno di questa evidenza.

E se la signora de Monticelli avesse colto tale passaggio, avrebbe certo compreso che dietro le mie parole «non spetta alla persona decidere» si cela non la negazione della coscienza, ma semmai dell’autosufficienza. Per questo, proprio appellandomi alla coscienza, che l’illustre interlocutrice difende con tanta passione, non posso non prendere le distanze dalla posizione che mi costruisce addosso e che mi viene attribuita senza fondamento.

Sono infatti sinceramente amareggiato che la mia dichiarazione sia stata letta come « la più diabolica negazione di esistenza della possibilità stessa di ogni morale » . Insomma, sarei io - e la Chiesa con me - ad autorizzare il male, negando la possibilità di fare il bene, e farei tutto questo perché non sono per « il principio di autodeterminazione » . Qui si sta costruendo un grande malinteso, legato a cosa significhi in questo contesto il « principio di autodeterminazione » : non si può confondere la libertà di coscienza con la possibilità di fare quello che ci pare. Anche se ragionassi in termini puramente laici, non potrei giustificare un assassinio dicendo che l’ho fatto per rivendicare la mia libertà di coscienza. La legge che punisce l’omicidio non elimina la libertà di coscienza: anzi la piena libertà dell’assassino è il primo presupposto della condanna.

Non possiamo confondere, insomma, la libertà della nostra coscienza con la legittimità delle nostre azioni. Il « principio di autodeterminazione » non è mai stato un caposaldo della dottrina della Chiesa: quando S. Agostino scrive « ama e fa’ ciò che vuoi » , indica che le nostre azioni sono buone solo quando si ispirano a Dio, che è Amore. La coscienza è la sede della nostra scelta, è il luogo dove decidiamo, ma non è il criterio della scelta. Il criterio non ce lo diamo da soli: ce lo dona Dio, che è Amore, ed è percepibile ad ogni indagine razionale come il fondamento della nostra stessa identità o natura. Allo stesso modo, la vita non ce la diamo da soli, ma ci viene donata. Difendere questo dono è difendere il bene: difendere la vita significa difendere la possibilità della coscienza, non negarla. Se non sono vivo, certo non posso scegliere. È proprio questa precedenza della vita rispetto ad ogni scelta, questo dono che mi viene fatto, che mi orienta nel valutare le opzioni di fronte a me. Del resto, anche la mia coscienza non me la sono data: genitori, insegnanti, amici mi hanno insegnato a parlare e a pensare.

Questo tipo di considerazioni porta San Tommaso a insistere tanto sulla prudenza come regola per l’azione: se non si può scegliere in astratto, ma solo a partire dalle concrete situazioni della vita personale, non si può essere buoni in astratto, come vorrebbe l’astratto « principio di autodeterminazione » .

Bisogna cercare di essere « il più buoni possibile » nelle circostanze date: per questo la Chiesa si è decisa per una legge sul ’ fine vita’. Un realismo, il suo, che è da sempre il criterio ispiratore della riflessione cattolica, nello sforzo di rendere possibile una scelta buona nella vita di tutti i giorni.

La vita che viviamo è frutto di relazioni che la generano, sia nel momento del concepimento, sia durante tutto il suo corso. Queste relazioni non terminano con la sofferenza: il dolore non colpisce solo chi soffre - a volte in condizioni estreme - ma anche chi attorno è testimone di tale sofferenza. Tale comune sentire umano - direi questo consentire - sta da sempre a cuore alla Chiesa: davvero non vale niente? E questa passione per l’uomo sarebbe davvero « nichilismo » come conclude l’articolo su Il Foglio? O forse nichilismo è credere che non ci sia nulla oltre l’individuo e la disperata coscienza della sua solitudine?

Spero che Roberta de Monticelli - e quanti sono interessati a un dialogo sulla bellezza, la libertà, la vita - non rinunci alla possibilità di un incontro con chi segue Gesù, che è venuto non « per condannare il mondo, ma per salvare il mondo » (Gv 12,47). Per questo mi auguro che il suo sia solo un ’arrivederci’
profilo di Roberta de Monticelli:

04/10/08

Il Cardinal Martini: Sento la Morte come imminente.


Mi sono profondamente commosso, leggendo le parole pronunciate ieri dal Cardinal Carlo Maria Martini, in una delle sue ormai rare apparizioni in pubblico, vista la malattia che purtroppo lo sta sempre più limitando. Parole che dimostrano, una volta di più, la grandezza di questo uomo. Ve le ripropongo:

«Io, vedete, mi trovo a riflettere nel contesto di una morte imminente. Ormai sono già arrivato nell'ultima sala d'aspetto, o la penultima...». Il cardinale Carlo Maria Martini parla con un filo di voce ma sorride, «è stato un atto di audacia e anche di temerarietà chiamare a parlare una persona anziana che non sa se potrà esprimere bene le cose o tenersi in piedi», nell'auditorium dei gesuiti di San Fedele non vola una mosca, la gente ha gli occhi lucidi e l'arcivescovo emerito di Milano prosegue sereno, è arrivato appoggiandosi a un bastone ma lo sguardo e il pensiero non vacillano.


La sala è piena, si presenta il libro Paolo VI «uomo spirituale» (ed. Istituto Paolo VI-Studium), una raccolta di scritti martiniani su Montini curata dal teologo Marco Vergottini. E tanti sono rimasti fuori, l'attesa è grande quanto la commozione per il «ritorno» del cardinale biblista a Milano, anche se da qualche mese «padre Carlo» è tornato da Gerusalemme e risiede nella casa dei gesuiti a Gallarate. «Con i vostri tanti gesti di bontà, di amore, di ascolto, mi avete costruito come persona e quindi, arrivando alla fine della mia vita, sento che a voi devo moltissimo», sorride ancora ai fedeli, quasi fosse un congedo. Gli ottantun anni, il Parkinson. E il tema della morte, quello che nel libro Martini chiama con espressione dantesca «il duro calle». Quando l'attore Ugo Pagliai legge il «pensiero alla morte » di Paolo VI, « ...mi piacerebbe, terminando, d'essere nella luce... », il cardinale ascolta col volto affondato nelle mani aperte. «Se dovessi non lo scriverei così. È troppo bello, è meraviglioso, lirico», spiega Martini. «Come ho osservato nel libro, ritengo che il testo di Montini sia stato scritto anni prima, quando sentiva la morte incombente ma non imminente».

Della sua morte, invece, il cardinale parla come «imminente». Ed è qui che ha accenti wittgensteiniani, il pensiero sul limite della vita diventa un'interrogazione sui limiti del linguaggio, «chi si trova in questa situazione, dovrebbe piuttosto sentirsi scarnificato nelle parole, e questo è per me un problema irrisolto: come descrivere una realtà tutta negativa con parole razionali che tuttavia, in quanto razionali, devono esprimere una esperienza positiva». «Dire» la morte. È una riflessione che nel cardinale si è fatta via via più urgente negli ultimi anni. L'anno scorso, nella basilica dei Getsemani a Gerusalemme, aveva salutato i pellegrini ambrosiani con una lectio vertiginosa sulla Passone e l'«angoscia » di Gesù, «il greco il termine è agonia e significa lotta, conflitto, tensione profonda». Martini non ama i discorsi facilmente consolatori, come sempre trova il modo di parlare «al credente e al non credente che è in ciascuno di noi» e guarda in faccia «il duro calle». Davanti all'«affidamento totale a Dio» di Montini, scrive nel libro, «mi sento assai carente. Io, per esempio, mi sono più volte lamentato col Signore perché morendo non ha tolto a noi la necessità di morire. Sarebbe stato così bello poter dire: Gesù ha affrontato la morte anche al nostro posto e morti potremmo andare in Paradiso per un sentiero fiorito».

E invece «Dio ha voluto che passassimo per questo duro calle che è la morte ed entrassimo nell'oscurità che fa sempre un po' paura». Ma qui sta l'essenziale: «Mi sono riappacificato col pensiero di dover morire quando ho compreso che senza la morte non arriveremmo mai a fare un atto di piena fiducia in Dio. Di fatto in ogni scelta impegnativa noi abbiamo sempre delle "uscite di sicurezza". Invece la morte ci obbliga a fidarci totalmente di Dio». È l'insegnamento di Montini, «per me fu un po' come un padre». Perché ciò che ci attende dopo la morte «è un mistero » che richiede «un affidamento totale»: «Desideriamo essere con Gesù e questo nostro desiderio lo esprimiamo ad occhi chiusi, alla cieca, mettendoci in tutto nelle sue mani».


Grazie, Padre, anche per queste parole che ci hai donato.

03/10/08

Razzismo in Italia ? Non è IL problema, ma un sintomo.


Ormai gli episodi cominciano ad essere un po' troppi. Quasi ogni giorno, ormai le cronache dei giornali ci riferiscono di episodi di aggressioni a sfondo razziale che si verificano nel nostro paese - per non parlare della terribile carneficina di Castel Volturno.

Che succede: l'Italia è diventata un Paese di Razzisti ?

Come sempre, credo che le cose vadano guardate con calma, e senza lasciarsi trasportare dagli inevitabili stati d'animo.

Io credo, sono convinto, che alla base di motivazioni razziste, vi sia in definitiva, SEMPRE una profonda ignoranza. Questo lo dico senza nessun intinto giustificatorio, sia bene inteso.

Ma se non si comprende che IL problema NON è che quei determinati quattro ragazzi dicano 'sporco negro' a qualcuno, ma IL VERO PROBLEMA è quello che c'è dietro la vita di questi ragazzi, non si va da nessuna parte.

Il problema poi non riguarda solo i ragazzi. Ma tutti. Il problema è il veloce disfacimento di ogni conoscenza vera, e di ogni cultura, che sembra stia coinvolgendo l'intero Paese ( su questo fra l'altro pesa, secondo me, eccome, anche la scristianizzazione, cioè la perdita dell'identità e della conoscenza delle fonti cristiane, che per molto tempo hanno 'salvato' questo Paese).

Insomma, se l'ignoranza avanza, è perchè la conoscenza arretra.

E sul fatto del perchè arretra, potremmo discutere a lungo.

Il fenomeno, fra l'altro, coinvolge l'intero Occidente.

Ho letto ieri i risultati di una ricerca secondo la quale:

- i due terzi dell'elettorato americano (circa il 65%) si formano una opinione sui candidati in base ai loro spot in TV
- Oltre un terzo dell'elettorato (36%) ignora che differenza ci sia tra democratici e repubblicani.
- Solo due quinti ( 21%) sanno che esistono tre poteri: legislativo, esecutivo, giudiziario.
- Meno della metà (45%) sanno chi era Karl Marx, e che l'America è l'unica potenza ad aver usato la Bomba Atomica.
- Più della metà (52%) ancora nel 2005 si dichiarava convinto che le Torri Gemelle siano state abbattute da Saddam Hussein.


Sono convinto - ahimè - che in Italia non andremmo molto meglio.

Di fronte a dati come questi, come meravigliarsi se il Razzismo attecchisce ?