29/12/11

'Cercare Dio' - 25 anni dalla morte di Tarkovskij.



In occasione del 25mo anniversario della morte di Andrej Tarkovskij, pubblico l'incipit del capitolo a lui dedicato di un libro di prossima pubblicazione, intitolato Cercare Dio. E' la rivisitazione della vicenda umana e artistica del grande regista attraverso le memorie contenute nei suoi Diari. 

Per una di quelle circostanze che decidono i destini degli uomini – in questo caso l’essere nato in un periodo storico di feroci opposizioni e blocchi contrapposti – il corpo del grande Andrej Tarkovskij, uno dei più grandi autori della storia del cinema, riposa lontano dal suo paese, il paese dove è nato, e dove hanno vissuto i suoi predecessori.

La tomba di Tarkovskij non è infatti a Zavraz’e, il piccolo villaggio sulle rive del Volga dove il regista nacque il 4 aprile del 1932, e nemmeno in nessun altro cimitero della sconfinata Russia, ma al cimitero ortodosso di Saint-Géneviève-des-Bois, nei pressi di Parigi. Se Tarkovskij fu seppellito in Francia, e non nel suo paese, fu dovuto alla decisione della moglie Larisa, che rifiutò l’offerta da parte delle autorità sovietiche di far rimpatriare il corpo del grande regista perché fosse sepolto a Mosca. 


La decisione era del tutto conseguente a una estenuante guerra, cominciata molti anni prima, con le autorità sovietiche che – da sempre, dall’inizio, da L’infanzia di Ivan, girato nel 1962 – avevano mal sopportato i contenuti dei film di Tarkovskij, l’ermetismo e il forte simbolismo delle immagini, e soprattutto i riconoscimenti tributati all’estero ad un autore considerato genialmente innovativo. 

Il conflitto con le autorità di controllo dello spettacolo sale, pellicola dopo pellicola, fino alla decisione di Tarkovskij, inevitabile, di usufruire nel luglio del 1979 di un permesso di espatrio, per raggiungere l’Italia e lavorare finalmente liberamente ad un nuovo progetto. Decisione alla quale il regime sovietico darà una risposta durissima, impedendo alla moglie del regista Larisa, e al figlio Andrej – che all’epoca aveva solo nove anni – di raggiungere Tarkovskij. I tre – marito da una parte, moglie e figlio dall’altra – resteranno separati per sette lunghi anni, fino a pochi mesi prima della morte del regista, avvenuta appunto nel dicembre del 1986 a Parigi.

(segue) 

28/12/11

25 anni dalla morte di Andrej Tarkovskij - "Avvenire" pubblica intervista inedita.



Ricorrono domani i 25 anni dalla scomparsa, che avvenne a Parigi, di Andrej Tarkovskij, uno dei più grandi registi della storia del cinema, e grande anima.   In questa occasione il quotidiano Avvenire pubblica oggi una intervista inedita che ripercorre il pensiero e l'opera di questo grande artista. 

(mi permetto di segnalare soltanto una imprecisione - o quella che si percepisce come tale - nella introduzione all'intervista laddove si afferma che in quella conferenza stampa del 1984 Tarkovskij avrebbe preso la decisione di "tagliare il cordone ombelicale con l'adorata madre Russia", ecc...
Per la precisione, Tarkovskij quel cordone l'aveva tagliato già molto tempo prima, già dal 1979 quando aveva raggiunto Roma per contattare i dirigenti RAI per la realizzazione del progettato film italo-russo scritto con Tonino Guerra, e poi, dopo un breve intermezzo moscovita, con il definitivo distacco dell’aprile 1980, quando Tarkovskij sfruttò l’invito del premio David di Donatello - Lo Specchio aveva ottenuto il massimo riconoscimento dalla giuria - per raggiungere nuovamente l’Italia.  Da allora, non fece mai più ritorno in Russia, ma soprattutto fu impedito dalle autorità sovietiche a lungo alla moglie Larisa prima, e al figlio piccolo Andrej poi, di raggiungerlo liberamente. Una separazione lunga e dolorosa che minò il cuore (e il corpo) del grande regista.")
Fabrizio Falconi

Andrej Tarkovskij: "Il mio stalker é Don Chisciotte." 

Faceva molto caldo, quel giorno del luglio 1984, a Milano. Ancor più nel salone del Circolo della Stampa, stipato di giornalisti, fotogra­fi, cameramen, intellettuali disorgani­ci. L’afa era insopportabile, ma un bri­vido corse nella schiena di tutti quan­do apparve quell’omino nervoso, dal­la fisionomia vagamente tartara; occhi vivacissimi, baffi ispidi, una foresta di rughe sul volto. Andrej Tarkovskij quel giorno era teso come una corda di vio­lino. Pensavo al suo primo cortome­traggio, noto solo ai cinefili più acca­niti: Il rullo compressore e il violino . Se ora il violino era lui, il rullo compres­sore era il regime sovietico che voleva spezzarne le sue corde, impedirgli di suonare. Tanto che quel giorno di lu­glio il geniale regista di Andrej Rubliov e di Solaris, de Lo specchio e di Nostal­ghia, aveva deciso di annunciare che avrebbe tagliato il cordone ombelica­le con l’adorata Madre Russia, avreb­be scelto l’Occidente. «Ragioni ve ne sono tante», spiegò alla stampa di tut­to il mondo che gli chiedeva le ragioni del suo 'basta' urlato in faccia al Crem­lino. «Ma me ne vado soprattutto per­ché le autorità del mio paese ormai mi considerano una non-persona: per il Cremlino non esisto». E a chi insiste­va per sapere a quale paese avrebbe chiesto asilo politico, ribatteva con sar­casmo: «Domanda strana: è come se vedendomi distrutto per la morte di u­na persona cara mi chiedessero dove voglio seppellirla. Che importanza ha?» Il dolore dell’esilio era davvero troppo. Chissà se fu quello a fare ammalare Tarkovskij: due anni dopo, il regista si spegneva a Parigi, a soli 54 anni. Era il 29 dicembre 1986, esattamente 25 an­ni fa. In Svezia, aveva ancora fatto in tempo a girare il profetico Il sacrificio .
Un film che, quel caldo giorno di lu­glio, era già ben chiaro nella sua testa. Come ci aveva spiegato, appena poche ore dopo la storica conferenza stampa, in un lungo colloquio a metà fra la con­fessione e il testamento. Parole, le sue, che un quarto di secolo dopo stupi­scono per la loro attualità. Le propo­niamo qui per la prima volta al lettore italiano. Roberto Copello 


27/12/11

Over that unique, lost (Su quell'unico, perduto) - di Fabrizio Falconi .


Over that unique, lost
trimmed
indelible balcony geranium,
slipped all of life,
detached,
eaten by the earth.

I was a shingle
out of place, balanced
between swallows and the reek of compost.
Nearby cracks come into focus,
it was not enough to live,
it was of no use to die.

The geranium
consumed by the years
attempts new colors
in the same dead earth.


Su quell'unico, perduto 
reciso,
indelebile geranio da balcone,
scivolata tutta la vita,
staccata,
mangiata dalla terra.

Io ero un'assicella
mal disposta, in equilibrio,
tra rondini e puzza di torba.
Vicine crepe distinte,
a nessuno bastò vivere,
a nessuno servì morire.

Il geranio
consunto dagli anni
tenta nuovi colori,
nella stessa morta terra.


traslated by David Lummus
Fabrizio Falconi, in Tri-Quarterly 127/2007.

24/12/11

Rainer Maria Rilke - Lettera di Natale alla madre.



Accetta dunque, mia cara mamma, un bacio con tutto il cuore nella solenne ora di Natale, la più pacata dell'anno, la più misteriosa, in cui i desideri ancora ignari si tendono fino all'estremo e vengono per prodigio esauditi: trascorrila nel profondo, grande raccoglimento del tuo cuore, abbandona ogni dubbio e incomprensione: in quest'ora abbiamo un posticino dentro di noi dove siamo semplicemente bambini, che attende e sta là, fiducioso e mai confuso, nel suo diritto ad una grande gioia: questo è il Natale, avvertire dentro di sè, una volta l'anno, questa aspettativa questo fermo diritto che niente può deludere...

sentire che l'adulto che ora è sopra di noi non con meno, anzi, con molto di più, con l'infinito vuole sorprenderci,    che in fondo i nostri più grandi desideri, se solo apriamo loro il nostro cuore, non possono non essere esauditi, che mai quel che abbiamo dentro di noi è un desiderare allo stato puro ma in parte è già un essere esaudito che dobbiamo lasciare nelle mani di Dio, che coltiverà il nostro terreno, e gli darà credito.

Rainer Maria Rilke, Lettera alla Madre da Tunisi, Tunesia Palace Hotel, il 19 dicembre del 1910.

 nella foto: Lev Tolstoj con la nipote Tania Sukhotina a Iasnaia Poliana. 

22/12/11

La presentazione di 'In Hoc Vinces' a "Più libri, più liberi."




Roma, Palazzo dei Congressi, Più libri, Più liberi, 8 dicembre 2011.

Presentazione del libro In Hoc Vinces. La notte che cambiò la storia dell’Occidente di Bruno Carboniero e Fabrizio Falconi.
A cura di Edizioni Mediterranee – Sala Smeraldo





21/12/11

L'incredibile Leigh Fermor, il "viaggiatore seriale".




Sara' pubblicato nel 2013 il terzo ed ultimo capitolo dell"'odissea europea" di Sir Patrick Leigh Fermor, il leggendario scrittore e viaggiatore britannico morto lo scorso 10 giugno all'eta' di 96 anni. Lo ha annunciato il suo editore inglese John Murray, precisando che Leigh Fermor inizio' a scrivere questo libro di memorie autobiografiche negli anni Sessanta sulla base di una serie di quaderni annotati durante i suoi interminabili viaggi a piedi.

La pubblicazione di questo terzo libro autobiografico, che concludeva la narrazione del suo mitico viaggio a piedi dall'Olanda a Istanbul compiuto all'eta' di 18 anni, era stata annunciata come imminente dallo stesso Leigh Fermor nel 2007. Nel 1977 Leigh Fermor pubblico' A Time of Gifts (tradotto initaliano da Adelphi con il titolo Tempo di regali) e nel 1986 Between the Woods and the Water, i primi due libri che parlano in dettaglio della sua straordinaria esperienza di viaggiatore: scritti decadi dopo, poterono beneficiare in questo modo della sua formazione accademica, arricchendo il procedere della narrazione con una miniera di spunti storici, geografici, linguistici e antropologici.

Il previsto terzo volume, che completa la descrizione del viaggio a piedi dalla Bulgaria fino al suo epilogo a Istanbul, vedra' dunque la luce postumo. La redazione finale del terzo volume si avvarra' della cura di Artemis Cooper, biografo ed amico del grande scrittore di viaggi. Perfezionista fino all'estremo, Leigh Fermor, pur lavorando fino alla fine, non considerava del tutto completato il terzo volume delle sue memorie. Cooper ha annunciato anche per il settembre 2012 una biografia di Leigh Fermor basata su numerosi documenti inediti del suo archivio.

19/12/11

Mildred Pierce - l'ambizione che diventa inferno.



Mildred Pierce è un romanzo scritto da James M.Cain - lo stesso del Postino suona sempre due volte - nel 1941.

La miniserie televisiva HBO (andata in onda su Sky) che ho visto di recente, è molto interessante e anche piuttosto innovativa rispetto al famoso film che dal romanzo trasse nel 1945 Michael Curtiz con Joan Crawford protagonista. 


La storia del libro è nota. E' ambientata a Los Angeles negli anni '30, in piena Grande depressione. 

Mildred Pierce è una donna che divorzia dal marito disoccupato e inefficiente e lotta per mantenere se stessa e le sue due figlie. L’eccessivo attaccamento nei confronti della figlia maggiore Veda la spinge a una scalata verso il successo, che da cameriera la vede diventare proprietaria di ristoranti; ma anche a scelte sbagliate sul piano professionale e privato che condurranno a conseguenze molto disastrose.

La serie televisiva è molto interessante ed è anche ovvio immaginare il motivo per cui la HBO abbia deciso di produrla proprio oggi: i tempi si assomigliano, in America come nel resto del mondo occidentale.

La crisi distrugge ogni certezza e spinge - o spingerebbe - le persone a dare il meglio per cercare di venirne fuori.

Mildred è un tipo tosto. Reagisce con forza che appare sovrumana perfino alla morte della figlia piccola, che si ammala a 6 anni.

Ricomincia sempre daccapo. Non rinuncia, non si piange addosso.  Si prende e pretende il meglio, spinge sul tasto della propria incrollabile ambizione personale. Non si rassegna. Non solo non vuole soccombere, ma vuole anche invece affermarsi.      Dimostrare a tutti ciò che vale.

Il problema, però, è che Mildred, anche Mildred, deve fare i conti con il proprio fattore umano.

In termini psico-analitici si potrebbe dire, con la propria ombra.    L'ambizione, che per Mildred è uno straordinario mezzo di emancipazione sociale, è anche la sua condanna, il suo personale inferno.

Ciò che Mildred non percepisce, non vuole capire, non vuol sentire, è che l'ambizione la guida, e non è lei a guidare la sua personale ambizione.

In questo Mildred è una specie di Bovary del Novecento: perennemente in-soddisfatta di quel che ha (il marito, la posizione sociale, il lavoro), cerca quel che non ha, anche se non è alla sua altezza. O forse proprio per questo.

A differenza della creatura flaubertiana però, Mildred sa dare concretezza e continuità ai suoi sogni di grandezza.   Non sono semplici chimere.  Per buona parte della sua storia, Mildred sembra capace di poter controllare l'esaudimento dei propri desideri.

E però, la vita - in questo caso l'ombra che la vita di Mildred contiene - presenta il suo conto.

Sotto forma di una figlia diabolica che ritorce contro la madre quegli stessi sogni di grandezza, uccidendone allo sbocciare ogni evidenza, rovinandone ogni godimento, contro-figurando ogni possibile soddisfazione emotiva, nel peggiore dei modi.

E' una buona lezione, Mildred Pierce - nella splendida interpretazione di Kate Winslet, oramai una delle migliori attrici del panorama contemporaneo.

E' una buona lezione, anche se arriva da una prospettiva puritana, tipicamente americana.

Ci spinge a chiederci, anche a noi, in giorni che appaiono sotto molti aspetti non lontani dalla realtà che vive Mildred nella sua piccola epopea di Glensville,  cosa sia veramente necessario, e cosa non lo sia.

Cosa serva realmente alla nostra vita - emanciparci socialmente, dimostrare a tutti chi siamo, far soldi - e cosa non lo sia.

Cosa resti in mano alla fine di tutto, quando l'età del corpo sfiorisce, insieme alle illusioni di cui ci piace costellare il nostro transito terrestre.



15/12/11

George Steiner: sulle "questioni ultime" in 2000 anni non abbiamo fatto un solo passo avanti, nella conoscenza.



Quando leggo quasi ogni giorno sui giornali delle grandi scoperte della scienza che sembra spieghino tutto della nostra vita biologica (il dominio della genetica) mi tornano in mente le parole di George Steiner, il grande scrittore e saggista francese, che qualche tempo fa ammoniva sugli scarsi risultati raggiunti, complessivamente, dalla storia umana, riguardo alle cosiddette 'questioni ultime': chi siamo, da dove veniamo, se c'è un motivo per cui siamo qui, cosa è la morte. E' molto interessante rileggerle. 

Ma resta un fatto schiacciante: ..Rispetto a Parmenide o a Platone, noi non ci siamo avvicinati di un centimetro a una qualsiasi soluzione verificabile dell'enigma della natura - o dello scopo, se ce n'è uno - della nostra esistenza in questo universo probabilmente multiplo, alla determinazione della definitività o meno della morte e alla possibile presenza o assenza di Dio. 

Potremmo anche essercene allontanati. I tentativi di "pensare fino in fondo" questi problemi ... hanno prodotto la nostra storia religiosa, filosofica, letteraria, artistica e scientifica. 

Questi tentativi hanno impegnato i migliori intelletti e le migliori sensibilità creative del genere umano - un Platone, un sant'Agostino, un Dante, uno Spinoza, un Galileo, un Marx, un Nietzsche o un Freud. Hanno generato sistemi teologici e metafisici affascinanti per la loro sottigliezza e suggestivi per la loro forza propositiva. In ultima analisi, comunque, non andiamo da nessuna parte. 

Per quanto riguarda il loro risultato concreto, la danza aborigena intorno al totem e la summa di Tommaso, il voodoo e Plotino sulle emanazioni, mettono in atto, comunicano miti che condividono analogie più che accidentali. Non producono alcuna prova. 

A dire il vero la storia degli sforzi che si sono succeduti per provare l'immortalità e l'esistenza di Dio costituiscono una cronaca imbarazzante della condizione umana. Nessuna confutazione è assiomaticamente possibile. 

La verificabilità, la falsificabilità delle scienze, il loro progresso trionfante costituiscono il prestigio e il crescente dominio che esercitano nella nostra cultura, ma la scienza non può dare nessuna risposta alle questioni quintessenziali che ossessionano lo spirito umano. Wittgenstein lo ha sottolineato con insistenza: La scienza può soltanto negarne la legittimità. 

Tuttavia siamo creati in modo tale che indaghiamo comunque, e potremmo trovare molto più persuasiva la congettura di Sant'Agostino che quella della teoria delle stringhe. La padronanza del pensiero, della velocità perturbante del pensiero esalta l'uomo al di sopra di tutti gli altri esseri viventi. 

Ma lo lascia straniero a sè stesso e all'enormità del mondo. 

In effetti, Steiner, mi sembra, non ha torto: la capacità cognitiva del mondo, delle grandi questioni legate all'esistenza - al di fuori di un'ottica di fede - non ha fatto un solo passo avanti, in millenni di storia. Le domande sono sempre le stesse, ma le risposte sono sempre un mistero.

13/12/11

Elogio del pensiero lento - intervista a Daniel Kahnemann, premio Nobel per l'economia.


NEW YORK — «Studio da mezzo secolo i meccanismi decisionali della mente umana, ma non pretendo di saper spiegare alla gente come fare scelte migliori. Io stesso non credo di aver raffinato, in tutti questi decenni di lavoro scientifico, la mia capacità di prendere decisioni immediate ed efficaci, usando i meccanismi dell’intuito. L’unico consiglio che mi sento di dare è quello di rallentare: quando si teme di sbagliare, meglio prendere tempo e analizzare di più, anziché agire d’impulso. Discutendo, poi, delle scelte fatte con qualcuno di cui ci si fida: la gente nella maggioranza dei casi prende le decisioni giuste, ma quando sbaglia è talmente impegnata nel commettere l’errore da non accorgersene. Lo vede più facilmente qualcuno dall’esterno».

Strano personaggio Daniel Kahneman. Nel 2002 ha vinto il Nobel per l’economia. Ma non è un economista. È uno psicologo che, dimostrando coi suoi esperimenti scientifici che non esiste l’homo oeconomicus dai comportamenti perfettamente razionali che è alla base della teoria economica classica, ha aperto la strada alla nuova economia comportamentale.

12/12/11

Italo Svevo - Trieste lo celebrerà per i 150 anni dalla nascita.



Mostre, convegni e spettacoli per celebrare il 150esimo anniversario della nascita dello scrittore triestino Ettore Schmitz, alias Italo Svevo (19 dicembre 1861).

Il Comune di Trieste ricorda questo speciale anniversario proponendo una serie di eventi che si realizzeranno tra la seconda meta' del mese dicembre e il marzo 2012. 

L'apertura delle celebrazioni avverra' lunedi' 19 dicembre, il giorno del compleanno dell'autore di La coscienza di Zeno, e sara' preceduta dal convegno internazione di studi ''Italo Svevo e la sua eredita''' che si svolgera' venerdi' 16 e sabato 17 dicembre al St. Hugh's College dell'Universita' di Oxford.

Lunedi' 19 dicembre, alle ore 17.45, a Trieste prendera' avvio l'happening ''Spegniamo l'Ultima Sigaretta'', nello spazio antistante l'ingresso di Palazzo Gopcevich. Alle ore 18 sara' inaugurata la mostra ''U.S. Ultima Sigaretta - Italo Svevo e il buon proposito'' a cura del Museo Sveviano, con l'intervento della professoressa Ginette Herry dell'Universita' di Strasburgo. Alle ore 21 presentazione del rinnovato spazio del Museo Revoltella ''Svevo e gli artisti'' del Museo Revoltella e alle ore 21.30 andra' in scena lo spettacolo teatrale ''Italo Svevo genero letterario'' di Tullio Kezich con Ariella Reggio mell'Auditorium del Museo Revoltella.

Il calendario celebrativo, promosso dall'Assessorato alla Cultura retto da Andrea Mariani e organizzato dal Servizio Bibliotecario Urbano-Museo Sveviano diretto da Adriano Dugulin, per la cura di Riccardo Cepach coordinatore del museo, oltre che festeggiare una ricorrenza molto significativa, vuole mettere in evidenza la vitalità di cui l'opera di Svevo gode tuttora. 

Le celebrazioni prevedono anche la mostra ''Die Geschichte stinkt/La storia puzza/Posta per Italo Svevo'', curata dal Museo Sveviano e dal Museo Postale e telegrafico della Mitteleuropa, dov'e' allestita fino al 21 gennaio 2012. Si tratta di una rassegna di lettere, con alcune rarita', cartoline, fotografie e una serie di documenti scoperti dallo studioso joyciano Erik Schneider presso il locale Archivio di Stato e provenienti dall'Archivio riservato della Polizia asburgica triestina che, durante il primo conflitto mondiale, teneva sotto osservazione la famiglia di Svevo per le sue simpatie irredentistiche.

 fonte Adnkronos

10/12/11

Force of death (Forte morte) - di Fabrizio Falconi.





Force of death

To the tremor and to the heart you would
have liked to bind, not to the wind,
Paula's eyes, which flew away from you
like claws, before seizing you.
Why,          if you doubt the logic,
the convenience fo restraint,
if you believed in the free play
of one who truly loves,
why          did you cry like a nomad,
beneath the Paris sky, Nordic enough,
why          did you tear your clothes,
barking like an abandoned dog,
for Her death ?
Left of her, Paula, were the eyes
black like black pearls, and the festive colors,
like of you all the words are left
lined up like a heavenly convoy,
trafficking in good harvest for the living,
and for their assigned time.

Edited by Roberto Dossi
Translated by Robert Pogue Harrison and David Lummus

Tratta da Tri-Quarterly, Contemporary Italian poetry, January 1, 2007

Forte morte

Al tremore, e al cuore avresti
voluto allacciare, non al vento,
gli occhi di Paula, che ti volavano
via come artigli, prima di prenderti.

09/12/11

Riemerge dalla polvere una foto mai vista di Dino Campana.

 (cliccare sulla foto per ingrandire) 

Sono tornate alla luce una nuova fotografia dell'autore dei Canti orfici e lettere finora sconosciute. 

E' intitolato Lettere di un povero diavolo. Carteggio 1903-1931 il libro in uscita dall'editore fiorentino Polistampa contenente gli scambi epistolari del poeta Dino Campana (Marradi, 1885-1932), compresi alcuni inediti, con personalita' quali Sibilla Aleramo, Vincenzo Cardarelli, Giovanni Papini e Giusppe Prezzolini.

Curato da Gabriel Cacho Millet, uno dei massimi studiosi dell'opera di Campana (di cui pubblico' le prime lettere nel 1978 per l'editore Scheiwiller), il volume e' dotato di un ampio corredo iconografico, da cui spicca una fotografia finora ignota che ritrae il poeta di Marradi in compagnia di amici sui monti dell'appennino tosco-emiliano. 

Si tratta di una delle rarissime immagini di Campana tuttora conservate, considerate anche le attribuzioni erronee, come la celebre foto di classe scattata al Liceo Torricelli di Faenza nell'anno scolastico 1900-1901 dove ad essere ritratto e' in realta' Filippo Tramonti.

L'immagine mostra Campana (il secondo da destra) con un gruppo di amici vicino alla cascata del torrente Acquacheta, nei pressi di San Benedetto in Alpe. 


Il volume curato da Cacho Millet, che contiene anche numerose testimonianze posteriori sull'opera di Campana, restituisce un ritratto vivo e fedele di uno dei massimi poeti del Novecento italiano.

07/12/11

L'arresto di Zagaria e la propensione del male per il sottosuolo.



Osservando le immagini dell'arresto di Michele Zagaria, oggi, penso ai corsi e ricorsi che accompagnano, da sempre le fasi di cattura dei grandi criminali della storia.

SEMPRE, da Hitler a Saddam, da Gheddafi al camorrista Zagaria, c'è di mezzo un bunker, un nascondiglio, un sottoterra.


Sempre, c'è bisogno di sottrarsi allo sguardo, e di rifugiarsi nella terra, nel basso, nell'infimo. Una specie di attrazione irresistibile per chi compie il male.

C'è poi un ulteriore motivo, che farebbe la felicità dei grandi analisti di simboli, che è quello della presenza costante, in questi bunker, in questi rifugi, in questi sotterranei, di richiami religiosi. Una bibbia acutamente sottolineata, come il caso di Riina, un rosario - come sembra avvenne nel bunker di Berlino - un libro di preghiere, come è avvenuto anche oggi all'apertura del nascondiglio di Zagaria.

E' davvero qualcosa su cui meditare.

E tornano in mente le parole - profetiche - di Simone Weil: Quando si compie il male, non lo si conosce, perché il male fugge la luce.

05/12/11

Le lacrime della Fornero - un sussulto di umanità.



C'è qualcosa di estremamente indicativo in questa gara di cinismo - tipicamente italiano - che si è scatenata sulle lacrime del ministro Fornero, ieri in conferenza stampa, durante la presentazione della manovra.

Il nostro cuore si è così indurito, in questo paese, che quando una persona piange in pubblico, il primo pensiero è quasi sempre: "perché piange ? Cosa avrà da nascondere ? Lo fa apposta ? Quale sarà la vera intenzione ? Che grande attore. Chi vuol convincere ?"

Siamo diventati specialisti, lo siamo da sempre, della malizia, del pensiero malevolo, del pre-giudizio, sempre.

Eppure, io credo che quando una persona piange, bisognerebbe sempre restare in silenzio.

Il pianto umano suscita rispetto. Perché il pianto è la qualità umana per eccellenza.  Noi nasciamo piangendo. La madre che ci partorisce, piange. La nostra vita nasce in un pianto.  Il pianto è ciò che ci differenza dal resto della creazione ed è quindi la qualità più umana che possediamo.

Se un politico piange - ed è sincero nel suo non riuscire a trattenere le lacrime - è un buon segno.

Vuol dire che forse si può ancora sperare.

02/12/11

Dostoevskij: l'Idiota, una scommessa contro ogni ragionevolezza. Così è il bene.




Non si finirà mai di riscoprire la grandezza di Dostoevskij e dei suoi eterni romanzi.  Nell'Idiota c'è la scommessa vinta - e difficilmente ripetuta in termini moderni - di descrivere il bene. La purezza di spirito.

Oggi che conosciamo ogni geografia del male - vissuto, vivisezionato, e parossisticamente dilatato - nella letteratura e nell'arte contemporanea (dove il bene è bandito come se fosse di cattivo gusto), sorge il sospetto che scrivere del bene sia troppo difficile (come lo fu per Dostoevskij, evidentemente) e molti preferiscono rinunciare, essendo ogni male troppo a buon mercato per potervi rinunciare.

Eppure, rileggendo questo libro, ogni pagina sussurra profondità difficili da immaginare.

Potete star certi che Colombo non era felice nel momento in cui scoperse l'America, bensì quando era in viaggio per scoprirla [...] L'importante non era quel Nuovo Mondo, che magari poteva anche inabissarsi. [...] L'importante sta nella vita, solo nella vita, nel processo della sua scoperta, in questo processo continuo ed ininterrotto, e non nella scoperta stessa! [...] Del resto, voglio aggiungere che ogni idea nuova o geniale concepita da un uomo, o anche, semplicemente, ogni idea seria gemmata nella mente di qualcuno, resta sempre qualcosa che è impossibile trasmettere agli altri uomini, anche se si scrivessero interi volumi e si impiegassero anche trentacinque anni nell'intento di interpretarli; rimarrà sempre qualcosa che si rifiuterà in ogni modo di uscire dalla vostra testa e resterà sempre chiuso in voi...

Il principe Myskin è prigioniero del suo bene. Non si placa e non si rassegna, anche se ogni volta l'onda del suo spirito nobile, primitivo, incontaminato, si infrange sulla scogliera dei mille mali, delle mille crudeli chiusure che gli uomini hanno escogitato, da sempre, per negare la forza e la verità di un sentimento (umano).

Vi sono uomini che non hanno mai ucciso, eppure sono mille volte più cattivi di chi ha assassinato sei persone.


Myskin soccombe senza lasciare apparentemente traccia. Come una nave che sprofonda in mare con tutte le  luci accese.  Eppure, la grande onda di quella nave affondata, ancora lambisce così da vicino i nostri passi.


30/11/11

Ballast (Zavorra) - di Fabrizio Falconi.



Ballast

Far away heart, through the hoisted
untiring consoling
forgetfulness of self
and of the contorted slow lugubrious
world, there is no reason
to search far and wide.

traslated by David Lummus


Zavorra


Cuore lontano, per l'inalberata
instancabile consolante
dimenticanza di sé
e del contorto lento lugubre
mondo, non c'è motivo
di cercare lontano.

Fabrizio Falconi, in Tri-Quarterly 127/2007.

28/11/11

Luigi Ciotti e il "coma etico" italiano.


Credo che oggi che si torna a parlare molto di un impegno dei cattolici in politica - dopo un lungo periodo di ibernazione -  sia utile riproporre le riflessioni di un uomo come Don Luigi Ciotti.

Nel video che vedete qui sopra, la famosa intervista rilasciata a suo tempo a Enzo Biagi. Don Ciotti è l'esempio illuminante di cosa, nel concreto, si può fare. Della forza che servirebbe, per far ripartire - per davvero, non solo dal punto di vista del PIL - questo paese dalle sue melme attuali. 

Come disse una volta Don Ciotti: 

"E' vero ci sono troppi politici che non si occupano del bene comune. E' vero anche che i politici "cattolici" non dovrebbero appoggiare leggi contrarie ai diritti umani e al Vangelo. Ma ormai tutto il Paese giace in coma etico profondo. La crisi morale si esprime nel pensiero sbrigativo di chi trova normale prevaricare, arrendersi alle disuguaglianze, e soprattutto chiamarsi fuori dalla politica. Troppo comodo, il disgusto." 

27/11/11

Fedor Tjutcev (1803-1875) - una poesia.





 Come il globo terreno oceano cinge,
cinta è di sogni la terrena vita; 
viene la notte, e con sonanti flutti
   batte alla riva l'elemento.

E' la sua voce: essa ci invita e forza...
Già la magica nave in porto appare;
la marea sale e rapida ci porta
    dell'onde cupe nell'immenso.

Il cielo, ardente di gloria stellare, 
ci guarda misterioso dal profondo;
e navighiamo, e il fiammeggiante abisso
    da tutti i lati ci circonda.



traduz. di Tommaso Landolfi.

23/11/11

Intervista a Robert Pogue Harrison - Il dominio dei morti.



Robert Pogue Harrison  è direttore del Dipartimento di Francese e Italiano presso l’Università californiana di Stanford, una delle più prestigiose d’america. Ma, da diversi anni è anche autore raffinato sulla scena internazionale, con saggi che attraversano materie differenti e contigue come la letteratura, la filosofia, l’antropologia. Un percorso originale che gli è valso l’attenzione  dei massimi critici, riconoscimenti, e traduzioni in tutto il mondo.
In Italia, il suo primo lavoro, Foreste,  L’ombra della civiltà ( Garzanti ) è apparso nel 1992, seguito da un curioso e affascinante piccolo libro dedicato alla sua “seconda città” ( Harrison ha vissuto per molti anni a Roma ), Roma, la pioggia. A cosa serve la letteratura ( I Coriandoli, Garzanti, 1995 ). Ancora inedito in Italia è il suo lavoro su Dante, The Body of Beatrice, mentre dalla Fazi è pubblicato Il Dominio dei morti  un saggio che è costato cinque anni di lavoro, e che sceglie come suggestivo campo di indagine il rapporto culturale e antropologico tra morti e vivi, attraverso l’opera di grandi scrittori, poeti e filosofi. Un’opera impegnativa, ma allo stesso tempo di grande leggibilità ed enormemente stimolante, che in America ha raccolto reazioni entusiastiche, ed è già stata con successo tradotta in Francia, Germania, e ora anche in Italia. 

D. : Dunque, Harrison, cominciamo dal titolo.  Perché:  ‘ il dominio dei morti ‘ ?  Viviamo in un mondo che sembra ignorare i morti. Un mondo dove la morte, i morti, sembrano completamente rimossi. Lei invece suggerisce addirittura un ‘dominio’.
R. :  Nel titolo, nel titolo di questo libro, ci sono almeno due allusioni. La prima ad un celebre verso di Dylan Thomas, and death shall have no dominion. La seconda, a San Paolo che nella Prima Lettera ai Corinzi, chiede: O morte, dov’è il tuo dominio (o la tua vittoria, a seconda delle traduzioni )?  E’ ovvio che in questo mio titolo è contenuta una sfumatura polemica. In effetti viviamo in un mondo dove sembra che la morte non esista, e dove facciamo di tutto per esorcizzarla, rimuoverla.  Ma, nonostante tutti i nostri sforzi, non possiamo fare a meno, noi viventi, di essere totalmente influenzati dai nostri predecessori, da coloro che sono morti. Le nostre religioni, i comandamenti, ma anche le istituzioni, il diritto, le costituzioni e soprattutto il linguaggio che noi viventi abitiamo, sono stati ‘pre-abitati’ da coloro che ci hanno preceduto. Noi parliamo una lingua creata da coloro che sono morti. Ogni parola che noi usiamo ci è stata tramandata. Le parole sono abitate dai morti, così come tutte le cose umane.
 Non solo i cimiteri, o i monumenti ci ricordano i morti, ma anche l’immagine ( alla quale ho dedicato l’ultimo capitolo ), possiede qualcosa di fortemente evocativo, e in certo senso mortuario. Come appare chiaro specialmente nel ritratto fotografico: grazie al ritratto, continuiamo a vedere persone che non ci sono più, che non abitano più tra noi. L’invenzione della tecnologia moderna ha fatto sì che siamo ormai circondati da immagini dei morti ( pensiamo solo ai vecchi film, continuamente trasmessi in televisione ). Da un lato quindi siamo privati di un rapporto proficuo, continuo con i nostri morti, e tendiamo a metterli a distanza, dall’altra siamo circondati e sovrappopolati dalle immagini dei morti.

21/11/11

Le lettere inedite di Cesare Pavese a Bianca Garufi, in un nuovo libro.



Vorrei essere almeno la mano che ti protegge - una cosa che non ho mai saputo fare con nessuno e con te invece mi e' naturale come il respiro. 

Cosi' Cesare Pavese si rivolge, in una lettera del 21 ottobre 1945, a Bianca Garufi, la futura scrittrice che all'epoca lavorava nella sede romana della casa editrice Einaudi, di cui lo scrittore e poeta piemontese era consulente.

E sempre a Bianca, amore non del tutto corrisposto, Pavese in quell'autunno postbellico scriveva ancora: Tu sei veramente una fiamma che scalda ma bisogna proteggere dal vento. A volte non so se un mio gesto tende a scaldarmi o a proteggerti. Anzi allora m'immagino di fare le due cose insieme e questa e' tutta la mia e la tua tenerezza come una cosa sola. 

Si intitola ''Una bellissima coppia discorde'' il volume che per la prima volta raccoglie integralmente il carteggio tra Cesare Pavese e Bianca Garufi (1945-1950), curato da Mariarosa Masoero e pubblicato da Olschki editore (pagine 166, euro 20).

L'importanza di questo volume consiste, oltre che nel valore letterario e documentario delle lettere stesse, nel fatto che si tratta della prima corrispondenza di Pavese con una donna a vedere la luce.

Le lettere di Bianca Garufi, inedite, vanno dall'agosto del 1945 al gennaio del 1950, quelle di Cesare Pavese, solo in parte edite e con omissis (tutti ora segnalati e integrati), dal settembre del 1945 al febbraio del 1950.

Il carteggio e' conservato nell'Archivio Pavese del Centro internuniversitario per gli studi di letteratura italiana in Piemonte ''Guido Gozzano - Cesare Pavese'' dell'Universita' di Torino Il carteggio da' conto, passo passo, del divenire del romanzo ''Fuoco grande'' (scritto a quattro mani, che sara' pubblicato, firmato da entrambi, nel 1959, ossia nove anni dopo il suicidio dello scrittore), all'inizio provvisoriamente intitolato ''Storia di Silvia e collaterali'', e dei ''Dialoghi con Leucò'', fino a pubblicazione avvenuta.

La corrispondenza viene inaugurata nell'agosto 1945 da Bianca, in vacanza in Sicilia, e procede in modo irregolare e sorprendente nell'autunno dello stesso anno (i due si vedono tutti i giorni nella sede Einaudi di Roma e non avrebbero bisogno di scriversi): dalla lettera che colma la distanza si passa, cioe', a quella che prosegue il dialogo avviato di persona, lo chiarisce e lo integra, insiste sul non detto o sul difficile da dirsi, mette a nudo pensieri ed emozioni.

''Ho cominciato a prendere coscienza che noi due, per me, era qualcosa che esisteva'', confessa Bianca in una delle prime lettere. Poi si afferma la novita' di un sentimento (''qualcosa di piu' che la passione''), che invita a sperare che la loro ''storia'' non ''somigli alle altre che Cesare ha bruciato''.

Lo scrittore trova il coraggio per manifestare i suoi sentimenti: Tu sai che per me la tua presenza e' vera gioia. Tanto una gioia che talvolta corro il rischio di dimenticare che magari soffri. Ma vedi io non sono mai stato abituato a un contatto come il nostro. Io ho sempre combattuto, in queste cose. Potrei dire che sono tutto cicatrici e stanco. 

Dopo ''le giornate dolci (troppo) della prima conoscenza - l'idillio'', non v'e' ''ora posto per l'orgoglio e la vilta', per un amore ''storto'': occorre essere chiari e decisi, ''guardare in faccia'' la propria anima, scoprirsi ''agli antipodi'', accettarsi nella diversita', ritrovarsi in un vero ''tra noi''.

Ma la strade del loro rapporto e' in salita e Pavese rivela gia' il 25 novembre 1945 il suo tormento: Bianca, io ho capito che nome ha il mio male. Orgoglio si chiama, e si puo' vincerlo. Io non sono sensuale non sono avaro non sono altro che orgoglioso.

fonte Adnkronos

19/11/11

La bella terribilità della vita.



La vita è terribile, lo si pensa spesso - vivendo.
Sembra terribile vivere, affrontando ogni volta ostacoli che si frappongono alla nostra felicità, dolori, miserie umane, sofferenza. E la morte che pesa come un macigno su ogni destino, su ogni speranza, su ogni finitudine.

E' la morte a stabilire un confine e a porre un sigillo terribile ad ogni apparente ricerca di senso.

E' terribile, diciamo, la vita.

Eppure - vivendo, si scopre sempre un senso di bellezza in questa 'terribilità'. C'è una verità profonda nell'affermare - e prima ancora nel sentire - che la vita può essere, ed è, bellissima anche (inspiegabilmente) nell'essere terribile.

E' un mistero, ed è anche il segreto della vita umana, di ogni vita umana.



17/11/11

Gabriele D'Annunzio e il cuore messo a nudo. Il Notturno.



Gabriele D’Annunzio e il  cuore messo a nudo
Il Notturno
di Fabrizio Falconi

  
1.  D’Annunzio e le prose memoriali.
C’è da sempre una dicotomia nella valutazione critica dell’opera di Gabriele D’Annunzio come figura cardine della letteratura italiana di inizio Novecento. E’ quella che riguarda la differenza, il contrasto di toni e di sostanza tra il lirismo decadente dei cinque libri delle Laudi – che ne decretarono l’affermazione e la fortuna di poeta – scritte tra il 1903 e il 1912, e la riflessione solitaria e pensosa, l’introversione oscura, meditativa e dolente contenuta nelle cosiddette ‘prose memoriali’, delle quali il Notturno è il caso più emblematico.

Se infatti il ‘rimprovero’ che è sempre stato mosso al D’Annunzio vate, al D’Annunzio lirico, per gran parte del Novecento post bellico, fu quello di una mancanza di essenzialità, e di un compiacimento stantìo di una lingua artificiosamente  elaborata, ai limiti del barocco, tesa unicamente alla costruzione di un mito personale tutto risolto al raggiungimento di un orizzonte da  Ubermensch  nietzschiano,  una parte della critica ha sempre puntato il dito sul rovescio della medaglia della personalità artistica di D’Annunzio, emergente quando il delirio personalistico e avventuriero dell’anima che visse come diecimila si spegneva per cause contingenti, e casuali, che costringevano il grande pescarese a intro-vertersi, a guardarsi dentro, a dare spazio sincero alle molte zone d’ombra e di solitudine di una psicologia ipertrofica e non equilibrata.

15/11/11

L'anima delle donne.


Nella mia vita mi sono trovato più spesso a mio agio, compreso, stimolato, in sintonia, con donne che con uomini.

Sono convinto, da sempre, che le donne siano migliori degli uomini (anche se conosco, per fortuna, molti meravigliosi uomini, uomini veramente).

Le donne (con le dovute eccezioni) hanno meno limiti mentali, non hanno paura di sognare, e di esprimere (e spesso di inseguire con tutta la determinazione) i loro sogni. Le donne (con le dovute eccezioni) sanno ascoltare.

Le donne (con le dovute eccezioni) sono meno propense all'uso della violenza e della prevaricazione.

Sono convinto che se il mondo fosse stato governato da donne, invece che da uomini, oggi avremmo qualche milione di morti in meno e un bel po' di genocidi in meno.

Le donne (con le dovute eccezioni) sono più sagge e meno infantili degli uomini. Le donne (con le dovute eccezioni) sanno affrontare con più dignità la morte (forse perchè sono aiutate dal grande privilegio e dal grande onere di poter concedere la vita) rispetto agli uomini.

Le donne (con le dovute eccezioni) amano leggere libri (in italia leggono solo loro, gli uomini hanno medie patetiche, a livello del terzo mondo), e in genere si interessano più degli uomini di arte, di quel sentimento del  bello che rende la vita meritevole di essere vissuta.

Cosa rende la donna diversa dall'uomo ?

Diffido delle lezioni dei neuroscienziati che hanno una spiegazione per tutto, anche per quello che non conoscono.

Io credo che la differenza non sia (solo) nei geni. Penso che l'anima femminile e quella maschile siano profondamente diverse. E di questa misteriosa differenza di anime, nessuno, da questa parte della vita, può sciogliere l'arcano.

09/11/11

La nostalgia del tempo presente. Goffredo Parise.



Un giorno di fine inverno in montagna un gruppo di persone che si conoscevano poco e si erano trovati per caso su una vetta gelida e piena di vento decisero di fare con gli sci una pista molto lunga e solitaria che portava a una valle lontana. Erano dieci, per una coincidenza felice nessuno di loro era veramente "adulto", anzi, erano tutti più o meno timidi e questo li rese subito fiduciosi uno dell'altro.


Credo che raramente una forma artistica abbia raggiunto la perfezione come è il caso di un piccolo racconto - appena una pagina e mezza - di Goffredo Parise contenuto nei Sillabari e che si intitola 'Amicizia'. 

Ciascuno di noi conosce sin da quando è bambino - ed è una esperienza pienamente umana - quella sensazione del tempo vissuto insieme ad altri, che scorre e si materializza scorrendo, semplicemente perché quelle persone che abbiamo incontrato e che abbiamo amato anche fuggevolmente incontrare, in quel determinato tempo, sono già volate via, e forse mai più, anzi certamente mai più le incontreremo nelle stesse forme, nello stesso modo di quella volta lì, speciale, unica. 

Il tempo è una freccia, scriveva Martin Amis, e lo sperimentiamo in ogni momento della vita. Sembrerebbe la più insostenibile delle crudeltà.  Esser condannati a non poter tornare indietro mai.

Eppure quale fato, quale mistero, quale incanto si cela dietro questi grani di clessidra che scendono e non possono mai risalire da soli nella stessa ampolla.

Qualcuno, in una dimensione che non è la nostra, forse si diverte a girare l'ampolla.

Ma a noi, qui è concessa soltanto la distillazione di questo tempo che viviamo. E che, un po' per condanna un po' per libero godimento, siamo obbligati a vivere con altri.

La magia di quel giorno vissuto, di quelle risa e di quella luce, non tornerà.

Epperò noi saremo diversi da allora.

Il fiume non è mai lo stesso. E nemmeno noi mai lo saremo. Qualcosa di diverso, saremo. Forse fatti di un'anima diversa, che il tempo - il tempo che noi conosciamo - non riesce mai pienamente ad afferrare.

Un giorno di fine inverno in montagna.... 

qui si legge l'intero racconto di G.Parise. 


07/11/11

Pensare e Sentire - Il Libro Rosso di C.G.Jung



Ogni tanto capita di leggere qualcosa che balugina nella mente, appena letto, e resta, e si ferma e si sedimenta. Il significato, apparentemente oscuro, si fa via via più chiaro. Diventa a poco a poco illuminante. Coglie nel segno ciò che stai cercando, forse senza saperlo. A me è successo nel mezzo del cap.IX del Libro Rosso di Jung, rimasto per molti anni inedito ed ora divenuto una miniera per coloro che vogliono misurarsi con la profondità della conoscenza.   Ecco cosa scrive in questo passo Jung.

Chi preferisce pensare piuttosto che sentire fa marcire nell'oscurità il proprio sentire. Non matura, ma nel marciume produce dei getti malaticci che non arrivano alla luce.   Chi preferisce sentire piuttosto che pensare lascia il suo pensiero nell'oscurità dov'esso appende le sue reti ad angoli lerci, tele vuote con cui cattura zanzare e falene.


.. Perciò essi furono l'uno per l'altra veleno e morte.  


Il pensatore accolga in sé il suo piacere, colui che sente accolga il proprio pensiero. Questo porterà a trovare la via. 

E' forse proprio questo il punto nel quale ci troviamo. Una nuova congiunzione di pienezza, che renda finalmente libere le nostre - provate - anime. Per ricominciare a sentire e a pensare veramente.

Ricominciare. 12 cose da cui ripartire. (testo completo).



RI-COMINCIARE.  Da dove ?
(12 cose da cui ripartire)

Di Fabrizio Falconi


1  UMILTA'.

Ripetersi ogni giorno, almeno 1 volta al giorno che non si è speciali, non si è indispensabili, non si è migliori.

Anche se l’intera nostra vita sembra costruita sulla presunzione - o  sulla rassicurante certezza -  che noi siamo speciali, che il nostro amore è speciale, che il nostro lavoro è speciale, che quello che noi diciamo, pensiamo o facciamo, è speciale. E implicitamente, migliore.

Ripetersi che la storia umana è il procedere di miliardi di esseri umani come me. Che la loro traccia lasciata nella storia esteriore dell’umanità è praticamente nulla, nella stra-grandissima maggioranza dei casi.

Ripetersi che – se anche abbiamo un disperato bisogno che qualcuno ci dica che noi siamo speciali – in realtà speciali non lo siamo affatto.

Se il cammino del mondo ha un senso, lo ha solo nella VERA umiltà, che è quello di una profondaconsapevolezza che noi siamo ‘humus’, (da cui ‘humilis’).

L’umiltà è quando non pensi a ciò che ti verrà riconosciuto, ma a ciò che tu potrai riconoscere ad un altro, anche semplicemente per il suo ‘grazie’.

L’umiltà è per questo la virtù umana più difficile, rara e preziosa.

L’umilità, come scrisse Mario Soldati, è quella virtù che, quando la si ha, si crede di non averla.

(C) Fabrizio Falconi - 2011 (continua).

04/11/11

Un canto nascente - Opera prima.



Canto nascente è un poemetto in 5 movimenti scritto per Renzo Bellanca e la sua istallazione Cultura Fossile (2011).




Opera Prima 
(Pavel Florenskij) 

Parola di ghiaccio
Tutto scivola dalla memoria 
nel gelo di quei giorni
si intenerisce il fiore dell’attesa
s’intestardisce il mare dei ricordi
spezzati come dal vento
di un’aurora boreale
era niente
era nessuno
Ma il nome più esatto era destino o tempo 
le mani sul candelabro
l’occhio sul microscopio
il bello deve ancora venire:
quell’uomo scarno
gridò ai figli che l’aspettavano.

Un testamento di fumo
si leva dalla casa
del dolore e della solitudine,
mai si cancellerà l’amore per te,
digrigna i denti l’inverno,
non ha fine: ogni parola è scritta.
Al subordine dei diseredati
e degli arricchiti ingiustamente,
una nuova era di umana
comprensione.
Il visibile e l’invisibile
sono la paglia e sono il fuoco
     - la stessa sostanza –
 e lui li cura e li mantiene vivi.
Fino alla fine non sfuggirà al suo voto.


©Fabrizio Falconi, tratto da Un canto nascente, per Renzo Bellanca - opera: Cultura fossile.

foto in testa: doppio linguaggio, op. di Renzo Bellanca.

03/11/11

Orientarsi ad amare (veramente) - Simone Weil.


Una volta ho trascorso alcuni giorni in montagna meditando insieme alla grande anima di Simone Weil, attraverso i suoi scritti.

Tutti noi nella vita, ci riempiamo le orecchie e le bocche della parola Amore. E invano ne cerchiamo il senso, il significato, il sapore.

Potremmo dire che tutta la vita la passiamo a cercare l'amore. Quello stesso amore che sappiamo che esiste.
Che una madre ci ha donato mettendoci al mondo, e proteggendoci nei primi istanti della nostra vita, e che mai più riusciamo a trovare (o quasi mai) nei termini esatti in cui noi lo vogliamo.

L'amore - questo lo capiamo invecchiando - non viene mai. Non viene mai, se non impariamo NOI STESSI ad amare, a darlo. E' questa la più grande certezza che ciascuno può sperimentare, ma che è invitato a fare prima che i rimpianti prendano il posto della pienezza:  se non si è capaci di amare, non si verrà mai amati.

Ma come si fa ad amare ? E soprattutto come si fa a mantenere vivo il proprio amore, a non lasciarlo appassire, scivolare, corrompere dalla vita di tutti i giorni ? A questa grande domanda risponde Simone Weil, morta a 34 anni per la consunzione di una vita e di un amore donato per tutta la vita, di una vita quasi leggendaria.

Scrive Simone nel 1942 mentre si trova a Marsiglia, per sfuggire ai nazisti e al suo destino di ebrea: "bisogna soltanto sapere che l'amore è un orientamento e non uno stato d'animo. Se lo si ignora, si cade nella disperazione al primo contatto con la sventura. " 

Queste poche parole, in quei giorni trascorsi in montagna, mi hanno folgorato. Le ho avvertite come pura verità. E' così, è semplicemente così. L'amore, per essere amore, amore vero, deve essere un ORIENTAMENTO, e non uno stato d'animo.

Solo se siamo orientati ad amare, riusciamo ad amare veramente. Se il nostro amore è uno stato d'animo, siamo come canne al vento. 

Orientarsi all'amore, vuol dire come aggiustare la sintonia di una radio. Mettersi in ascolto di quel che è l'amore vero, e volere soltanto quello. Orientarsi all'amore, vuol dire non avere più paura di niente. Nemmeno della morte.

Scrive ancora Simone Weil: Chi riesce a mantenere la propria anima orientata verso Dio mentre un chiodo la trafigge, si trova inchiodato al centro stesso dell'universo. E il vero centro, che non sta nel mezzo, che è fuori dello spazio e del tempo, che è Dio. Secondo una dimensione che non appartiene allo spazio, che non è il tempo, che è una particolare dimensione, questo chiodo ha fatto un foro attraverso la creazione, attraverso lo spessore dello schermo che separa l'anima da Dio. 

01/11/11

La dignità dei morti (e dei vivi).



Ho spesso riflettuto sulla “dignità” dei morti. I morti sono “dignitosi” perché sono meritevoli quasi sempre – a meno che la loro vita non sia stata particolarmente ignominiosa – del rispetto nell’opinione comune.

Il rispetto deriva soprattutto dal fatto che un morto non ha più voce.

L’ultima parola è quella del suo epitaffio sulla gelida lapide. Poi, nessun diritto di parola – secondo le convenzioni dei viventi – è più concesso a un morto.

Anche se dovremmo tutti ricordarci che i morti continuano a parlare, eccome, dopo la loro morte, in forme e modi spesso incontrollabili (ed è per questo che spesso anche la sepoltura di un corpo, l’identificazione e la presenza di una tomba fa così paura o diventa ingombrante, come insegna la storia passata e recente).

Ma la dignità è riconosciuta primariamente proprio in virtù di questo silenzio in-contestabile che cala sulla vita di un uomo, e questo silenzio è dignitoso, perché non ammette più ragioni o repliche. E’ silenzio, appunto, e basta.

Ma perché la dignità deve essere tirata in ballo anche per i sopravvissuti ? Perché di qualcuno che vive un lutto si dice o si giudica che sia “dignitoso” ? Esiste un modo “dignitoso” di affrontare la morte di una madre, di un padre, di un figlio, di una moglie o un marito ?

Chi ha stabilito un “codice deontologico” del lutto ?

Chi ha stabilito – soprattutto oggi, che le lacrime e il dolore devono essere banditi possibilmente da ogni consesso socialmente utile - che una persona che trattiene il pianto o non mostri sofferenza sia più dignitosa di qualcuno che si abbandona alla lacerazione o alla disperazione ? 

Davvero non possiamo fare a meno, anche in ‘rigor mortis’ di enunciare il nostro freddo giudizio, ad uso e consumo di una sofferenza che turba o disturba e che vogliamo mantenere ad una distanza di controllo ?

I morti sono dignitosi e non hanno bisogno di lacrime.

I vivi però, i sopravvissuti in specie, hanno bisogno anche di lacrime per attraversare il grande lago, misterioso, della separazione dagli affetti umani.

Ci sarà tempo poi, forse, in questa o in un’altra vita di partecipare e vivere un nuovo dolore, una nuova sofferenza e forse una via nuova per ritrovare quei perduti affetti.


F. Falconi

30/10/11

Il sesso, la roba e Boccaccio: intervista a Vittore Branca.



Einaudi presenta un progetto grandioso e già più volte vagheggiato, quello di un "Boccaccio visualizzato" in due volumi, che rappresenterà un importante passo avanti per la definizione dell'influenza del Boccaccio nella storia dell'arte.   All'opera la cui uscita è prevista nel '91, sta lavorando da molto tempo Vittore Branca, uno dei massimi conoscitori mondiali del Boccaccio, che coordina una imponente équipe internazionale di filologi e storici dell'arte.

"Boccaccio è l'autore che più di ogni altro ha sollecitato gli artisti visuali, xilografi, pittori, miniaturisti..." spiega Branca, che nella sua casa veneziana, è alle prese con le riproduzioni di più di milleduecento illustrazioni e miniature raccolte nelle biblioteche di tutto il mondo.

"La ripresa di interesse del Boccaccio a livello mondiale non mi stupisce" continua Branca, "il Decameron è l'opera che seicentocinquanta anni fa ha affrontato i due temi più presenti nell'età moderna: il sesso e la roba, cioè il possesso.  Per questo è con Dante, il classico italiano più tradotto, più di Machiavelli, che è troppo aristocratico. Il rapporto parola-immagine era per il Boccaccio assolutamente fondamentale" spiega ancora Branca, "al punto che nell'autografo del Decameron, che io stesso identificai 28 anni fa, è proprio lo stesso autore a voler illustrare di mano propria il suo capolavoro."

Da allora in poi molti, da Botticelli a Giorgione, da Tiziano a Palma, da Veronese a Blanchard, a Rubens, dovettero percepire la forza esplosiva delle immagini contenute nella prose dell'opera, rivoluzionando molti dei vecchi archetipi dell'immagine pittorica.

Ma non tutti sono d'accordo sull'effettiva portata delle innovazioni contenute nel Decameron. E questo è proprio il segnale di una intramontabile attualità del dibattito intorno al novelliere. Proprio recentemente Giampaolo Dossena, nella sua Storia Confidenziale della Letteratura Italiana, arrivata al secondo volume, ha fatto risorgere vecchie e interminabili questioni, affermando che almeno metà delle novelle del Decameron sarebbero 'mediocri'.

Niente di più di una provocazione, secondo alcuni: fatto sta che di Boccaccio si torna a discutere e anche con un apparente piacere.  Al punto tale che, dopo qualche indugio, il Decameron approda in lettura integrale alla radio.  L'opera, curata da Alberto Asor Rosa e Adolfo Moriconi, è infatti in fase di ultimazione negli studi della RAI di Firenze e verrà trasmessa questa estate, nella divertita lettura di numerosi intepreti: da Valeria Moriconi a Davide Riondino, da Paolo Poli a Giorgio Albertazzi.

"Il Decameron è il libro che fonda tutta la nostra letteratura," dice Paolo Gonnelli, direttore di Radiotre, che ha prodotto l'impegnativa operazione, "ma è un libro poco letto. Per questo abbiamo deciso di ripetere l'esperimento già tentato con la lettura integrale della Divina Commedia, che ci ha dato notevoli soddisfazioni."

Reggerà il Decameron alla prova radiofonica ? Non è la prima volta, in effetti, che tra le perplessità dei filologi, l'opera si trova a dover sconfinare oltre l'ambito letterario: sono ormai innumerevoli le riduzioni cinematografiche, molte delle quali addirittura iconoclaste, come quelle dei B-movies dichiaratamente licenziosi, così come le molte "traduzioni" da versioni modernizzate, in circolazione nei mercati esteri. Ma alla prova definitiva, la prosa del Boccaccio, ha mostrato sempre segni di sorprendente vitalità.

"Credo che il Decameron rappresenti il primo esempio nel quale, in letteratura, gli uomini vengono raffigurati come sono davvero e non come vorrebbero essere", dice Vittore Branca, che non riesce a trattenere l'entusiasmo di fronte all'immagine di uno splendido quadro del Botticelli che ha sotto gli occhi, "Nastagio e la caccia infernale," conservato al Museo del Prado di Madrid.  E' l'illustrazione di una novella del Decameron, raccontata nella quinta giornata.

"Un capolavoro come questo ha una storia antichissima", dice Branca, "perché proprio Botticelli ci ha aiutato a capire che nella novella si nascondeva un mito antichissimo, quello di Atteone. Ma solo Boccaccio poteva raccontarlo così, e Botticelli ha dato espressione a questa narrazione realistica, incredibilmente visuale."

Fabrizio Falconi, "Superboccaccio",  Il Manifesto,  domenica 1 aprile 1990.



29/10/11

E' morto James Hillman .



E' morto ieri a Thompson, USA, il grande James Hillman.

Non esito a definirlo una delle 'grandi anime' che ha attraversato il Novecento (e questi primi anni del Duemila).  Sono sicuro che il suo pensiero rimarrà, e sarà anche fondamentale per com-prendere qualcosa in più di noi stessi, di quello che siamo, che siamo diventati, e in cui possiamo trasformarci.

Hillman si è battuto una vita intera - formandosi nell'alveo del pensiero junghiano - per mettere in luce come sia necessario, oggi più che mai indispensabile, liberare l'anima dalla prigione dei concetti che la opprimono, di tutti i pensieri, false culture, dogmi, che impediscono all'anima di ciascuno di noi di librarsi e di ottenere la pienezza invocata, che è lo scopo primario (anche se non riconosciuto e negato) di ogni esistenza.

Hillman insisteva sulla necessità di riprendere un linguaggio più arcaico e più ricco - il linguaggio dell'anima dell'uomo è sempre lo stesso, nei secoli - e di recuperare un contatto più autentico con quello che chiamava il linguaggio di Venere.  


Gran parte dei mali del nostro tempo, sosteneva Hillman, nascono proprio da questa incapacità di andare in fondo, di rompere la breccia di esistenze costituite su necessità inautentiche, di ritornare ad ascoltare la voce dell'anima, il codice di quella ghianda che è insita dentro di noi, che soffre per noi, che parla, che vuole farsi ascoltare e che noi spesso facciamo di tutto per NON ascoltare.

"Questa cultura" scriveva ne Il linguaggio della vita, intervistato da Laura Pozzo,  "ci vuole maniacali: iperattivi, spendaccioni, consumisti, spreconi, chiacchieroni, pieni di idee che ci saettano nella mente senza fermarsi perché per non riuscire noiosi non ne approfondiamo nessuna; così anche il senso della tristezza va perduto."

Ci mancherà Hillman, anche se riempiremo il vuoto con la profondità eloquente del suo capolavoro, Il codice dell'anima e degli altri capolavori che ci ha lasciato.

Qui il video-intervista IL SENSO DELLA VITA, realizzato da Silvia Ronchey qualche anno fa. 


27/10/11

Robert Pogue Harrison - prefazione a 'Poesie 1996-2007'





Prefazione di Robert Pogue Harrison al volume Poesie 1996-2007 di F.Falconi, Campanotto Editore, 2008.

Il filosofo americano Ralph Waldo Emerson inizia il suo saggio L’esperienza  con una domanda:  “dove ci troviamo?”  È una domanda disorientante, innanzitutto a causa dell’uso della prima persona plurale.  Questo “ci” si riferisce ad un soggetto collettivo impersonale?  Alla comunità dei lettori di Emerson?  Ai suoi compatrioti?  È solo quando si arriva alla fine del saggio che si comincia a capire che pochi di noi si fanno questa domanda in modo serio, sin quando non riusciamo a renderci conto del fatto che siamo, in effetti, persi.