28/07/11

RI-COMINCIARE . Da dove ? (12 cose da cui ripartire) – 6 - CONVERSAZIONE.


Siccome, come appare del tutto evidente e come aveva già intuito il saggio Epicuro 300 anni prima di Cristo, dalla pòlis (cioè da tutto ciò che è pubblico, istituzione pubblica, struttura pubblica) non potrò aspettarmi il perseguimento della causa della felicità umana, e quindi della mia personale felicità, so già che io dovrò assumermi in prima persona la responsabilità della mia felicità.

Per essere felice e offrire una vita degna alla mia anima, dovrò ricordarmi dell’importanza della conversazione.

Un uomo incapace di conversare con un amico difficilmente potrà essere felice.

La conversazione tra amici che sappiano ascoltarsi e trarre ispirazione, imparando gli uni dagli altri è ciò che di meglio la vita ha da offrirmi.

Per fare questo dovrò imparare ad ascoltare.

Le conversazioni migliori sono quelle in cui c’è uno scambio di idee e in cui si mette alla prova la verità.

Una conversazione intelligente e aperta nel cuore con una persona amica è l’antidoto contro qualsiasi dolore, l’incoraggiamento per qualsiasi impresa, la spinta a migliorarsi e a crescere, a comprendere qualcosa in più del grande mistero in cui sono calato.

Nella conversazione intelligente, proficua e piacevole tra amici ritroverò sempre il senso della mia natura veramente umana.

Come diceva Blaise Pascal sono solo le conversazioni che formano l’intelletto.

26/07/11

La tragedia di Oslo - qualche considerazione.



Non riesco a immaginare quale sarà il mio stato d’animo durante l’operazione. Probabilmente scatterà durante un ciclo di steroidi e, per di più, sotto l’effetto di efedrina. In questo modo cresceranno di almeno il 50-60% (forse il 100%) aggressività, prestazioni fisiche e concentrazione mentale. L’iPod al massimo volume mi aiuterà a sopprimere la paura, se necessario... Ho un corpo più o meno perfetto. Sono felice, il mio morale è al massimo per come le cose procedono. Ho iniziato un nuovo ciclo di steroidi per accrescere la massa muscolare: spero di superare gli attuali 90 kg e arrivare a 100, o almeno a 95. La mia psiche è estremamente forte, più forte di chiunque io abbia mai conosciuto.

Sono le parole che Anders Behring Breivik, lo stragista di Oslo e dell'isola di Utoya aveva scritto nei suoi deliranti diari.

Emerge chiaramente che la necessità per Breivik, per potersi abbandonare all'orrore e in definitiva al male, era quello di turarsi gli occhi - steroidi ed efedrina che bloccano le percezioni reali rendendoti simile ad una bestia - e turarsi le orecchie - bombardandosi con una musica (non importa quale) sparata al massimo volume.

Gli occhi deformati dalle droghe chimiche consentono - hanno consentito - di non vedere l'essere umano che aveva di fronte.

Le orecchie murate dal suono consentono di non ascoltare le invocazioni umane di pietà, i lamenti dei feriti, le agonie dei moribondi.

E' questo, dunque che oggi come sempre, permette al male di esistere: la cancellazione della percezione umana, che pure ad ogni uomo è data dalla nascita.

La dis-umanizzazione che permette il male parte da questo, sempre.

Lo aveva capito e descritto in modo esemplare S.Kubrick in quel profetico film 'A Clockwork Orange' dove l'ultraviolenza gratuita - e puramente 'estetica' -  passavano per le stesse strade (droghe per gli occhi, musica per le orecchie).

Non a caso in quel film, anche il violento, terribile processo di rieducazione di Alex - la famosa 'cura Ludovico' - passava ancora per le stesse strade.  All'a-morale iperviolento Alex venivano - con violenza - per forza tenuti aperti gli occhi (per guardare in faccia l'orrore), venivano per forza aperte le orecchie.

Col risultato però, di trasformarlo, all'opposto in un docile disadattato.

Oggi, siamo a quel punto.  L'unico vero antidoto alla violenza e al male resta solo e soltanto uno: quello di mantenere sempre - sempre - gli occhi e le orecchie aperte.  Di non chiudere mai gli occhi, di non tapparsi mai le orecchie. Mai.

Fabrizio Falconi

25/07/11

"L'infinita idiozia del Male" - di Claudio Magris.





Propongo per i lettori del blog, la più lucida e condivisibile analisi che ho letto sui terribili fatti di Norvegia di questi giorni che ci costringono ancora una volta a interrogarci sulla natura del male umano. L'articolo di Claudio Magris è comparso oggi sul Corriere della Sera.


Finché non emergeranno inoppugnabili - per ora altamente improbabili - prove di una cospirazione terroristica, l'inaudito massacro norvegese va considerato un fatto di cronaca nera, ancorché di immani proporzioni. Esistono certo nel mondo tante e antitetiche associazioni terroristiche capaci di qualsiasi efferatezza, ma esiste anche il crimine - ancor più misterioso e più inquietante proprio perché spesso apparentemente immotivato - che nasce, si organizza e si consuma nella mente di un solo individuo, all'infuori di ogni pur delirante progetto politico.

Come ha scritto sul Corriere Pierluigi Battista, cercare sempre il complotto (a suo modo razionale pur nella sua perversità), la spiegazione politica e sociologica, un preciso disegno collettivo, è un modo inconsapevole di rassicurarsi, identificando un ordine pur abbietto; un modo di abbandonarsi a fantasticherie su trame enigmatiche, fondamentalmente paurose ma anche involontariamente gratificanti, come è spesso gratificante soffermarsi sulle vaghe immagini dell'incubo, dell'orrore e della paura. Interpretare o cercare di interpretare dà sempre conforto, quando non addirittura supponente compiacimento; dinnanzi a tanti delitti ancora insoluti i pareri sulle loro più o meno nascoste motivazioni sembrano più importanti (e occupano più spazio nei giornali) delle indagini, che invece sono in quel momento la prima e forse l'unica cosa che conti.

Certamente, come diceva uno strombazzato e spesso pappagallesco ma veritiero slogan sessantottesco, «tutto è politico». Nessun individuo arriva dalla luna. Ognuno è intessuto del mondo in cui vive, sia egli un solitario misantropo o il più socievole degli uomini; vive nel mondo e almeno in parte lo assorbe, mescola al proprio dna ciò che penetra consapevolmente o inconsapevolmente in lui dalla realtà esterna. Non c'è idea, passione, abitudine, desiderio, paura, comportamento che sia unicamente nostro; è vero che, come dicevano i filosofi Scolastici, l'individuo è ineffabile o almeno che c'è in ognuno qualcosa di ineffabile, ma anche questa imprendibile e mobile ombra del nostro cuore è intessuta di socialità.

Detto questo, resta una netta differenza tra il gesto individuale di una persona e un progetto, collettivo anche se messo in atto individualmente, di un'organizzazione. L'omicida norvegese sembra assimilabile, con alta probabilità, ai Landru o a Jack lo Squartatore - pure essi, come tutti, figli del loro tempo - piuttosto che agli assassini dell'Italicus o di Piazza Fontana. Sarebbe infame usarlo per infangare l'uno o l'altro movimento politico. Il suo gesto atroce mostra la continua latenza del male, la sua possibilità di scatenarsi in qualsiasi inatteso momento; rivela la nostra convivenza quotidiana, gomito a gomito, con il male, sempre in agguato e talora spaventosamente in azione.

Quella macelleria di esseri umani mostra pure l'infinita banalità e idiozia del male e della violenza, che tante volte ci vengono invece mostrati quasi avvolti di seduzione, espressioni di chissà quali infere ma profonde verità; il coltello di Jack lo Squartatore sembra aver affascinato come la spada di un angelo diabolico tante persone, anche se non certo il ventre squarciato e le sofferenze delle donne da lui uccise, le uniche, vere protagoniste di quella tragica storia, in cui lui è una sia pur sciagurata comparsa. È una vergogna, pur inevitabile, mandare a memoria il nome dell'assassino norvegese e non quelli delle sue vittime.

Quel meccanico e ripetuto premere il grilletto fa assomigliare quell'assassino al meccanismo di una mostruosa catena di montaggio. Naturalmente anch'egli è un uomo la cui umanità non si esaurisce nei suoi crimini, uomo che va perseguito ma anche tutelato secondo la legge uguale per tutti, anche per gli efferati assassini; un uomo che probabilmente avrà avuto le sue ossessioni, le sue sofferenze, le sue paure. Si può e si deve avere rispetto - a parte la qualificazione giuridica dei suoi atti e la pena da essi richiesta - perfino per lui, ma non - secondo la banale retorica del male - perché è un assassino, bensì nonostante sia un assassino. Il suo delitto è la cosa non solo più orrenda, ma anche più stupida, più meccanica, più ottusa della sua vita. L'omicida di oltre 90 persone pare si sia definito «un fondamentalista cristiano», termine privo di qualsiasi senso. Spesso, fra l'altro, si identifica erroneamente il fondamentalismo con l'integralismo, specialmente religioso, di una o di un'altra fede (oggi soprattutto quella islamica), e in generale con una forma particolarmente intollerante di tradizionalismo religioso. Il fondamentalismo ha poco o nulla a che fare con la tradizione, anche con quella più gelosamente custode dell'osservanza e dell'immobilità di un credo. Il fondamentalismo non è un fenomeno tradizionale, radicato nel passato, ma è un fenomeno squisitamente moderno, caratteristico delle società di massa e della globalizzazione, così come - per fare un esempio - il fascismo è un fenomeno totalitario moderno radicalmente diverso dagli autoritarismi del passato.

Quel dito meccanicamente omicida non dovrebbe indurre a riflessioni sulle società ricche e tranquille come quella norvegese o a disquisizioni del genere. Altre forme del male - queste sì politiche, sociali, collettive - giungono non solo da società arretrate e barbariche, bensì pure da società aperte e civili, considerate modelli di democrazia quali ad esempio l'Olanda o certi Paesi scandinavi in cui avanzano aggressivi movimenti xenofobi in aperto contrasto con la tradizione dei loro Paesi. Se la xenofobia è più forte in Olanda che in Spagna, ciò deriva forse dal fatto che la cultura di quest'ultima, come di altri Paesi, ha conservato più a fondo quel senso sacro della vita che distingue fortemente i molti, moltissimi valori che devono essere messi in discussione da quei due o tre valori essenziali (per esempio l'uguaglianza di tutti i cittadini a prescindere dall'appartenenza sessuale, etnica, religiosa o di altro genere) che dobbiamo considerare come assoluti, non più discutibili e non più negoziabili. Molto, quasi tutto, deve essere optional , ma non tutto. Quando «tutto è possibile», come scriveva con orrore Dostoevskij, il mondo diventa orribile. Ma non si può fare di questo una colpa all'assassino norvegese, né fondamentalista né cristiano; è sufficiente addebitargli oltre 90 omicidi.


24/07/11

RI-COMINCIARE . Da dove ? (12 cose da cui ripartire) – 5 - RESPONSABILITA'



Dovrò ricordare che niente nasce e cresce senza responsabilità.

La cura è ciò che mi distingue dall’indistinto essere.

Curare vuol dire vivere due vite: la mia e quella ci ciò che curo.  Non potrò mai farmi scudo della stanchezza, né cercherò di obiettare ‘così fan tutti.’

Cercherò di dimostrare che la mia vita ha un senso, non sperperando il mio talento, ricco o misero che sia.

C’è un filo rosso che lega la presenza della mia vita a quella dei miei predecessori: senza di loro io non sarei esistito, senza la loro cura io nemmeno avrei mosso un piede su questa terra.

La stessa cura io la eserciterò fino alla fine per ciò che ha diritto a crescere e prosperare grazie alla mia esistenza.

Non dirò ‘non mi riguarda’, ‘non mi appartiene’, ‘non mi interessa’.  

Non butterò via il ramo con il frutto. Senza curare il ramo, nessun frutto potrà mai crescere.

Io invecchierò portando il peso del mondo, e questo peso, nel confine della mia ombra terrestre, cercherò di alleggerire.  Incontrando, visitando, ascoltando.

Ognuno, come scrisse Saint-Exupéry – è responsabile di tutti. Ognuno da solo è responsabile di tutti. Ognuno è l’unico responsabile di tutti.

Fabrizio Falconi

foto di Francesco Rosa - 2011. 

04/07/11

RI-COMINCIARE . Da dove ? (12 cose da cui ripartire) – 4 - AMORE



Ricomincerò ogni giorno dall’inizio.

E l’inizio è il primo sorriso ricevuto sepolto nella mia infanzia. Ogni inizio è un sorriso di infanzia e se non saprò ritrovarlo nei giorni che vivo, il mio tempo sarà del tutto sprecato.

Un no non è uguale a un sì, e un concedersi non è uguale a un negarsi.

Quel che ho imparato potrò restituirlo in forma d’amore soltanto se avrò imparato a stare da solo. 
Il silenzio e la prudenza sono le costellazioni che mi guideranno da te.

Quando arriverà la notte, forse saremo pronti. 

E lo saremo soltanto se il mio fuoco avrà bruciato quel che c’è da bruciare ed io sarò pronto a ricominciare con te.

Dovrò ricordare che ogni amore, in questa vita, nascerà dall’essere svegli.

La situazione paradossale per un gran numero di persone, oggi, scriveva Erich Fromm, è quella di essere mezzo addormentate quando sono sveglie e mezzo sveglie quando vogliono dormire.   Essere ben desti è condizione indispensabile per non annoiarsi e in verità, non annoiarsi e non annoiare è una delle condizioni principali per amare.  Essere attivi nel pensiero, nel sentimento, con gli occhi e con gli orecchi, durante tutto il giorno, evitare di perdere tempo, è condizione indispensabile per la pratica d’amare.

Amore è interesse attivo per la vita e la crescita di ciò che amiamo. 

01/07/11

RI-COMINCIARE . Da dove ? (12 cose da cui ripartire) – 3: NATURA.


Devo essere consapevole del momento storico, sempre.  La mia vita è inserita nella storia del mondo. 

 E la storia del mondo – lo dicono i fatti che solo i ciechi non  vogliono vedere – è a un punto cruciale: l’uomo, che ha colonizzato tutta terra, la sta barbaramente sfruttando fino alla fine, rischiando di distruggerla definitivamente.

Il tempo rimasto è pochissimo.

Il seminario di Oxford di aprile ha constatato che per gli oceani e i mari del mondo è iniziata una estinzione di animali senza precedenti.  Inquinamento, acidificazione, pesca selvaggia, riscaldamento.

Sulla terraferma non va molto meglio, anzi. Cementificazione, deforestazione, distruzione degli ecosistemi, megalopoli, povertà diffusa, mancanza di materie prime, fame.

Cosa potrò mai fare io per tutto questo, contro l’avidità sfrenata e l’ingiustizia ?

Dovrò soltanto assistere ?

No, la mia parte di mondo – che è il mio materiale biologico e il mio spirito, cioè la parte di me che non è visibile -  mi spinge e mi spingerà continuamente a fare il possibile, l’umanamente possibile ora, e nel futuro, per salvare il salvabile. Per salvare e proteggere la meravigliosa bellezza della terra.

Debbo farlo per consegnare un futuro ai miei figli e alle generazioni che verranno dopo di me, che hanno diritto a vivere in un pianeta abitabile, e bello.

Per far questo, so già che non basterà migliorare me stesso. Dovrò uscire fuori, unirmi ad altre persone, comprendere insieme quanto tutto ciò è importante. Non potrò più stare fermo.

Come scrive James Hillman ne Il linguaggio della vita, credo che lavorare solo su se stessi, o al massimo sui rapporti personali, non sia affatto sufficiente.  Se le stanze in cui viviamo hanno una forma sbagliata e sono costruite con materiali scadenti; se indossiamo vestiti sintetici e respiriamo aria inquinata, con un contenuto ionico sbagliato; se dormiamo tra lenzuola sintetiche studiate per non doverle stirare invece che per aiutarci a dormire bene, e i cibi sono alterati, le conversazioni insulse e le città rumorose... Se il mondo intero è ammalato, non possiamo illuderci di guarirlo instaurando un buon dialogo terapeutico e andando in cerca dei significati profondi.  Non è più una questione di significato, ma di sopravvivenza.