28/11/12

Caproni: domani a Roma un'antologia e un convegno.




In occasione del centenario dalla nascita del poeta Giorgio Caproni (Livorno, 7 gennaio 1912 - Roma, 22 gennaio 1990) la 'Dante Alighieri' pubblica un'antologia degli scritti del poeta e promuove un convegno nazionale di studi, giovedi' alle 16,30, al Palazzo Firenze di Roma. 

L'antologia 'Giorgio Caproni' propone una quarantina delle sue più note poesie, alcuni brani in prosa e lettere a parenti e ad altri scrittori. Tutti i testi sono introdotti e annotati da Francesco De Nicola, professore di Letteratura Italiana Contemporanea, e Maria Teresa Caprile, che insegna Letteratura e cultura italiana a stranieri, entrambi dell'Universita' di genova. 

Durante il convegno, dal titolo desunto da una sua poesia, 'Caproni, vivo tra i vivi', verra' presentato il libro e i tre docenti universitari Alfonso Belardinelli, Ermanno Paccagnini e Marcello Carlino, illustreranno la vita e l'attivita' letteraria di Caproni. 

26/11/12

Pietro Citati: Flaubert, ritratto d'artista da giovane solitario.




Riporto qui una anticipazione del bellissimo articolo comparso il 20 novembre 2012 sul Corriere della Sera, su Gustave Flaubert, firmato da Pietro Citati. 


Flaubert, ritratto d'artista da giovane solitario Era nato per il riso, il grottesco e la buffoneria ma con la malattia scoprì il senso della rinuncia

A ventun anni Gustave Flaubert era bellissimo: di una bellezza eroica, scrisse Maxime du Camp. Aveva una pelle bianca leggermente rosata sulle guance, lunghi capelli fini e ondeggianti, era alto e largo di spalle, aveva la barba abbondante e di un biondo dorato, gli occhi enormi, color verde mare, protetti da sopracciglia nere: mentre una voce echeggiante come un suono di tromba, i gesti eccessivi e un riso squillante ricordavano i giovani condottieri galli che avevano lottato contro le armate romane. Salmodiava la prosa, urlava i versi, s'infatuava di una parola che ripeteva sino alla sazietà, riempiva tutto col suo rumore, sdegnava le donne attratte dalla sua bellezza, svegliava gli amici alle tre del mattino per portarli a vedere un effetto di chiaro di luna sulla Senna. Aveva un'immensa vitalità fisica. Sembra che solo il mare potesse fronteggiarlo. La primavera e l'estate era sempre nell'acqua, nella Manica e nella Senna, nuotando e vogando su un canotto, che il padre gli aveva acquistato.

Il padre gli aveva imposto di studiare legge, abbandonando la letteratura; e il 10 novembre 1841 si iscrisse alla facoltà di Diritto di Parigi, sebbene continuasse ad abitare a Rouen. L'8 gennaio 1842 era a Parigi. Discese all'Hôtel de l'Europe, rue Le Pelletier, e scrisse alla madre. «Tutto è bene, tutto va bene, tutto va per il meglio possibile, come dice Candide»: poi si informò sul programma e gli orari del corso del primo anno. Ma il diritto non era, per Flaubert, «il migliore dei mondi possibili». «La giustizia umana», scrisse qualche mese dopo a un amico, «è per me quello che c'è di più buffonesco al mondo, un uomo che ne giudica un altro è uno spettacolo che mi farebbe crepare dal ridere, se non mi facesse pietà... Non vedo nulla di più idiota del diritto, se non lo studio del diritto. Ci lavoro con un estremo disgusto».

Malgrado queste dichiarazioni, cominciò a studiare legge, a Rouen e nell'appartamento che aveva affittato a Parigi al numero 19 della rue de l'Est. Era furibondo. «Il diritto mi uccide - scriveva il 25 giugno 1842 a Ernest Chevalier -, mi abbrutisce, mi sconnette, mi è impossibile lavorarci. Quando sono rimasto tre ore con il naso sul Codice, durante le quali non ho capito nulla, mi è impossibile andare oltre, mi suiciderei». «Voglio finirla prima possibile - ripeteva il 10 dicembre alla sorella Caroline -, perché non può durare più a lungo così, finirei per cadere in una condizione di idiotismo o di furore. Questa sera, per esempio, sento simultaneamente queste due piacevoli condizioni di spirito». «Sono così irritato, così infastidito, così furioso - continuava 5 mesi dopo -. Qualche volta ho voglia di dare dei pugni al mio tavolo e di far volare tutto a pezzi: poi, quando l'accesso è passato, mi accorgo dalla mia pendola che ho perso mezz'ora in geremiadi, e mi rimetto ad annerire della carta e a voltare le pagine più velocemente di prima». Bestemmiava spaventosamente, alternava ruggiti e sbadigli, pestava i piedi, gettava grida di desolazione.

Quando lo studio del diritto non gli offuscava la mente, faceva la parte del Garçon: un ruolo ilare, grottesco, rabelaisiano, che derideva l'immensa idiozia del mondo, e insieme se stesso. Se entrava in questa parte, non poteva uscirne. Diceva e ripeteva levando le braccia in un gesto di ammirazione: «Non so se tu capisci la grandezza di questo: quanto a me, lo trovo enorme (anzi: hénaurme)». E gridava. «È enorme! Enorme!». Quando gli amici non condividevano il suo entusiasmo, li trattava da bourgeois, che era la sua massima ingiuria. A Parigi, cenava frequentemente da Dagneau, rue de l'Ancienne Comédie, insieme a Louis de Cormenin, Maxime du Camp e Alfred Le Poittevin. Restavano sino all'ora della chiusura, chiacchierando con i gomiti sul tavolo. Parlavano di tutto, tranne che di politica. Dalla personalità di Dio e dall'identità dell'io fino alle buffonerie dei piccoli teatri, tutto era buono per gettarsi in teorie a perdita d'occhio. «Saltavamo - continua Maxime du Camp - da un soggetto all'altro senza preoccuparci troppo delle transizioni. Mi ricordo una conversazione a proposito di una farsa recitata allora al Palais-Royal, che continuò con l'analisi del libro di Gioberti sull'estetica, e finì con l'esposizione delle Idee ebraiche di Herder».

Malgrado la compagnia degli amici, aveva una profondissima nostalgia per la famiglia. Scriveva a Caroline: «Ora sono tutto solo che penso a voi, immaginando quello che fate. Siete là tutti accanto al fuoco, dove io solo manco. Si gioca al domino, si grida, si ride, si è tutti insieme, mentre io sono qui come un imbecille, con i due gomiti sulla tavola a non sapere che fare... Amo la mia vecchia stanza di Rouen, dove ho passato delle ore così tranquille e così dolci, quando sentivo attorno a me tutta la casa muoversi, quando tu venivi alle quattro per fare della storia o dell'inglese, e invece di storia e inglese parlavi con me fino a cena. Per amar vivere in qualche luogo, bisogna viverci da molto tempo. Non è in un giorno che si scalda il proprio nido». «Quando penso a voi altri, qualcosa di buono e di dolce mi rianima e mi rinfresca, mille tenerezze gaie mi tornano al cuore, e vado dall'uno all'altro guardandovi tutti andare, venire, parlare col suono della vostra voce».

A Rouen, amava soprattutto Caroline, il suo «topo», il suo «topolino»: «Se mi ami molto è giusto, perché io ti 
ho molto amata». A Caroline era legato da una strettissima complicità: insieme condividevano la letteratura e il riso - le due divinità di Gustave. «Ho nelle orecchie il tuo riso sonoro e dolce, quel riso per il quale mi farei crepare in buffonerie, per il quale darei la mia ultima facezia, persino la mia ultima goccia di saliva». A volte, solo, nella camera di Parigi, faceva smorfie nello specchio, o gettava il grido del Garçon, come se la sorella fosse là per vederlo e ammirarlo. «Che sciocchezze dirò e farò nella carrozza con te! Quali smorfie e quali buffonerie! Ti prometto un riso come non ne hai mai sentito». Intanto, Caroline era a Rouen: disegnava, dipingeva, suonava il piano; e pensava al fratello, desiderava vederlo e parlargli. Senza il fratello la casa era vuota e triste: anzi, faceva «vomitare di noia».

25/11/12

La poesia della Domenica - 'Cosa che non trovo' di Giulio Marzaioli.






Cosa che non trovo, che ne so il nome
e il suono, ma non dove. Qualche cosa
e la parola sua che smuove l'aria
ma non si trova anch'essa, non si posa.



Giulio Marzaioli, da La Lente, I Quaderni di Orfeo, Milano 2005.


23/11/12

Scrittori: nel 2013 per C. S. Lewis un posto d'onore nella Westminster Abbey.


Lo scrittore britannico CliveStaples Lewis (1898-1963) conquisterà un posto d'onore nella Westminster Abbey nel 2013. 

Un memoriale di marmo sara' inaugurato nella storica abbazia di Londra il 22 novembre dell'anno prossimo, giorno esatto del cinquantesimo anniversario della morte dell'autore del ciclo di romanzi "Le cronache di Narnia" (con 100 milioni di copie vendute nel mondo) e segnera' il culmine delle celebrazioni commemorative che si svolgeranno in suo onore in Gran Bretagna durante tutto il 2013. 

Il nome di Lewis sara' scolpito in un monumento nel Poets'Corner, il mitico 'angolo dei poeti' di Westminster dove si trovano le iscrizioni marmoree e le tombe in ricordo di grandi nomi della letteratura inglese come William Shakespeare, Geoffrey Chaucher, John Keats, William Blake, Charle Dickens e T.S. Eliot, grazie ad una tradizione che va avanti da quasi 600 anni. 

L'annuncio dell'ingresso dell'autore di "Lettere a Berlicche" nel Poets' Corner e' stato dato dal reverendo Vernon White, canonico e teologo della Westminster Abbey. "C.S. Lewis e' stato uno straordinario, immaginifico e rigoroso scrittore e pensatore", ha detto White parlando con la Bbc, "e soprattutto e' stato un convinto sostenitore della fede cristiana e della sua capacita' di essere credibile e attrattiva". 

Lo scrittore, ha aggiunto il teologo di Westminster, ha avuto ed ha ancora "una durevole influenza sulla nostra vita culturale". 

L'ultimo scrittore a fare il suo ingresso nell"angolo dei poeti' dell'abbazia e' stato nello scorso dicembre Ted Hughes. 

21/11/12

Poesia: scoperti versi inediti di Umberto Saba.




Del tanto che l'anno passato 
soffrimmo, del freddo, del vento, 
i brividi a volte risento
qui, ne la mia pace, se fuori 
odo con gli interminabili 
fili garrire la bora, 
Giorgio, quel freddo di allora 
certo tu l'hai obliato. 

Sono i primi versi di una poesia inedita diUmberto Saba, trovata fra le carte degli archivi di Anita Pittoni, nel fondo che doveva costituire il nucleo portante del Centro di Studi Triestini. 

Il Centro fu ideato dalla Pittoni nel 1966 con lo scopo di raccogliere il meglio della produzione manoscritta degli scrittori triestini, da Giotti a Saba a Svevo. 

La Pittoni non trovò però il sostegno per il suo progetto ma, ciononostante, continuò a raccogliere materiali, documenti, manoscritti da tutti gli artisti e gli scrittori che frequentava.

Un fondo, insomma, in parte di proprietà del Comune e in parte dell'editore Simone Volpato. 

La poesia inedita, senza data, è della parte di proprietà di Volpato, che la esporrà nella mostra alla Biblioteca Statale 'Stelio Crise' intitolata 'Anita Pittoni: carte private'. 

20/11/12

Intervista a Zygmunt Bauman, oggi: "L'amore, la routine, il tradimento, la fedeltà."



Amarsi e rimanere insieme tutta la vita. Un tempo, qualche generazione fa, non solo era possibile, ma era la norma. Oggi, invece, è diventato una rarità, una scelta invidiabile o folle, a seconda dei punti di vista. Zygmunt Bauman sull`argomento è tornato più volte (lo fa anche nel suo ultimo libro: Cose che abbiamo in comune, pubblicato da Laterza). I suoi lavori sono ricchi di considerazioni sul modo di vivere le relazioni: oggi siamo esposti a mille tentazioni e rimanere fedeli certo non è più scontato, ma diventa una maniera per sottrarre almeno i sentimenti al dissipamento rapido del consumo. Amore liquido, uscito nel 2003, partiva proprio da qui, dalla nostra lacerazione tra la voglia di provare nuove emozioni e il bisogno di un amore autentico.

Cos'è che ci spinge a cercare sempre nuove storie?

«Il bisogno di amare ed essere amati, in una continua ricerca di appagamento, senza essere mai sicuri di essere stati soddisfatti abbastanza. L`amore liquido è proprio questo: un amore diviso tra il desiderio di emozioni e la paura del legame».

Dunque siamo condannati a vivere relazioni brevi o all`infedeltà... 

«Nessuno è"condannato". Di fronte a diverse possibilità sta anoi scegliere. Alcune scelte sono più facili e altre più rischiose. Quelle apparentemente meno impegnative sono più semplici rispetto a quelle che richiedono sforzo e sacrificio». 

Eppure lei ha vissuto un amore duraturo, quello con sua moglie Janina, scomparsa due anni fa.
«L`amore non è un oggetto preconfezionato e pronto per l`uso. È affidato alle nostre cure, ha bisogno di un impegno costante, di essere rigenerato, ricreato e resuscitato ogni giorno. Mi creda, l`amore ripaga quest`attenzione meravigliosamente. Per quanto mi riguarda (e spero sia stato così anche per Janina) posso dirle: come il vino, il sapore del nostro amore è migliorato negli anni».

Oggi viviamo più relazioni nell`arco di una vita.Siamo più liberi o solo più impauriti 

«Libertà e sicurezza sono valori entrambi necessari,ma sono in conflitto tra loro. Il prezzo da pagare per una maggiore sicurezza è una minore libertà il prezzo di una maggiore libertà è una minore sicurezza. La maggior parte delle persone cerca di trovare un equilibrio, quasi sempre invano».

Lei però è invecchiato insieme a sua moglie: come avete affrontato la noia della quotidianità? Invecchiare insieme è diventato fuori moda? 

«E' la prospettiva dell`invecchiare ad essere ormai fuori moda, identificata con una diminuzione delle possibilità di scelta e con l`assenza di"novità". Quella"novità" che in una società di consumatori è stata elevata al più alto grado della gerarchia dei valori e considerata la chiave della felicità. Tendiamo a non tollerare la routine, perché fin dall`infanzia siamo stati abituati a rincorrere oggetti "usa e getta", da rimpiazzare velocemente. Non conosciamo più la gioia delle cose durevoli, frutto dello sforzo e di un lavoro scrupoloso.

Abbiamo finito per trasformare i sentimenti in merci. Come possiamo ridare all`altro la sua unicità? 

«Il mercato ha fiutato nel nostro bisogno disperato di amore l`opportunità di enormi profitti. E ci alletta conia promessa di poter avere tutto senza fatica: soddisfazione senza lavoro, guadagno senza sacrificio, risultati senza sforzo, conoscenza senza un processo di apprendimento. L`amore richiede tempo ed energia. Ma oggi ascoltare chi amiamo, dedicare il nostro tempo ad aiutare l`altro nei momenti difficili, andare incontro ai suoi bisogni e desideri più che ai nostri, è diventato superfluo: comprare regali in un negozio è più che sufficiente a ricompensare la nostra mancanza di compassione, amicizia e attenzione. Ma possiamo comprare tutto, non l`amore. Non troveremo l`amore in un negozio. L`amore è una fabbrica che lavora senza sosta, ventiquattro ore al giorno e sette giorni alla settimana».

Forse accumuliamo relazioni per evitare i rischi dell`amore, come se la "quantità" ci rendesse immuni dell`esclusività dolorosa dei rapporti. 

«É così. Quando ciò che ci circonda diventa incerto, l`illusione di avere tante "seconde scelte", che ci ricompensino dalla sofferenza della precarietà, è invitante. Muoversi da un luogo all`altro (più promettente perché non ancora sperimentato) sembra più facile e allettante che impegnarsi in un lungo sforzo di riparazione delle imperfezioni della dimora attuale, per trasformarla in una vera e propria casa e non solo in un posto in cui vivere. "L`amore esclusivo" non è quasi mai esente da dolori e problemi- ma la gioia è nello sforzo comune per superarli».

In un mondo pieno di tentazioni, possiamo resistere? E perché? 

«È richiesta una volontà molto forte per resistere. Emmanuel Lévinas ha parlato della "tentazione della tentazione". E' lo stato dell`"essere tentati" ciò che in realtà desideriamo, non l`oggetto chela tentazione promette di consegnarci. Desideriamo quello stato, perché è un`apertura nella routine. Nel momento in cui siamo tentati ci sembra di essere liberi: stiamo già guardando oltre la routine, ma non abbiamo ancora ceduto alla tentazione, non abbiamo ancora raggiunto il punto di non ritorno. Un attimo più tardi, se cediamo, la libertà svanisce e viene sostituita da una nuova routine. La tentazione è un`imboscata nella quale tendiamo a cadere gioiosamente e volontariamente».

Lei però scrive: «Nessuno p uò sperimentare due volte lo stesso amore e la stessa morte». Ci si innamora una sola volta nella vita? 

«Non esiste una regola. Il punto è che ogni singolo amore, come ogni morte, è unico. Per questa ragione, nessuno può "imparare ad amare", come nessuno può "imparare a morire". Benché molti di noi sognino di farlo e non manca chi provi a insegnarlo a pagamento».

Nel `68 si diceva: «Vogliamo tutto e subito». Il nostro desiderio di appagamento immediato è anche figlio di quella stagione? 

«Il 1968 potrebbe essere stato un punto d`inizio, ma la nostra dedizione alla gratificazione istantanea e senza legami è il prodotto del mercato, che ha saputo capitalizzare la nostra attitudine a vivere il presente». 

I "legami umani" in un mondo che consuma tutto sono un intralcio? 

«Sono stati sostituiti dalle "connessioni". Mentre i legami richiedono impegno, "connettere" e "disconnettere" è un gioco da bambini. Su Facebook si possono avere centinaia di amici muovendo un dito. Farsi degli amici offline è più complicato. Ciò che si guadagna in quantità si perde in qualità. Ciò che si guadagna in facilità (scambiata per libertà) si perde in sicurezza».

Lei e Janina avete mai attraversato una crisi? 

«Come potrebbe essere diversamente? Ma fin dall`inizio abbiamo deciso che lo stare insieme, anche se difficile, è incomparabilmente meglio della sua alternativa. Una volta presa questa decisione, si guarda anche alla più terribile crisi coniugale come a una sfida da affrontare. L`esatto contrario della dichiarazione meno rischiosa: "Viviamo insieme e vediamo come va...". In questo caso, anche un`incomprensione prende la dimensione di una catastrofe seguita dalla tentazione di porre termine alla storia, abbandonare l`oggetto difettoso, cercare soddisfazione da un`altra parte».

Il vostro è stato un amore a prima vista? 

«Sì, le feci una proposta di matrimonio e, nove giorni dopo il nostro primo incontro, lei accetti). Ma c`è voluto molto di più per far durare il nostro amore, e farlo crescere, per 62 anni».

fonte Raffaella De Santis - Repubblica.it pubblicata il 20 novembre 2012. 

18/11/12

Poesia della domenica - 'In albis' di Fabrizio Falconi.







In albis 


Come profezia
i giorni lunghi di novembre
sono arrivati. E' quieta
la danza dei propositi,
e stupefacente
la conta degli assenti.
Nube bianca si srotola dai monti
ogni alba prepara
la sua santa ribellione.





Fabrizio Falconi -  da Candomblé (1997) - tratto da Sub specie aeternitatis, Roma, 2003, Aletti.

16/11/12

Musica - Ramin Bahrami: "Bach mi ha salvato la vita".




'Mamma Decca', come la chiama Ramin Bahrami, lancia il suo specialista bachiano di punta con una biografia veloce in contemporanea con l'uscita delle Suite Inglesi.

Ramin ci racconta la sua storia come fosse Le mille e una notte: una favola triste con un lieto fine.

Dalla famiglia agiata (il nonno era il piu' importante archeologo persiano) alla morte del papa' per mano dei fondamentalisti di Khomeini, al viaggio-fuga in Italia con la mamma per continuare l'itinerario artistico, tra molte difficolta' anche economiche, Ramin recita un mantra che nasce dalle ultime parole di suo padre: suona Bach e non sarai mai solo, le tue ferite saranno sanate, la tua via sara' luminosa.

Ramin conosce i piu' eminenti solisti del Kantor, da Rosalyn Tureck ad Alexis Weissemberg, fino ad Andras Schiff, studia con loro ed assimila ma non rinuncia ad una visione personale, fortemente influenzata da Glenn Gould. In Italia, Bahrami e' una star: e' ospite regolare dell'Infedele di Gad Lerner, anche se sulle sue esibizioni il popolo del web si divide in detrattori ed entusiasti (ma la sua interpretazione dell'Arte della Fuga del 2006 ha realizzato un 'five stars' su All Music).

Ha già al suo attivo l'organizzazione di un Bach Festival svoltosi per la prima volta a Firenze a marzo e ha suonato per il Papa. A 36 anni il folletto iraniano sembra aver capito molto bene soprattutto una cosa: suonare e' importante ma comunicare e' fondamentale.

15/11/12

Le primarie, X-factor, e il giudizio-pappa.




Credo che la capacità di discernere, ovvero di esercitare un giudizio sia - al pari di molte e diverse attività umane - legata all'esercizio che di essa si fa.  

Esattamente come l'esercizio di un muscolo, la capacità di discernimento e di giudizio, se non viene esercitata, si atrofizza.  

Si diventa incapaci di esercitare un vero giudizio, perché non si ha (più) la forza di analisi, necessaria per elaborare un vero giudizio (non parliamo nemmeno di merito). 

Ci pensavo l'altra sera, assistendo al duello televisivo per le primarie del centrosinistra, in perfetto stile x-factor, con i 5 candidati tutti uguali, tutti perfetti e corretti, con il loro bel minutino a disposizione, il bravo presentatore con la busta in mano e gli urletti del pubblico alle varie battute, esattamente come durante una puntata del reality di Sky, mentre le ragazze esibiscono le ugole. 

Pensavo a questo constatando che anche io ero molto più attento a giudicare il tono della cravatta di Renzi (forse era meglio senza?), la pettinatura un po' in disordine della Puppato, l'orecchino di Vendola, la giacca stazzonata di Tabacci, le smorfiette di Bersani. 

X-factor, dicevamo. Uno ci pensa e dice: ma perché i giudizi sul talento di aspiranti  fuoriclasse del canto devono essere affidati a Morgan (chi mai ricorda nella vita una sola canzone cantata da Morgan?), a Simona Ventura (quale titolo avrà mai per giudicare cantanti e canzoni?), a Arisa (ma chi è?), a Elio (un ottimo guitto, che ha poco a che fare col canto)? 

Poi però, guardando da casa le primarie, ho detto: no, hanno ragione loro.  Il giudizio, oggi, è una pappa. Come un muscolo flaccido, è diventato pappa.  Per giudicare aspiranti cantanti vanno bene anche Arisa, Elio, Simona, Morgan: quattro buoni (a nulla) della porta accanto.  In fondo son come noi che guardiamo i cinque candidati sul palco delle primarie.  Il nostro giudizio dipenderà da poco. Anzi, da niente.  Al prossimo giro, si ricomincia.   E sul palco sarà qualcun altro a cantare.  Gli stessi, noi o loro, dal pubblico, a far finta di scegliere chi eliminare.

Fabrizio Falconi


11/11/12

La poesia della Domenica - Little Gidding di Thomas S. Eliot








                                   Se tu venissi qui,
per una strada qualsiasi, partendo da un posto qualunque,
in qualunque ora e in qualunque stagione,
accadrebbe sempre lo stesso: dovresti spogliarti
del senso e dell'idea. Non sei qui per provare,
per istruirti, per soddisfare la curiosità
o preparare un rapporto. Tu sei qui per inginocchiarti
dove la preghiera ha una ragione. La preghiera è più
che un ordine di parole, ma l'impegno cosciente
della mente in preghiera, o il suono della voce in preghiera.
Quanto i morti, da vivi, non pronunziavano
possono dirtelo, essendo morti: la manifestazione
dei morti avviene con lingue roventi, oltre l'idioma dei vivi.
Qui l'incrocio con l'attimo senza tempo
è l'Inghilterra e nessun posto. Mai e sempre.


Thomas E. Eliot, da Little Gidding, Four Quartets (Quattro Quartetti) - da vv. 39 traduz. di Elio Grassi, Palomar, 2000

09/11/12

Obama - Pamuk gli fa i complimenti e gli consiglia: "Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta".



Da Orham Pamuk al presidente Barack Obama un consiglio letterario: leggere il prima possibile 'Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta'. 

Secondo lo scrittore premio Nobel, il libro di Robert Pirsig dovrebbe essere lettura obbligata per ogni presidente americano perché "è basato sulla vastità dell'America e la ricerca individuale di valori e del senso della vita". 

'Zen' non e' un romanzo, ha detto Pamuk al New York Times: "ma fa quello che qualsiasi romanzo serio dovrebbe fare, e lo fa meglio di molti grandi romanzi: creare filosofia dai piccoli dettagli della vita". 

Lo scrittore di Neve, Il Mio Nome e' Rosso e Museo dell'innocenza ha grande stima di Obama anche come autore: "Lo conoscevo per Sogni da Mio Padre, un ottimo libro".

07/11/12

Intervista a Jean D'Ormesson - "Sono un agnostico tentato di credere."



Celebra le donne e la Ragione, il sacro e il dovere, la Storia e il romanzo, in una trentina di libri come La Gloire de l’Empire, Histoire du Juif errant; la Douane de mer o Une fête en larmes: Jean d’Ormesson è uno degli scrittori francesi più conosciuti e soprattutto più amati dai suoi lettori. Entrato all’Académie française nel 1973, è stato, a 48 anni, il più giovane accademico da lungo tempo. Aristocratico, repubblicano, innamorato di Chateaubriand e di Venezia, è un erede dei Lumi per la sua cultura enciclopedica, un libero pensatore affermato e soprattutto un focoso innamorato della vita e dei suoi piaceri. Dall’alto delle sue 81 primavere piene di fascino e di vitalità, Jean d’Ormesson è, da solo, una parte del patrimonio letterario francese. Agnostico, flirta volentieri con il problema di Dio.

Si ritrova Dio nella maggior parte dei suoi libri. Come può spiegarlo quell’agnostico che lei dice di essere?

Infatti Dio è presente nei miei libri. Au plaisir de Dieu, per esempio, mette in primo piano il patriarca di una grande famiglia, ma in realtà, dietro il destino della sua discendenza, Dio appare come il primo personaggio del libro. Dio è una grande domanda, forse la sola, e mi abita da sempre. Dio e il tempo costituiscono un doppio tema che da molto tempo mi perseguita. Devo farle una confidenza: ho fatto degli studi che mi hanno portato alla Scuola Normale superiore, e poi all’aggregazione in filosofia. Ma segretamente ho sempre voluto studiare la storia delle religioni che mi appassionava fin dall’infanzia. Quando ero studente invidiavo i compagni che studiavano ebraico e che risalivano così alla fonte dei grandi testi religiosi. Per questo motivo rimpiango molto di essere stato troppo pigro per imparare questa lingua e l’arabo. D’altronde nella filosofia non mi piaceva molto la logica né la psicologia: mi piaceva la storia della filosofia. Così, non avendo studiato la storia delle religioni, ho fatto la storia della filosofia.

Da dove le proviene questo interesse per le religioni?

Prima di tutto è un interesse puramente intellettuale che parte non dal problema di Dio, ma da quello dell’uomo. Roger Caillois, questo scrittore ateo così difficile a capirsi, capace di scrivere sull’uomo e sul sacro come sulle meduse, mi aveva detto un giorno quanto era colpito nel constatare che l’evoluzione va sempre nello stesso senso e che il caso dell’evoluzione non ha mai distrutto la salita dell’uomo. Infatti si va sempre verso la crescita della complessità. Perché? Vi sono due risposte possibili: il caso e la necessità da un lato, la creazione del mondo da parte di un Dio buono dall’altro. Questo interrogativo non finisce mai di preoccuparmi.

Verso quale parte propende?

Non credo nel Dio rivelato delle religioni, ma l’ipotesi secondo la quale l’universo è frutto del caso e dalla necessità mi sembra un’idea folle. Accetto tutto dell’evoluzione, ma perché la necessità sfuggirebbe all’investigazione filosofica? Credo bene che la materia sia energia, ma il tempo? Il tempo è una realtà strettamente spirituale: dov’è l’avvenire se non nel nostro spirito? Dov’è il passato? Jaurès è esistito, Alessandro Magno è esistito. Ma dove si trovano? Soltanto nel nostro spirito! Tuttavia è formidabile, entusiasmante! L’avvenire si cambia in presente per trasformarsi in passato; viviamo continuamente in un presente che non esiste. Perché in fondo non c’è presente, ma piuttosto una frangia fra l’avvenire e il passato. E noi viviamo costantemente in questo spazio che non esiste. È come se Dio ci mostrasse che il mondo fosse metafisico. Per me, Dio e il tempo sono legati da uno stesso interrogativo. Un altro esempio che turba è la teoria del big bang, accettato quasi all’unanimità dalla comunità scientifica, la quale però non si accorda sulla domanda che segue: il big bang è all’origine del tempo o è ciò che avviene nel tempo? Da parte mia, io penso che è il big bang che ha creato il tempo. Ma è possibile anche che il big bang abbia preceduto l’universo. Aristotele ci ha insegnato che il mondo era eterno, infinito, immobile. Ora la scienza ci ha rivelato il contrario: l’universo ha una storia, quel che negava Aristotele. Da questo a dire che il big bang è la creazione… Capisco che i papi si siano impadroniti dell’idea: era allettante. La regolazione dell’universo è un argomento che perora la causa di una intelligenza superiore e trascendente che le religioni chiamano Dio. 
Oppure si può dire che il caso è un bravo ragazzo…

Lei dice che Dio prima di tutto per lei è una preoccupazione intellettuale. Le sue problematiche non sono state guidate dall’educazione religiosa che le è stata inculca dai genitori?

No. E con ragione : mio padre non mi ha fatto dare un’educazione religiosa. Era quel che oggi si chiamerebbe un cristiano di sinistra, un democratico popolare, come si diceva allora, uscito da una famiglia di parlamentari segnata dal giansenismo. Ricordo di averlo sentito dire quando ero bambino: “Oh, tutto questo… Non è molto sicuro.” Quel “tutto questo” era Dio, la Vergine Maria, gli angeli. Mi ha impressionato a quel tempo: bisogna fare attenzione a quel che si dice ai bambini piccoli… Ho avuto una vita incredibilmente protetta da una famiglia amante e coraggiosa. Devo a mia madre di aver imparato i rituali religiosi. Essa veniva da una famiglia reazionaria, molto di destra e molto cattolica, Mi hanno insegnato le preghiere, ma non ho mai avuto accanto un nonno, né ho frequentato i gesuiti. Non rientrava nell’educazione come mio padre la concepiva: lui era laico e ardentemente repubblicano. E la mia famiglia era evidentemente assai liberale, nel senso antico della parola, cioè molto tollerante.

Da bambino dunque non ha mai avuto la fede?

No, non sono mai stato pio. Quando mi dicevano di pregare, io non pregavo, ma pensavo alle stelle: “Il cielo stellato sopra di noi, la legge morale nell’intimo di noi”, ha scritto Kant. Qualche volte ho avuto l’impressione che bisognasse sforzarsi. Andavo alla messa, ma era già un esercizio sociale. Dalla parte di mia madre, al castello di Saint-Fargeau, c’erano delle processioni che seguivamo, ma da parte mia non c’era alcun fervore.

Le capita però di sentire il desiderio di Dio?

Sì, e in modo pazzesco! Ho sete di Dio. Faccio fatica a credere e però credo che c’è qualche cosa d’altro. In questo la figura del Cristo mi affascina. L’incarnazione è Dio che si fa uomo: vi è obbligato, per farsi conoscere; e per reciprocità, se si fa uomo, l’uomo si fa Dio! In questo risiedono la forza e la bellezza della religione cristiana. Perché Dio non esiste. Se si può dire qualche cosa di lui, è che egli è. Ma non “esiste”. Esistere significa essere in questo tempo che passa, e significa dunque anche morire. Dio è fuori del tempo e delle forme alle quali noi, gli uomini, non possiamo sfuggire. Dio è, e basta. Noi non possiamo conoscerlo: come dice Heidegger, “c’è un essere da qualche parte”. In questo l’incarnazione è un’idea formidabile. Anche i Vangeli mi commuovono profondamente. Come pure il perdono o la comunione dei santi, che sono delle meravigliose invenzioni cristiane.

Lei parla da vero cristiano…

Non ho paura di dire che sono cristiano, ma mi domando se ho il diritto di dirlo, perché non sono praticante e non mi comunico. Ma ho sempre pensato che sarei seppellito da cristiano, e non per ragioni sociali, ma perché mi sento cristiano. Supponiamo che i cristiani siano perseguitati, per fortuna non è il caso nel nostro paese, io credo che dichiarerei a voce alta la mia identità, a meno di non essere un vigliacco. In compenso, nella società cattolica dominante che è la nostra, sono piuttosto un beffardo con i miei compagni atei. Non ho nessuna certezza, ma dopo tutto quello che ci siamo detto, se lei mi chiedesse di rispondere sì o no alla domanda “Dio esiste?”, io le risponderei sì!. Sono un agnostico tentato di credere.

È questa la ragione per cui nel suo ultimo libro, la Création du monde, il suo personaggio principale dialoga con Dio, ma soltanto nei suoi sogni?

Si potrebbe sognare di Dio, se non ci fosse? Io sogno molto di Dio. Questo romanzo è, in questo senso,quasi una autobiografia. In ogni caso questo libro, che non è assolutamente un libro religioso, è per me come una preghiera. Posso persino dire che è stato scritto attraverso di me: mi sembra talora che, come molti altri miei libri, mi sia stato dettato da fuori! Lei sa, quando scrivo, ho sempre l’impressione che si scriva attraverso di me. Non sono molto spiritualista, ma credo che si possa essere attraversati: pensi all’entusiasmo di uno sportivo che compie una gara, o anche all’uomo politico trasportato dal suo discorso. Dio è là. Spesso mi dico che tutto questo è troppo vago, che non faccio che andare a tastoni: sono agnostico e mi dico anche cristiano. In fondo continuo a interrogarmi. Ma non credo che potremmo porci tali problemi se veramente non ci fosse nulla.

Dopo la sua morte si aspetta o spera qualche cosa?

Spero qualche cosa. La resurrezione… Pensi come mi piacerebbe! Il mio destino mi tormenta. Ma è ancora un problema inestricabile. Per esempio, quando scompaiono le persone che amiamo, ci ricordiamo di loro. Quando l’avventura umana sarà terminata, nessuno si ricorderà di tutti gli esseri umani che sono vissuti? Non posso credere che non ci sia memoria nell’universo. E quando scomparirà l’universo, non posso credere che non ci sia una memoria trascendente dell’universo e che tutto questo cada nel nulla. In fondo per Dio non ci sarebbero che due catastrofi: la prima sarebbe di sparire per sempre nell’oblio, ma la seconda sarebbe che si scoprisse con certezza che esiste.

Perché?

Egli è nascosto! Dio è nascosto e deve restarlo, perché noi possiamo interrogarci sulla sua esistenza. Per me la libertà degli uomini sta nel fatto che essi possono negare Dio. Ed è una libertà sacra. Il mondo è fatto in modo che Dio possa passare per un'ipotesi inutile. Ma si può anche dire che, accettando tutto dalla scienza, quest’ultima è egualmente sottoposta a qualche cosa di oscuro che è lo spirito e che lascia continuamente aperto il problema di Dio.

(da Le monde des religions, 21, pp. 78-81 Risposte raccolte da Frédéric Lenoir e Karine Papillaud)

06/11/12

Che fine hanno fatto i "grandi atei" ?






Sono convinto che la progressiva scomparsa della grande fede individuale (cioè degli uomini con grande fede individuale, interiore e pubblica) sta portando nella nostra porzione di mondo, come contraltare alla progressiva scomparsa dei grandi atei. 

La corrente dei grandi atei ha prodotto nella storia delle idee, della letteratura, della filosofia, della teologia,  grandi intelligenze, capaci di analizzare con lucidità ed erudizione, con un pensiero realmente profondo, le buone ragioni della confutazione della credenza religiosa e dell'ateismo.

E il confronto con i grandi spiriti credenti ha prodotto il crogiolo delle idee che hanno alimentato per duemila anni  il pensiero Occidentale.

Anche oggi esistono grandi atei, capaci cioè di dimostrare di sapere ciò che si dice, che sanno argomentare, e che hanno fatto buone letture. Ma sono sempre di meno.

Un sintomo della scomparsa delle ragioni dell'ateismo - riguardo alla fede, e alla questione della/sulla esistenza di Dio/ di un Dio è ad esempio la pubblicazione di un grande gruppo editoriale, pubblicizzata in questi giorni, denominata: Le grandi domande della filosofia e curata da Maurizio Ferraris.

Le domande ci sono tutte - felicità, arte, uguaglianza, bellezza, senso, scienza, pensiero, potere, violenza - meno una: Dio. Esiste Dio o no ? Questo, a quanto a pare, secondo Ferraris non è un tema molto interessante, nonostante la Filosofia se ne occupi da circa 3.000 anni. Eppure sembrerebbe proprio che la quasi totalità della risposta a queste domande dipenda dalla risposta che diamo - o non diamo - a quella.

Scomparsi dunque i temi - e a quanto pare la stessa questione -  di/su fede/ateismo, si assiste invece alla proliferazione di uno pseudo-ateismo piccolo e posticcio, incolto e indistinto, fatto di convinzioni e convenzioni banali, senza nessuno spessore.

La maggior parte degli uomini di oggi non sono tanto atei o non credenti, quanto increduli, scriveva Norberto Bobbio,  ma colui che è incredulo non è fuori dalla sfera della religione. [...] Lo stato d'animo di chi non appartiene più alla sfera del religioso non è l'incredulità, ma l'indifferenza, il non saper che farsene di queste domande. Ma l'indifferenza è veramente la morte dell'uomo

Fabrizio Falconi


05/11/12

Bergman, il maestro raccontato.






«Durante la mia adolescenza Bergman è stato fondamentale. Leggere i suoi libri di memorie, vedere i suoi film e poi scoprire la sua meravigliosa vita teatrale mi hanno dato il coraggio di addentrarmi nei mondi più intricati del mio subconscio, senza per questo temerli o averne paura».

Scrive così Francesca Picozza, autrice romana ed esperta di drammaturgia nordica (ma anche attrice di prosa e di cinema), nella nota personale del volume che ha pubblicato con Sovera Edizioni. Titolo, Ingmar Bergman - Il maestro raccontato, ovvero una biografia contraddistinta dall'approccio personale, emotivo e individuale che la anima. Un libro «che vuole essere una testimonianza, un documento sul grande apporto artistico che Bergman ha donato non solo al teatro svedese ma al teatro in generale», scrive Picozza, precisando che «sebbene la sua fama in Italia sia maggiormente legata alla produzione cinematografica, la carriera di Bergman comprende più di un centinaio di allestimenti teatrali, una quarantina di radiodrammi e quindici produzioni televisive».

Nato ad Uppsala il 14 luglio del 1918 (e scomparso il 30 luglio di cinque anni fa), Bergman viene raccontato - nei tratti intimi, familiari e artistici - dai suoi attori e collaboratori più stretti, che lui ha amato e riconosciuto sempre come la sua unica vera famiglia. Il maestro raccontato consente di accedere alla sfera più personale del grande regista tramite un dialogo aperto “cuore a cuore” con ciascun lettore.

Il testo è arricchito da un’ampia documentazione riguardante le prove e gli allestimenti di numerose messinscene di Bergman, da fotografi del teatro e cinema svedese come Beata Bergström e Bengt Wanselius

Scrive Picozza: «Bergman è stato la presenza determinante seppur silenziosa che, sul set o durante le prove, ha dato l'opportunità all'attore di trasformare l'impossibile in possibile, creando personaggi indimenticabili».


04/11/12

La poesia della Domenica - 'Un pugno contro la porta chiusa' di Albert Ostermaier





Un  pugno contro la porta chiusa


Il tuo magazzino di felicità
fu presto vuoto il tuo cuore
senza sicura e tutto
esaurito per un 
attimo lui non
tornò a ricaricarlo
l'amore rende ciechi per la
forza di un battito del cuore
si è contratto
e batte come un pugno
contro la porta 
chiusa nel petto dell'altro
puoi prenderlo a calci
ma così non 
entrerai all'ombra dei boschi
dietro di lei in cui tu
vorresti sdraiarti a braccia
aperte sopraffatto dalla
delicatezza
dell'erba dai millimetri del 
cielo fra i rami
nel vento il suono attutito
quando le nuvole smettono 
di transitare e sotto
al peso del loro dolore
si dissolvono davanti agli 
ultimi raggi di sole prima
del tramonto regolare
come un'onda giunge
sul diametro dell'
orizzonte il tuo inaspettato
tardivo...


Albert Ostermaier (Muenchen, 30.11.1967)


02/11/12

Le ultime foto di Pier Paolo Pasolini.



Questa foto qui sopra è l'ultima in assoluto che ritrae Pier Paolo Pasolini in vita. E fu scattata da Dino Pedriali  all'alba del 29 ottobre 1975, tre giorni prima della morte. Le foto di Pedriali sono esposte per la prima volta in una mostra, alla Triennale di Milano. Qui sotto un articolo su Pedriali e sulla realizzazione di queste foto. 

Pier Paolo Pasolini nel suo studio, a Sabaudia.

In giro per Roma, alla guida della sua mitica Alfa 2000. Pasolini nel «rifugio» a Torre di Chia, vicino a Viterbo, in una casa immersa nella vegetazione mediterranea dove l'intellettuale scrive, disegna e si mette - letteralmente - a nudo. Sono scatti straordinari, e li ha firmati Dino Pedriali, allora venticinquenne. 


Attenzione alle date: le foto sono state fatte durante la seconda e la terza settimana di ottobre del 1975. Nella notte tra l'1 e il 2 novembre il poeta fu trovato morto sul litorale di Ostia. In quelle due settimane Pasolini commissionò al suo giovane amante un reportage intenso che, stando alle intenzioni dello scrittore, avrebbe dovuto illustrare «Petrolio», il romanzo cui stava lavorando (poi pubblicato postumo). 


La mostra «Pier Paolo Pasolini. Fotografie di Dino Pedriali» (fino al 28 agosto) raccoglie settantotto scatti in bianco e nero sulla quotidianità di Pasolini, ripreso mentre scrive con la sua Olivetti 22 (forse proprio qualche pagina di «Petrolio»), mentre guarda l'obbiettivo con i capelli scompigliati dal vento, mentre legge, mentre dipinge. 


E, soprattutto, mentre è nudo. In questa «consegna del corpo alla fotografia» emerge tutta la grandezza di Pedriali che, giovanissimo e sentimentalmente coinvolto, seppe catturare una sequenza dall'alto valore simbolico: è quella con Pasolini che si muove senza veli per casa, che poi si affaccia alla finestra, cercando quasi con stupore, in un gioco di sguardi con l'obbiettivo nascosto del fotografo, Dino Pedriali. 


I due si erano accordati per scegliere gli scatti migliori del servizio il 2 novembre del '75: sappiamo che Pasolini non ebbe più la possibilità di vederli. 

Che ne fu di tutti quegli scatti, segno di un fortissimo legame tra il giovane fotografo e l'intellettuale scomparso? L'allora sindaco di Roma Giulio Carlo Argan le usò per organizzare una mostra, altri scatti furono pubblicati («i giornali se ne appropriarono invocando il diritto di cronaca», racconta Pedriali). 

Si deve alla costanza di Giovanna Forlanelli, editore di Johan&Levi, la pubblicazione, per la prima volta in un volume, di questo reportage che nelle intenzioni di Pasolini doveva servire a illustrare il suo romanzo più discusso e che invece, beffardamente, vale ora come suo testamento artistico. 

Di questo ha parlato, ieri in Triennale, Dino Pedriali: «Sono l'unico custode del corpo del poeta», ha detto in un momento di estrema commozione, inveendo contro la politica («che non ha mai amato Pasolini») e contro un articolo di Walter Veltroni uscito sull' «Espresso» lo scorso febbraio («Tutti gli anni si parla di Pasolini e immancabilmente spunta fuori la tesi del complotto politico»). Poi si è tolto le vesti, rimanendo nudo davanti agli scatti, nudi, di Pier Paolo Pasolini, sotto lo sguardo di giornalisti e addetti al museo. 


In mano un coltello in una provocazione disperata, come la domanda contenuta nella sua introduzione al volume che accompagna la mostra: «Ero l'unico che aveva il corpo del poeta intatto. La cultura si è nutrita almeno del suo pensiero?».

2 novembre: Nabokov e la Morte.



La vita è una grande sorpresa. Non vedo perché la morte non potrebbe esserne una anche più grande. 

Vladimir Vladimirovič Nabokov  (Pietroburgo 23 aprile 1899 - Montreux, 2 luglio 1977)

01/11/12

La celebrazione dei Santi - Fratel Konrad da Parzham.




Nel giorno in cui si celebrano i Santi, propongo qui un breve ritratto di un santo 'minore'. 

La foto qui sopra fu realizzata il 21 aprile del 1894. E’ un esemplare molto importante, per diversi motivi, uno dei quali è quello di rappresentare l’unico scatto originale esistente, di un santo tedesco, prima di Edith Stein, canonizzata da Giovanni Paolo II pochi anni fa, l’11 ottobre 1998, nata a Breslavia, città passata oggi in territorio polacco con il nome di Wroclaw.

Nessun altro santo, dei molti prodotti dal cattolicesimo tedesco, fu mai fotografato.

Nessuno, tranne San Konrad da Parzham, frate cappuccino, nato l’antivigilia di natale del 1818 a Parzham a pochi chilometri da Passau, nell’estremo lembo orientale della Baviera.

Fratel Konrad fu fotografato il giorno della sua morte. Il santo, che aveva allora 76 anni, è ritratto composto nel saio francescano, la barba bianca lunga, l’espressione serena, come se fosse dormiente, la testa poggiata su un voluminoso cuscino bianco, le mani serrate intorno ad un piccolo crocefisso di legno, e a un messale.

Sembra quasi incredibile: a questo umile frate cappuccino sono oggi dedicate, nei quattro angoli nel mondo, ben 175 chiese. Dagli Stati Uniti al Cile, dal Madagascar alla Nuova Guinea.

La vicenda di Fratel Konrad mi ricordava da vicino quella di un altro Santo della Chiesa, anche lui frate cappuccino, a me molto più familiare perché veneratissimo patrono del paese reatino dal quale la mia famiglia, da molte generazioni, discende: San Giuseppe da Leonessa, al secolo Eufranio Desideri, nato nel 1556, che dal piccolo borgo appenninico, finì addirittura a predicare a Costantinopoli, sotto il regno del sultano Amurat III. E sembra che proprio a causa di questa ambizione ‘sconsiderata’ di provare a convertire niente di meno che il Sultano, si debba il terribile supplizio del gancio al quale Eufranio fu sottoposto, riuscendo per il resto a sopravviverne, e a far ritorno vivo al suo paese.

Al Santo leonessano, fra l’altro, Konrad da Parzhan sembrava perfino somigliare nei tratti del volto, almeno a giudicare dalle molte raffigurazioni e dipinti che avevo visto durante la mia infanzia nelle molte chiese di quel borgo. Della storia di questi ‘santi minori’ è fatta la storia dell’Occidente, prima che della Chiesa. E a leggere la vicenda terrena di Fratel Konrad, si ha la conferma che la strada della santità non è per forza lastricata di miracoli, prodigi o stimmate.

Lo avrei capito meglio una volta arrivato ad Altotting, luogo in Italia non molto conosciuto, ma pur sempre il quinto santuario più visitato d’Europa, nonostante si trovi esattamente al centro di quella vecchia mitteleuropa ormai in avanzata fase di de-cristianizzazione.

Ad Altotting, Fratel Konrad arrivò quando aveva 31 anni. Era nato con il nome di Hans Birndorfer, un bimbo come tanti, figlio di contadini. Poi, l’incontro con la fede, come spesso succedeva in quegli anni conclamatosi nel corso di interminabili pellegrinaggi a piedi, per le chiese e gli eremi di preghiera di cui è disseminata la campagna di Passau. Fino ad Altotting, città da cui però Konrad non tornò più indietro.

Ad Altotting si fece cappuccino, diventando dapprima l’umile aiutante del portinaio. La soglia del convento segnò il suo destino: strinse ogni giorno le mani dei pellegrini, nutrì gli affamati e i poveri, diventò il punto di riferimento di tutti quelli che vedevano in quel luogo una possibilità di salvezza, un rimedio, anzi l’unico rimedio alle loro vite.

Alla morte del vecchio portinaio, ereditò lui il posto. E restò il titolare dell’umile mansione per qualcosa come 41 anni.

Una vita di straordinaria ordinarietà dunque, che pure, come detto, gli valse la santità, concessa da Papa Pio IX nella Pentecoste del 1934.

Tratto da Dieci Luoghi dell'Anima, di Fabrizio Falconi, ediz. Cantagalli, Siena, 2009.