30/11/13

'Che fare ?' Il comportamento amoroso secondo Barthes.





Comportamento  Figura deliberativa: il soggetto amoroso si pone con angoscia dei problemi di comportamento che il più delle volte sono futili: che fare davanti a tale alternativa? Come agire? 

Le mie angosce di comportamento sono ridicole e diventano sempre più ridicole, all'infinito.  Se l'altro incidentalmente o negligentemente mi dà il numero di telefono di un posto in cui posso trovarlo a certe ore, io subito mi agito: devo o non devo telefonargli ? (Dirmi che posso telefonargli  - questo è il senso obiettivo, logico, del messaggio - non servirebbe a niente, poiché ciò che mi mette in crisi è proprio questo permesso).
E' futile ciò che in apparenza non ha e non avrà conseguenze. Ma da me, soggetto amoroso, tutto ciò che è nuovo, tutto ciò che può turbare, viene accolto non come un fatto, ma come un segno che bisogna interpretare. 

Talvolta, a furia di deliberare su "niente"(questo è quanto direbbero gli altri), finisco con lo sfiancarmi; a questo punto, con un ultimo guizzo, come uno che sta per annegare e cerca con un colpo di tallone di risalire in superficie, tento di prendere una decisione spontanea (la spontaneità: grande sogno: paradiso, forza, delizia): telefonagli visto che ne hai voglia! Ma invano: il tempo amoroso non consente di mettere sulla stessa linea l'impulso e l'atto, di farli coincidere: io non sono l'uomo dei piccoli acting-out; la mia follia è misurata, non si vede; è subito che io ho paura delle conseguenze, di ogni conseguenza : ciò che è spontaneo è la mia paura- la mia indecisione.



Da Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, traduzione di Renzo Guidieri, Giulio Einaudi Editore, 1970, pag. 53 e 54.

29/11/13

atout (di Fabrizio Falconi).




atout 

Calma tiepida abbandono
c’era stato un preavviso nei tuoi occhi
un distacco di luce, una sospensione
d’acqua, una linea caduta
un temporale, una livrea
staccata, un silenzio in onda
o nella rete; poi è arrivato
il tuo sguardo pieno di ombre
è arrivata la tua vita
è arrivata la forza lo schianto
il disturbo, la luce.
La casa profumava di festa
e già il me stesso che ero io
era finito altrove
nel conto dei disbrighi
nella prossima bolletta da pagare.





Fabrizio Falconi © - proprietà riservata/riproduzione vietata. 
(foto in testa: Paul S.Brown paintings). 

28/11/13

Gli uomini che (non) siamo. Ionesco.




Osservate la gente correre indaffarata, nelle strade. 

Non guardano né a destra né a sinistra, preoccupati, con gli occhi fissi a terra, come cani. Tirano diritto, ma sempre senza guardare davanti a sé, poiché coprono un percorso già risaputo, macchinalmente.

In tutte le grandi città del mondo le cose stanno così. L'uomo moderno, universale, è l'uomo indaffarato, che non ha tempo, che è prigioniero della necessità, che non comprende come una cosa possa non essere utile; che non comprende neppure come, in realtà, proprio l'utile possa essere un peso inutile, opprimente. 

Se non si comprende l'utilità dell'inutile, l'inutilità dell'utile, non si comprende l'arte; e un paese dove non si comprende l'arte è un paese di schiavi o di robots, un paese di persone infelici, di persone che non ridono né sorridono, un paese senza spirito; dove non c'è umorismo, non c'è il riso, c'è la collera e l'odio.

Poiché queste persone indaffarate, ansiose, tese verso un fine che non è un fine umano o che è solo un miraggio, improvvisamente possono, al suono di chissà quali trombe, al richiamo di qualunque folle o demone, lasciarsi trascinare da un fanatismo delirante, da una qualsiasi violenta passione collettiva, da una nevrosi popolare. 

Eugene Ionesco, Relazione per una riunione di scrittori (febbraio 1961) in Note e contronote, Scritti sul teatro, pp.142-143.


27/11/13

Joni Mitchell e la figlia segreta. Una storia che è come un romanzo.



 Joni Mitchell qualche anno fa nella sua casa



è una storia che mi ha molto incuriosito e colpito, questa di Joni Mitchell e della sua figlia segreta. La ripropongo qui nell'ottima scrittura di Bill Higgins. 


Un pezzo del passato di Joni Mitchell è riaffiorato. 

La cantante si è riunita con la figlia che aveva dato in adozione 32 anni fa in circostanze dickensiane. Il fatto avvenne anni prima che la cantante scrivesse classici come 'Both sides now' , 'Big yellow taxi' "The Circle Game" e 'Woodstock', prima dei dischi d' oro, dei Grammy Award e del suo nome nella Rock' n' Roll Hall of Fame. 

Nel 1965 si chiamava Roberta Joan Anderson ed era una studentessa squattrinata dell' Alberta College of Art di Calgary, in Canada. Suo padre era il manager di un negozio di alimentari e sua madre un' insegnante. 

La Mitchell ha avuto sempre qualche difficoltà a raccontare questa vicenda. E anche oggi preferisce parlare della "gioia della riunione". 

Questa è la prima intervista sull' argomento; per la prima volta l' artista racconta cosa voleva dire nei primi anni Sessanta essere una ragazza madre in Canada. "Rimasi incinta a 20 anni nel college che frequentavo", ricorda la Mitchell, oggi 53enne. "La cosa più importante in quel momento era cancellare l' onta. Lo scandalo era enorme. Socialmente era una rovina. Come se avessi ammazzato qualcuno". 

I genitori - racconta - non seppero nulla, e lei non chiese mai aiuto alla famiglia. Il padre della piccola, Brad McMath, all'epoca era uno studente e non era pronto a metter su famiglia. Non se la sentì di affrontare l' aborto né un matrimonio riparatore. "Una madre infelice non può crescere un bambino felice", dice lei. 

Così partorì in un ospedale di Toronto. "Trovai barbaro il fatto che mi bendassero i seni per rimandare indietro il latte". Rimase dieci giorni in ospedale con la piccola, che battezzò Kelly Dale Anderson. "Non avevo soldi, non avevo un lavoro, non avevo una casa. Lasciai l' ospedale e non sapevo dove andare", ricorda. 

"E d' altra parte non volevo adattarmi a circostanze che potessero nuocere sia alla bambina che a me". Si avventurò così in un matrimonio con il folksinger americano Chuck Mitchell, del quale avrebbe conservato solo il cognome. L' agenzia che si occupava di adozioni intanto faceva pressioni: più tempo aspettava più sarebbe stato difficile trovare una sistemazione per la piccina. Alla fine la cantante firmò i documenti necessari. Circa tre anni più tardi la carriera della Mitchell cominciò a decollare. Erano gli anni solitari in cui vagava da un club all' altro della West Coast americana. Pubblicò il suo primo album, 'Song to a seagull' , nel 1968. L' anno dopo Judy Collins portò in classifica 'Both sides now' , tratta dal suo album 'Clouds' , che conteneva anche 'Chelsea morning' , il brano che influenzò Bill e Hillary Clinton nella scelta del nome della loro unica figlia. 

La Mitchell precisa oggi che il ricordo della bambina "mi piombava addosso nei momenti più impensabili, magari quando il figlio di un' amica cadeva dalla bicicletta". 

Kelly Dale sarebbe rimasta l' unica figlia della cantautrice. "Non ho mai trovato il momento giusto per avere un bambino. Il problema più grande forse è stato trovare un uomo che volesse un figlio. La nostra generazione è stata in generale molto irresponsabile. La classica sindrome di Peter Pan". 

I particolari dell' adozione sono diventati pubblici quattro anni fa, quando una compagna di college dell' artista ha venduto tutte le informazioni a un tabloid. A quel punto è spuntata una miriade di impostori che sostenevano di aver adottato la figlia della cantautrice.

Ma la ricerca non avrebbe dato nessun esito se anche la ragazza, Kelly Dale Anderson - oggi Kilauren Gibb - arrivata a ventisette anni, non si fosse messa a sua volta alla ricerca della sua vera madre. Quando ha cominciato a sospettare che la Mitchell potesse essere la persona che cercava, ha aperto la 'homepage' della cantante su Internet. "La biografia di mia madre è apparsa sullo schermo e ho pensato che tutte le informazioni coincidevano: la polio a nove anni, mio nonno che lavorava in un alimentari, mia nonna che faceva l' insegnante. Le coincidenze erano decisamente troppe".

A quel punto la Gibb si è messa in contatto con il manager di Joni Mitchell e il sogno si è avverato: madre e figlia si sono finalmente incontrate dopo 32 lunghissimi anni. In quella occasione Joni Mitchell ha scoperto anche di essere diventata nonna di un bambino di quattro anni, Marlin, che era presente all' incontro. "Assomiglia a mia madre", dice la Mitchell di Kilauren, "ha la sua corporatura e i miei zigomi". La Gibb ha lavorato per 13 anni come modella, ma i suoi genitori adottivi le hanno fatto frequentare anche l' Università di Toronto. "Sono grata a questa famiglia che ha cresciuto mia figlia così bene", dice Joni Mitchell. "Il cordone ombelicale tra me e mia madre non è mai stato reciso", conclude la Gibb.


Joni Mitchell, la figlia ritrovata Kilauren Gibb con il nipote. 

26/11/13

Auschwitz, 28 maggio 2006 (VIDEO) - un ricordo.





Questo video è stato girato il 28 maggio del 2006, intorno alle sette del pomeriggio.

Quel giorno si verificò uno strano cortocircuito della storia.  Un papa tedesco, Joseph Ratzinger, il primo papa tedesco della storia, visitò il campo di Birkenau-Auschwitz, in territorio polacco, durante la visita in Polonia (dal 25 al 28 del 2006), quasi esattamente un anno dopo la sua elezione al soglio papale. 

Polacco era il papa che aveva preceduto Ratzinger sullo stesso soglio.

Karol Wojtyla era infatti nato nel 1920 a Wadowice. Esattamente a 34,8 km dal luogo - nella cittadina di Oświęcim - dove i tedeschi, ventitre anni dopo crearono il campo di sterminio di Birkenau-Auschwitz.

Durante la guerra Karol era entrato nel seminario clandestino diretto dal cardinale Sapieha, arcivescovo di Cracovia.  Nel 1944, Wojtyla scampò due volte alla morte: il 29 febbraio 1944, tornando a casa dal lavoro nella cava, fu investito da un camion tedesco, perse coscienza e passò due settimane in ospedale. Nell'agosto, durante il "lunedì nero", la Gestapo rastrellò la città di Cracovia, deportando i giovani maschi per evitare un'analoga sollevazione. Quando la Gestapo perquisì la sua casa, Wojtyła riuscì a scampare alla deportazione nascondendosi dietro una porta e si rifugiò nell'Arcivescovado, dove rimase fino a guerra finita, nel seminario ridotto in rovine.

Joseph Ratzinger, che in quegli anni era stato arruolato, nel programma del Luftwaffenhelfer, pur non partecipando mai ad azioni di guerra. Nel 1945 aveva disertato, come molti altri, con l'esercito tedesco ormai in rotta, rischiando la fucilazione e aveva fatto ritorno a casa. 

Questa giornata assunse dunque un significato particolare. Un papa tedesco (fino a qualche tempo prima inimmaginabile) visitava la fossa delle Marianne della Storia, partorita dai suoi connazionali in territorio polacco, per riconciliarsi con il passato, per pregare sulle tombe dei sommersi e degli sterminati, idealmente insieme al suo predecessore polacco, che questo luogo aveva visitato anch'egli l'anno dopo la sua elezione (1979). 

Ratzinger, che era atteso alle 13, arrivò quel giorno in ritardo rispetto alla tabella di marcia.  Si era trattenuto più del previsto ad Auschwitz, nelle celle dei sotterranei. E quando giunse a Birkenau, dove era stato allestito lo stand della stampa che vedete nelle immagini, erano le 18 e 20. 

Sul campo di sterminio, poco prima che lui arrivasse, dopo una mattinata ventosa e magnifiche nuvole bianche sul cielo azzurro (un cielo di quelli della campagna parigina che dipingeva Boldini), il cielo all'improvviso si fece scurissimo, in pochi minuti. 

In pochi minuti, una tempesta non si sa venuta da dove, oscurò tutto e cominciò a piovere a dirotto. Un vero diluvio con un vento fortissimo che costrinse chi poteva a trovare riparo ovunque fosse possibile. 

Il Papa provò ad attraversato il piazzale delle lapidi, protetto da un ombrello bianco, ma le sue vesti svolazzarono al vento, insieme ai suoi capelli. Sembrava che la visita dovesse interrompersi subito, impossibile andare avanti. 

Poi, all'improvviso, altrettanto rapidamente di come era venuto, il temporale si spostò.  In un baleno.

Il cielo in pochi minuti ridiventò completamente azzurro, e il grande nuvolone nero fu spostato ad un angolo del cielo da una pressione invisibile. 

Rimasero nubi bianche e la luce declinante del tramonto. 

E proprio di fronte agli occhi di chi era lì si formò un arcobaleno luminosissimo, che le immagini del mio video amatoriale non rendono (ma testimoniano proprio mentre si stava formando). 

Impressionò la rapidità di questo mutamento, impressionò l'arcobaleno, il cui arco ad un certo punto divenne doppio, proprio dirimpetto al palco dove si trovava il Papa.

I giornalisti presenti avevano avuto in anticipo - in embargo - il discorso che il papa avrebbe pronunciato. Il discorso fu pronunciato.  Era tutto incentrato sul tema della riconciliazione dell'uomo con Dio (e di Dio con l'uomo). 

Tutti pensarono ai passi dell'Antico Testamento nei quali l'arcobaleno è il simbolo di questa riconciliazione, di questo perdono (basti pensare all'episodio di Noè e del diluvio universale). 

L'arcobaleno durò alcuni lunghissimi minuti, e fece da teatro alla scena che si svolgeva di fronte al Monumento di Birkenau, dove c'era il Papa e i capo-rabbini delle comunità di  mezza europa. 

Il Papa citò i Salmi, ma anche  l'Antigone di Sofocle. 

Il corteo lasciò il campo alle otto. C'era ancora la luce. Così tanta luce che era difficile tenere gli occhi aperti. 



Fabrizio Falconi

24/11/13

Piena felicità - Ananda.







Soltanto il nostro corpo
è sottoposto al tempo, ma noi siamo
da sempre e per sempre. Siamo uno
stato di pienezza permanente e non 
possiamo lasciare questa
permanenza, non possiamo lasciare
ciò che veramente siamo: in India
si dice ananda, piena felicità.


Carla Perotti, da Parole di guarigione, 1999.




23/11/13

"The way we were (Come eravamo)" compie 40 anni. Il film di tutti quelli che si lasciano. Un bellissimo pezzo di Annalena Benini.





Dal 1973, quando uscì Come eravamo, ogni storia d'amore in cui ci si lascia senza smettere di amarsi ha per protagonisti Katy Morosky e Hubbell Gardner, Barbra Streisand e Robert Redford. 

E dal 1973, dalla sera della prima, Barbra Streisand non ha più perdonato Sydney Pollack, che tagliò senza dirglielo (di corsa, in una notte, dopo una proiezione privata in cui nessuno pianse) cinque scene del film. 

Scene politiche, per lo più, ma anche la scena con dentro il vero motivo per cui Katy e Hubbell, la ragazza ebrea, comunista, super impegnata e il ragazzo biondo, sorridente, wasp (che si sono perfino sposati, aspettano un figlio e vivono a Hollywood), si lasciano. 

Con quei tagli Sydney Pollack trasformò Come eravamo in un grandioso successo, in un film eterno, indimenticabile e dimostrò una cosa importante: non lo vogliamo sapere, qual è il vero motivo per cui due che si sono amati così tanto, e detestati, sempre amandosi, si lasciano. 

Vogliamo deciderlo noi. Si lasciano perché sono troppo diversi, si lasciano perché lui l'ha tradita con un'altra, si lasciano perché lei insegue la purezza e l'impegno con troppa ostinazione, si lasciano perché lui non la sopporta più, si lasciano perché lui ha deciso di cedere, di fare compromessi con la vita e non vuole che lei lo guardi mentre svende il suo talento, svende se stesso, ritorna a essere lo smidollato che era prima di incontrare Katy. 

Potevamo scegliere, possiamo scegliere di nuovo e ogni volta, commuovendoci, sempre ripetendo quelle frasi imparate a memoria e adattandole alla nostra vita: "Tu non molli mai, eh", è una di queste, sono le parole che ritornano, Hubbel le ripete a Katy in più di vent'anni d'amore in infinito conflitto, sempre con quell'aria, ammirata e ironica insieme, di chi in fondo vorrebbe essere come lei, così appassionata, seria, convinta e arrabbiata, ma sa già, fin dai giorni lievi dell'Università , che Katy è un'altra cosa. Lui pensa che:«la vita è troppo seria per prenderla seriamente», lei è convinta di dovere e potere cambiare tutto, anche lui («Porta una bandiera o diventerai un vegetale»). 

A lui piace stare a Hollywood alle feste davanti al mare, ma sogna la passione pura di lei, i suoi occhi accessi sul mondo. Lei è sempre arrabbiata, piena di battaglie da combattere, ma sogna il sorriso di lui, gli scosta i capelli dalla fronte, gli stira la giacca bianca da ufficiale, si stira i capelli, per lui si veste da signora elegante, ma non riesce mai a tenere la bocca chiusa, a non litigare. Sono due modi diversi di essere americani, dalla fine degli anni Trenta a New York alla morte di Roosevelt, fino al maccartismo, alle liste nere dei sospettati di essere comunisti. Sono due modi diversi di essere giovani, anche, e poi di lasciarsi alle spalle la giovinezza e diventare per sempre adulti. 

Katy non molla mai, nemmeno con una figlia, nemmeno con la perdita dell'amore della vita. Come ha scritto Francesco Piccolo nel suo ultimo libro, Il desiderio di essere come tutti (Einaudi), Hubbel sa benissimo che, alla fine chi tra loro due è migliore, è lei. 

Forse lo sa dall'inizio. Mentre la guarda distribuire volantini a Manhattan e invitare a firmare contro la bomba atomica con lo stesso entusiasmo con cui vent'anni prima arringava gli studenti all'Università contro il fascismo. Hubbel la guarda, e capisce che lei non ha rinunciato all'intensità, del resto non avrebbe potuto, non l'ha fatto nemmeno per un grande amore. 

Scrive Piccolo che Katy "ha conservato, dentro, la testardaggine dell'impegno politico, la sua giovinezza". Mentre Hubbel è diventato un adulto disincantato, ben pagato, deciso a fare per sempre in modo che le cose che succedono nel mondo non succedano a lui personalmente (Robert Redford non voleva girare questo film, non voleva essere Hubbel: si sentiva troppo scemo, troppo pin up, Pollack lo convinse per sfinimento).

Se Sydney Pollack non avesse tagliato la scena cruciale adesso avremmo la certezza che ci si può lasciare per un motivo preciso, e quindi ci saremmo immedesimati di meno, di volta in volta in Katy, o in Hubbell, o desiderando essere Katy e sentendoci superficiali come Hubbell: si lasciano (ma davvero abbiamo bisogno di saperlo, adesso?) perchè Katy è entrata nella lista nera dei sovversivi. 

Un suo compagno di università, quello che era evidentemente innamorato di lei fin dalla prima scena, quello che lavorava con lei nella Lega dei giovani comunisti, è diventato un informatore del governo, e in questa caccia alle streghe Katy è considerata una pericolosa comunista, moglie di uno sceneggiatore che quindi potrebbe essere stato contagiato dall'ideologia. 

Sta per venire messo nella lista nera anche lui, e gli verrebbe impedito di lavorare. E'  lei a dirgli: «Ma esiste il divorzio», e lui scuote la testa, ma è già rassegnato. Quella scena spiegava molte cose, ma non commuoveva, non colpiva al cuore, Pollack la tolse.

E in fondo, forse, non spiegava niente di più: loro si lasciano davvero perché sono troppo diversi, hanno scopi diversi, perché lei resta pura e «spinge troppo», come la rimprovera lui, perchè stare con lei è facile solo in confronto alla Guerra dei Cent'anni, perché lui ha amici troppo stronzi. 

Lui avrebbe potuto dire: al diavolo questi cafoni di Hollywood, torniamo a New York, andiamo in Francia come piace a te, facciamo questo figlio e amiamoci e basta, scriverà un libro bellissimo. Non l'ha fatto. 

Per questo Come eravamo è il film sull'impossibilità di un amore puro, senza compromessi, pieno soltanto di certezze e di luci accese e di giovinezza. "Sei proprio tanto certa delle cose di cui sei certa?", le chiede Hubbel, che non è davvero una pin up, che sa vedere i due lati di un problema. Lei è sempre certa, lui mai.

Ma alla fine è lei ad accettare la realtà . Come eravamo è il film di tutti quelli che si lasciano, e che guardano indietro con struggimento, con nostalgia, al tempo perduto della purezza. 

«Vorrei che ci si potesse amare», dice Katy: è questo il punto, è questa la cosa più difficile di tutte, per cui nemmeno l'amore può bastare. E' per questo che non importa più il motivo preciso per cui ci si è lasciati, e forse non importa mai: la verità è che ci si è amati, e poi non ci si è più potuti amare.




22/11/13

(Dieci grandi anime) - 3. Clive Staples Lewis (5-fine)





(mi sono accorto soltanto ora che questo post - per un mero caso, visto che ieri ho 'saltato' un giorno, viene pubblicato, è stato pubblicato, proprio il giorno esatto della morte di C.S.Lewis, 22 novembre 1963, una 'casualità' che sarebbe molto piaciuta al diretto interessato). 


(Dieci grandi anime) - 3Clive Staples Lewis (5-fine)    


Il cristianesimo che interessa Lewis, il cristianesimo che Lewis non si stanca di ‘propagandare’ è quello che nella sua vita ha avuto un significato particolare: quello di mettere ordine e sistematizzare valori e principi.  La fede in Cristo è stata riconosciuta perché estrema sintesi di un duro percorso di sofferenza e di autoconoscenza, condiviso con gli altri esseri umani che vivono su questa terra.
La fede cristiana è quella vera perché in essa si riconosce pienamente la legge della natura umana, del Giusto e dell’Ingiusto, la legge morale che è inscritta nel cuore di ogni uomo.
     La sola busta che mi è consentito di aprire, scrive Lewis, è l’uomo. (12)
     
L’uomo è fatto di legge morale, che – sostiene Lewis – è dura come il ferro. Se Dio assomiglia alla legge morale, allora anche Dio “non è affatto tenero”.  Ma Dio non è il male, il male è un parassita, non un’entità originaria.  Per il cristianesimo, scrive ancora, come per il dualismo, il nostro universo è in guerra.  Ma per il cristianesimo non si tratta di un conflitto tra potenze indipendenti, bensì di una guerra civile, di una ribellione. E noi viviamo in una parte dell’universo occupata dal ribelle.  (13)
     
Vivere nella parte di universo occupata dal ribelle significa essere esposti al male, alla corruzione, al dolore, alla morte.   E Lewis lo sa bene, lo sperimenta.    Come un vero anacoreta deciso a resistere, però,  Lewis ha trovato anche la forma di riscatto più concreta nel lasciare briglie sciolte ai voli della sua fantasia di scrittore.   In fondo tutta la saga delle fortunatissime Cronache di  Narnia può essere letta, ed è letta ancora oggi, come una formidabile allegoria del senso e della trasformazione cristiana.
Senso e trasformazione che passano attraverso il sacrificio, e l’attraversamento delle inevitabili prove personali.

Nello straziante lutto seguente la morte dell’amata Joy, Lewis lo esprime con lucidità: non c’è un altro modo per sfiorare, avvicinare  la Sua conoscenza, se non fare i conti con la nostra umanità, su questa terra. 
     Queste note parlano di me, di H. (14)  e di Dio. In quest’ordine.  L’ordine e le proporzioni sono l’esatto contrario di quelli che avrebbero dovuto essere.  E vedo che in nessun punto mi è accaduto di rivolgermi all’uno o all’altra con quel modo del pensiero che chiamiamo lode.  Eppure, sarebbe stata per me la cosa migliore.  La lode è il modo dell’amore che ha sempre un elemento di gioia.  Lode nel giusto ordine: di Lui come donatore, di lei come dono.  Non godiamo forse un poco, nella lode, ciò che lodiamo, anche se ne siamo lontani?   Devo farlo più spesso.    Ho perduto la fruizione che un tempo avevo di H.  E sono lontano, lontanissimo, nella valle della mia dissomiglianza, dalla fruizione che potrò forse un giorno avere di Dio, se la Sua misericordia è infinita.     Ma con la lode posso ancora, in qualche misura, godere lei, e posso già, in qualche misura, godere Lui. (15)

E’ così che Lewis ha messo in pratica – nell’attraversamento delle profondità dell’esistenza, successo, caduta, estasi e perdita, gioia e dolore -  quella che lui stesso chiamava “un nuovo tipo di vita”, quella che – secondo le sue parole – è cominciata in Cristo, “nuovo tipo di uomo” e si è trasmessa a noi. 

(segue -5 - fine) 

Fabrizio Falconi © - proprietà riservata/riproduzione vietata. 

     
12.      Il Cristianesimo così com’è op.cit. pag. 49.
13.      Il Cristianesimo così com’è op. cit. pag. 72.
14.      H. sta qui per Helen, ovvero Helen Joy Davidman Greshman. E non è forse un caso che nelle pagine di Diario di un dolore la moglie sia sempre chiamata H. cioè Helen, e non più Joy.
15.       Diario di un dolore, op. cit.  pag. 70

20/11/13

(Dieci grandi anime) - 3. Clive Staples Lewis (4)



(Dieci grandi anime) - 3Clive Staples Lewis (4)    

Ma è proprio quel papista e quel filologo -  Tolkien - a spalancare a Lewis le porte di una nuova comprensione di quel Cristianesimo rifiutato nell’adolescenza, proprio a partire dai vecchi miti pagani, i quali  tutti indistintamente parlano di morte e resurrezione.

Per Lewis è una vera e propria illuminazione.   E’ la nascita dell’esclusiva compagnia degli Inklinks (in italiano  gli Imbrattacarte ), molto più che un salotto letterario,  un sodalizio di artisti che segnerà la vita culturale britannica dagli anni ’30 agli anni ’50.

Nel settembre del 1931 l’occasione è fornita da una lunga conversazione notturna con Tolkien Charles Williams, autore del celebre The Place of the Lion, e Hugo Dyson.  Tolkien  suggerisce all’amico  che il Cristianesimo si presenta come l’unica verità nella quale è possibile riassumere, comprendere e sciogliere i miti pagani e le credenze degli antichi. Il Cristianesimo, alla luce di quelle considerazioni, comincia ad apparire agli occhi di Lewis non solo e soltanto come religione o filosofia in senso stretto – lo scrive in Surprised by joy – ma come “riassunto e attualizzazione” di ogni mito e cultura preesistente.
      Sono appena passato dal credere in Dio al credere definitivamente in Cristo [...]. La mia lunga chiacchierata con Dyson e Tolkien ha certamente a che fare con questo, scrive in una lettera all’amico di infanzia Arthur Greeves.

 Dopo una settimana Lewis comunica agli amici la sua conversione al Cristianesimo, tre mesi dopo, il natale dello stesso anno, riceve la comunione.
Anche se Lewis ha smesso di cercare Dio, Dio è tornato a farsi presente.  E il modo in cui è tornato a farsi presente, sotto forma di quelle nuove suggestive amicizie culminate in interminabili conversazioni notturne, lo scrittore lo spiega nelle ultime pagine di un altro suo libro, Prima che faccia notte (9):
     Quanto a Dio, dobbiamo ricordare che l'anima è solo una cavità che egli riempie. Non è forse vero - domanda Lewis - che le vostre amicizie più durevoli sono nate nel momento in cui finalmente avete incontrato un altro essere umano che aveva almeno qualche sentore di quel qualcosa che desiderate fin dalla nascita e che cercate sempre di trovare, sotto il flusso di altri desideri e in tutti i temporanei silenzi tra le altre passioni più forti, notte e giorno, anno dopo anno, fino alla vecchiaia?... Se questa cosa dovesse finalmente manifestarsi - se mai dovesse sentirsi un'eco che non si spegnesse subito ma si espandesse nel suono stesso - voi lo sapreste. Al di là di ogni dubbio possibile direste: "Ecco finalmente quella cosa per cui sono stato creato". Non possiamo parlarne gli uni agli altri.  E’ la firma segreta di ogni anima, l'incomunicabile e implacabile bisogno”.  Quello che voi agognate vi invita a uscire da voi stessi. Questa è la legge suprema - il seme muore per vivere . L'"io" esiste perché possa abdicare; e, con questa abdicazione, esso diventa più veramente "io". (10)     
     
Questo aprirsi agli altri, questa abdicazione dell’io – con tutte le sue fatiche e resistenze -  è testimoniata come forse meglio non si potrebbe dalla vita stessa di Clive Staples Lewis. In fondo egli non cercò altro che il riflesso negli altri di quel qualcosa che desideriamo fin dalla nascita e cerchiamo sempre di trovare.  Un fine ultimo che non è possibile sperare di raggiungere senza passare dall’altro che è fuori di me, da quello che evangelicamente è il prossimo.
Lewis lo spiega in modo paradigmatico in una splendida pagina de Il cristianesimo così com’è:

     Posso ripetere “fa’ agli altri ciò che vuoi sia fatto a te” fino a rompermi le corde vocali, ma non riuscirò ad agire così finché non amerò il mio prossimo come me stesso; e non posso imparare ad amare il prossimo come me stesso se non imparo ad amare Dio; e non posso imparare ad amare Dio se non imparo ad obbedirGli.  Sicché, come vi avevo avvertito, siamo sospinti verso qualcosa di più intimo – dalle questioni sociali alle questioni religiose.  Perché la via più lunga è la più breve per arrivare in porto. (11) 


(segue -4./) 

Fabrizio Falconi © - proprietà riservata/riproduzione vietata. 

       
9.     Prima che faccia notte, che raccoglie scritti inediti di C. S. Lewis, a cura di E.Rialti, con prefazione di T.Howard,  è pubblicato in Italia da BUR, Milano, 2005.
10.     Prima che faccia notte, op.cit. pag. 127
11.      Il Cristianesimo così com’è, op. cit. pag. 118.

19/11/13

(Dieci grandi anime) - 3. Clive Staples Lewis (3)





(Dieci grandi anime) - 3Clive Staples Lewis (3)    

In effetti anche la ricerca di Clive Lewis riguardo la fede sembra oscillare, umanamente tra gli opposti di una fede radicalmente – e razionalmente – vissuta come vera, e i dolori di una ‘assenza’ di Dio che viene avvertita nelle notti buie del dolore.
Quel vestibolo, descritto prima, può sembrare anche un luogo molto molto oscuro.
Anni fa -  scrive in Diario di un dolore - dopo la morte di un amico, la certezza che la sua vita continuava, che anzi continuava su un piano più alto, fu per qualche tempo una sensazione nettissima.   Ho supplicato che mi venga data anche solo la centesima parte di quella assicurazione per H. (è Joy, la moglie scomparsa ndA) . Non c’è risposta.  Solo la porta sbarrata, la cortina di ferro, il vuoto, lo zero assoluto.  “Chi chiede non ottiene.” Sono stato uno sciocco a chiedere. Perché ora, anche se quella assicurazione venisse, ne diffiderei. La crederei un’autoipnosi indotta dalle mie preghiere. (6)

Ma più avanti, nello stesso testo, nel vestibolo compare una parvenza di luce, e la porta non è più così sbarrata.
Quando pongo queste domande davanti a Dio, non ricevo nessuna risposta. Ma è un “nessuna risposta” di tipo speciale.  Non è la porta sprangata.  Assomiglia piuttosto a un lungo sguardo silenzioso, e tutt’altro che indifferente. Come se Lui scuotesse il capo non in segno di rifiuto, ma per accantonare la domanda.  Come a dire “ Zitto, bimbo; tu non capisci. “ (7)

Il problema è sempre nella risposta, come si vede. Nell’elaborazione dei pensieri  anche contraddittori – è facile per ognuno che abbia vissuto il lutto di una persona cara, riconoscersi – nel flusso di sentimenti contrastanti, c’è anche spazio per una sintesi di grandiosa efficacia.
Una risposta, fin troppo facile, è che Dio sembra assente nel momento del nostro maggior bisogno appunto perché non esiste. Ma allora perché sembra così presente quando noi, per dirla con franchezza, non Lo cerchiamo? (8)
Parole che parlano – a cuore aperto – della vita vissuta da Clive Staples Lewis.

Probabilmente, a quel che egli stesso racconta nella sua autobiografia, anche Lewis era giunto ad archiviare la ‘pratica Dio’ quando, dopo aver abbandonato la fede cristiana, inizia ad insegnare Lingua e Letteratura Inglese alla prestigiosa università di Oxford (dove eserciterà per ben ventinove anni) . L’impegno accademico lo assorbe completamente.  C’è meno tempo adesso, per pensare alle questioni ultime, e forse è un bene così.  Si dedica invece con dedizione allo studio dei miti, compone poemi in versi ispirati alle leggende arcaiche e alle tradizioni nordiche.


Ma ecco che la questione ritorna. E ritorna sotto forma di una amicizia. John Ronald Reuel Tolkien, il futuro autore de Il Signore degli anelli e di Silmarillion  ha sei anni più di Lewis.  Anche Tolkien ha perso prematuramente la madre, a soli dodici anni.  Anche la famiglia di Tolkien ha radici cristiane, anche se cattoliche. Anche Tolkien ha combattuto nella Grande Guerra, in prima linea sul fronte occidentale.  E come lui, condivide un profondo interesse per la mitologia e insegna ad Oxford.  Una specie di gemello, o di fratello maggiore, per Lewis. Ed è forse proprio questa somiglianza a suscitargli una certa diffidenza. Scrive ironicamente  in Surprised of joy:  Alla mia venuta in questo mondo mi avevano (tacitamente) avvertito di non fidarmi mai di un papista, e (apertamente) al mio arrivo nella facoltà di inglese di non fidarmi mai di un filologo. Tolkien era l'uno e l'altro.

(segue -3./) 

Fabrizio Falconi © - proprietà riservata/riproduzione vietata. 

       
6.     Diario di un dolore, op.cit. pag.14.
7.     Diario di un dolore, op.cit. pag.78.
8.     Diario di un dolore, op.cit. pag. 13.

18/11/13

(Dieci grandi anime) - 3. Clive Staples Lewis (2)





(Dieci grandi anime) - 3Clive Staples Lewis (2)    

Ma la prova più difficile è quella che deve affrontare nella piena maturità della sua vita, quando, dopo molta solitudine, l’incontro con Joy – la bella americana che ha conosciuto per lettera – sembra spalancargli le porte di una felicità insperata: non è così.  Pochi mesi dopo il matrimonio con rito civile, la donna comincia ad accusare sintomi di quella che viene diagnosticata, all’inizio, come una reumatite.  Ma esami più approfonditi rivelano l’esistenza di un tumore alle ossa, già piuttosto esteso. Quando viene celebrato il matrimonio religioso, nel marzo del 1957, sembra che la fine sia ormai vicina.  Invece, nell’estate seguente, Joy migliora sensibilmente. A tal punto che la coppia di sposi parte per un viaggio in Irlanda, poi, l’anno successivo  in Grecia.  Ma la malattia ben presto prende nuovamente il sopravvento.  Joy muore nel luglio del 1960.

Sarà proprio l’esperienza di questo spaventoso lutto a generare la nascita di quel capolavoro, Diario di un dolore, che Lewis scrive di getto nei mesi seguenti la morte di Joy, e che pubblica sotto pseudonimo.

Un grido, una protesta -  che non mette mai a soqquadro il cielo, ma chiede risposte, e resta inconsolabile -  percorre tutto il libro, che si legge oggi come un moderno lamento di Giobbe.
Parlatemi della verità e della religione, scrive Lewis,   e ascolterò con gioia.  Parlatemi del dovere della religione e ascolterò con umiltà. Ma non venite a parlarmi delle consolazioni della religione, o sospetterò che non capite. (3)

Perfino l’ultimo atto della vita terrestre dello scrittore si concluderà con una specie di beffa.  Lewis infatti si ammala ai reni e al cuore, e muore pochi soltanto tre anni dopo la sua compagna, proprio nello stesso giorno – 22 novembre 1963 – in cui il fucile di Lee Harvey Oswald uccide a Dallas John Fitzgerald Kennedy.   E’ chiaro che – scosso da questa grande tragedia – il mondo si dimentica di Lewis, e anche della sua morte.

Ma, a parziale riparazione di quel momentaneo oblio, c’è da dire che mai come oggi l’opera di Lewis è letta, riscoperta e amata in tutto il mondo. Eppure, si tratta di un’opera ben variegata, e di difficile interpretazione, dove è possibile trovare di tutto, dai testi di introspezione filosofica,  alle saghe allegoriche, ai romanzi di pura fantascienza, dalle opere puramente accademiche ai libri per ragazzi.

Se c’è un filo rosso che attraversa interamente questa opera, è però sicuramente quella ricerca, quasi quella ossessione, di un oltre, di una sostanza segreta dietro l’apparenza di tutte le cose,  cui abbiamo già detto, e che Lewis stesso definiva ‘gioia’.
Un cammino che lo scrittore ha definito - nei racconti autobiografici  - lungo, faticoso  e senza un arrivo stabilito una volta per tutte.
     
Quando prova a descrivere tempi e modi di questa ricerca, Lewis, fa ricorso ad immagini molto concrete, ed è anche questo che lo rende così popolare, così immediatamente comprensibile. In quello che è il suo saggio forse più famoso -  Il cristianesimo così com’è (4) - trascrizione di una serie di conversazioni radiofoniche , così scrive:
Il cristianesimo puro e semplice proposto qui, scrive Lewis, è simile a un vestibolo in cui si aprono porte che danno in varie stanze… Il vestibolo è un luogo dove stare in attesa, un luogo da cui tentare varie porte, non un luogo in cui vivere.   Alcuni, è vero, dovranno attendere nel vestibolo per un tempo considerevole, altri sanno con certezza fin quasi dal primo momento a quale porta bussare. Io non so perché ci sia questa differenza, ma sono sicuro che Dio non fa attendere nessuno se non vede che l’attesa gli giova.

     Quando entrerete nella vostra stanza scoprirete che la lunga attesa vi ha arrecato un beneficio che non avreste avuto altrimenti. Ma dovete considerarla un’attesa, non una sistemazione definitiva.    Dovete continuare a pregare per aver luce.  (5) 

(segue -2./) 

Fabrizio Falconi © - proprietà riservata/riproduzione vietata. 

      
3.     Diario di un dolore, op. cit. pag. 31.
4.   Mere Christianity (based on radio talks of 1941-1944), è edito in Italia da Adelphi con il titolo Il cristianesimo così com’è,  Milano, 1997, traduzione di Franco Salvatorelli.
5.     Il cristianesimo così com’è, op.cit. pag. 21. 

17/11/13

Dieci grandi anime - 3. C.S.Lewis (1)



     
 (Dieci grandi anime) - 3Clive Staples Lewis (1)    


     3Clive Staples Lewis


Credo sia difficile trovare una vita più esemplare di quella di Clive Staples Lewis, come appare dal resoconto che egli stesso ne ha fatto e dal racconto dei molti biografi - tutta giocata sulla drammatica dicotomia gioia-dolore.  In effetti la vicenda umana del grande scrittore irlandese si può riassumere semplicemente in questi due estremi e in un confine poco ampio  tra queste due parole. 

Sorpreso dalla gioia si chiama l’autobiografia scritta e pubblicata da Lewis nel 1955. (1)  Il titolo non è casuale. Da molti anni, prima di quella data, lo scrittore ha usato quella parola – joy – per descrivere il fine della ricerca con l’assoluto, con Dio.   Joy è quel sentimento indescrivibile  indistinto intorno a cui tutta l’opera di Lewis sembra ruotare, che comincia ad affascinare lo scrittore quando egli è poco più di un ragazzo. All’inizio è semplicemente il piacere fisico che deriva dalla lettura delle grandi saghe, dei miti del nord,  delle opere di John Donne e di Milton.  Poi si trasforma in un misto di amore per la natura, fascino per il mistero e l’insondabile, propensione a conoscere e svelare gli arcani che si celano dietro un destino, respiro di un disegno divino dietro l’apparenza delle cose.   Questa gioia prenderà, durante la vita di Lewis strade diverse e apparentemente contraddittorie: a soli 15 anni abbandona la fede cristiana con motivazioni molto dettagliate, espresse proprio nella autobiografia.  E’ un distacco dalle stesse radici famigliari:  il padre, Albert James Lewis era un avvocato con ascendenze gallesi, cattolico; la madre, Flora Augusta Hamilton veniva da una famiglia molto religiosa, suo padre era un pastore protestante. Sembrerebbe un distacco definitivo.

Ma nel 1931 Lewis fa ritorno al cristianesimo con una profonda conversione (nelle pagine autobiografiche di quel periodo c’è la descrizione ancora più circostanziata di quello spirito di gioia) e l’adesione alla chiesa anglicana, alla vigilia della esplosione di un successo letterario enorme, che farà di lui uno degli autori più popolari di lingua inglese nel periodo a cavallo della seconda guerra mondiale.

Quella parola – joy – ha però in serbo altre sorprese per lui: si presenta infatti, molti anni più tardi, quando ormai è uno scrittore celebre, sotto forma di un nome proprio, di una persona che sconvolgerà la vita di Lewis.  Un incontro fatale maturato dapprima attraverso una corrispondenza: comincia a scrivergli, alla fine del 1950, una donna americana, poetessa dilettante, che si dichiara appassionata lettrice delle sue opere. Si chiama Helen Joy Davidman-Greshman, ha trentasette anni, un marito con il quale non va più d’accordo, e due figli.  Si è convertita da poco al cristianesimo grazie anche alla profonda impressione che le ha suscitato la lettura dei libri di Lewis. Forse anche nella speranza di incontrare e conoscere lo scrittore, si trasferisce nel 1953 In Inghilterra, a Londra, insieme ai figli, dopo aver concordato un periodo di separazione dal marito, che si concluderà con la concessione del divorzio, nello stesso anno.    Joy e Lewis cominciano a scriversi lettere dapprima formali, e che riguardano soprattutto i romanzi dello scrittore. Poi, entrano sempre più in confidenza, decidono di incontrarsi. Scoppia, imprevedibilmente  (Clive ha all’epoca cinquantacinque anni) l’amore.  I due si sposano dapprima civilmente – per permettere alla donna il rinnovo del permesso di soggiorno che le è stato negato dalle autorità inglesi - nel 1956, e l’anno seguente anche con rito religioso.

Clive Lewis scriverà nella sua autobiografia che questa singolare circostanza di chiamarsi Joy – proprio come la qualità spirituale che aveva cercato per tutta la vita -   avrà un peso particolare,  nel racconto di questa storia.

Una favola ?  
Non proprio, perché – come dicevamo all’inizio – la vita di Clive Staples Lewis è un continuo ondeggiare tra gioia e dolore.  Il dolore, anzi, sembra seguire quest’uomo, questo scrittore affermato, come un’ombra fedele durante tutta la sua vita.   Al dolore – anzi – finirà per dedicare un testo capitale (2).


Il dolore gli si presenta subito, il 23 agosto del 1908 – il piccolo Clive ha dieci anni -  quando muore la madre. E’ una perdita disperante, per un bambino dalla straripante immaginazione. E’ stata proprio l’adorata madre, Flora, ad iniziarlo all’amore per i romanzi e la letteratura. Il resto l’ha fatto il trasloco, al seguito del padre, nella nuova casa, un nuovo elegante ed enorme cottage immerso nella campagna – chiamato nel libro di memorie, Little Lea -  e la lettura dei libri di Beatrix Potter (l’inventrice di Peter Coniglio), di Mark Twain e di Edith Nesbit. La morte della madre cambia completamente il quadro di una infanzia felice e fantasiosa. Clive, insieme al fratello Warner (Warnie) più grande di tre anni, finisce al seguito di diversi tutori, scelti dal padre per proseguire lo studio delle lingue classiche, poi nel campo di concentramento -   così le definisce Lewis nella sua autobiografia – di severe scuole inglesi, infine al fronte, in guerra, dove gli capita anche, nel 1918,  di veder morire il suo migliore amico, Paddy Moore, e di essere a propria volta ferito, prima di essere ricoverato a lungo in ospedale e ammalarsi di depressione.

(segue -1./) 

Fabrizio Falconi © - proprietà riservata/riproduzione vietata. 


1.      Surprised by Joy: The Shape of my Early Life è edito in Italia da Jaca Book, Milano, 1981, con il titolo Sorpreso dalla Gioia.

2.     A Grief Observed, pubblicato da Clive Staples Lewis con lo pseudonimo di N.W.Clerk nel 1961, è edito in Italia da Adelphi con il titolo Diario di un dolore, Milano 1990, traduzione di Anna Ravano.

16/11/13

Anna Netrebko - Quand'è che abbiamo abdicato all'estasi ?





E' molto interessante vedere questo video. Anna Netrebko, una delle più grandi soprano di oggi, esegue live Quando m'en vo, la celebre aria dalla Bohème pucciniana. 

La musica (se è vera musica) è sempre espressione di intelligenza (un recente studio dell'Università di Yale ha stabilito che il numero di neuroni cerebrali coinvolti in un cervello normale mentre si fa musica è di circa 6-7 miliardi, il più alto dato conosciuto tra quelli monitorati in qualsiasi altra attività umana).

Ma qui c'è qualcosa in più.

Mallarmé scriveva più di cento anni fa che il bambino ha abdicato alla sua estasi.  Che sembra il vero motivo della nostra (peggiorata) condizione umana.

Quand'è che ciascuno di noi ha cominciato a farlo ? Per quale sofferenza, per quale paura ?

Qui si assiste ad un trionfo d'estasi.  La Netrebko abbandona il mezzo - freddo e tecnologico - che propaga la sua voce. In preda ad una specie di trance gioiosa, si dà in pasto all'immensa arena di Berlino ed esegue il finale dell'aria senza nessuna amplificazione, con la nudità della voce.

Pura estasi.