31/01/14

'L'impero delle Luci' di Magritte in una straordinaria mostra a Venezia.





Luce e oscurità a dare forma a una delle opere più note di René Magritte, 'L'impero della luci'; rapporti di assenza e presenza, di chiari e scuri, che dal quadro dell'artista belga, vero perno centrale, si dipanano tra avanguardie storiche, con un tuffo nel tardo Impressionismo, fino al contemporaneo del teschi 'umani' di Piotr Uklanski o Philippe Halsman, omaggio quest'ultimo a Salvator Dalì. 

Il gioco di assonanze e contrasti, lungo un percorso di 74 opere, tra cui un filmato dedicato a Jackson Pollock, è il filo conduttore della mostra curata da Luca Massimo Barbero al Collezione Peggy Guggenheim, a Venezia, aperta dal primo febbraio al 14 aprile. 

Una rassegna, giunta alla quarta edizione, che prende il titolo da una serie di lavori di Fausto Melotti, 'Temi & Variazioni'. Appare cosi' naturale che la sezione conclusiva della mostra, abituale omaggio del museo americano all'arte italiana, sia dedicata stavolta a un nucleo di una ventina di opere allo scultore che ha fatto della leggerezza di opere fatte di pure linee una delle sue cifre piu' famose. 

L'omaggio a Melotti si concentra sul periodo finale del suo percorso artistico, tra gli anni Sessanta e gli Ottanta del secolo scorso, quando da vita a una sorta di 'antiscultura', quasi ad anticipare l'Arte Povera. 

Una serie di lavoro che il curatore ha voluto a conclusione della rassegna centrata sulla luce proprio "come possibile dematerializzazione della forma plastica in pura luminosità, racchiusa da un essenziale disegno nello spazio". 

L'intero tragitto espositivo, però, e' ricco di sorprese, con le opere della Collezione Peggy Guggenheim che dialogano con lavoro provenienti da collezioni private, come un Degas o un Matisse. 

Ma, tra variazioni tematiche e cronologiche attorno al soggetto della luce, a tessere un dialogo muto ci sono anche Rothko, Fontana, De Kooning, e poi Jasper Johns o Donald Judd chiamati ad aprire le porte al contemporaneo, con maestri quali Richter, Hockney, Kapoor o Kiki Smith. 

E così 'L'impero delle luci' magrittiano trova il suo contraltare finale nella silhouette dell'albero nero di Nate Lowman.

29/01/14

L'Abbazia di San Galgano, Tarkovskij e il cavaliere di Chiusdino.




Quando il grande regista russo Andrej Tarkovskij, esule dal suo paese, nei primi anni ’80 girava per l’Italia accompagnato dall’amico Tonino Guerra, alla ricerca di luoghi ideali dove ambientare il suo nuovo film – quello che si chiamava Nostalghia, vero e proprio atto d’amore per il suo paese forzosamente abbandonato – restò folgorato dalla campagna senese e in particolare da quello spettrale monumento che si erige a pochi chilometri da Chiusdino: l’Abbazia di San Galgano.

Confessò a Guerra che quella antica basilica in rovina, rimasta senza copertura, immersa nella brughiera, invasa dalle nebbie autunnali, gli ricordava i paesaggi misteriosi del suo paese.

A San Galgano, dunque – dopo aver ambientato la famosa sequenza della passeggiata esoterica del pazzo con la candela in mano nella vasca vuota di Bagno Vignoni – Tarkovskij dedicò l’ultima scena del suo film.


 
fotogramma da Nostalghia di Andrej Tarkovskij, 1983


Prima di lui, nel 1962, quel luogo aveva stregato anche Roger Vadim, che l’aveva utilizzato anch’egli per l’ultima scena del suo film, Il riposo del guerriero, quando sullo sfondo della grande Abbazia volteggiano nell’aria i biondi capelli di Brigitte Bardot.

Il fascino di San Galgano e della sua Abbazia, oramai così diffuso, non è però legato alle celebrazioni tributate da film anche illustri: affonda piuttosto le sue radici in nove secoli di storia, in vicende molto complesse e difficili per noi da decifrare, legate alle vicende di un Santo minore di cui sappiamo molto poco e la cui notorietà è di gran lunga legata al mito di una spada nella roccia, ancora esistente– apparentemente conficcata nello stesso punto da 900 anni – e custodita sotto una teca di vetro, all’interno della cosiddetta Rotonda di Montesiepi, la cappella adiacente all’Abbazia, dedicata a San Galgano, ed edificata nel luogo esatto dove si ritirò e morì nell’anno 1181.

Ma chi era Galgano ? Perché il suo nome è legato a quello di una spada nella roccia ? E in quale modo questa storia è legata al mito celtico di Artù e di Lancillotto ?

Dovremo scoprirlo anche per capire per quale motivo all’eremo e alla grande Abbazia a cielo aperto, siano legate molte credenze, molti elementi misteriosi, come fili intrecciati di un’unica grande storia che parla di montagne sacre, di centri del mondo, di cammini iniziatici di consapevolezza alla ricerca di un altrove, di un oltre, di un contatto con le forze nascoste del Cielo.

Tutto quello che sappiamo di certo riguardo la vita di Galgano Guidotti è quello che ci è pervenuto attraverso gli atti dell’inquisitio del 1185: deposizioni di testimoni che di fronte a delegati pontifici permisero di ricostruire la vita e le opere dell’uomo, facendogli meritare l’elevazione alla gloria degli altari.

Oltre a questi preziosi documenti esiste ben poco di certo, soltanto racconti agiografici che magnificano imprese più o meno mirabolanti del Santo e che si diffusero lungamente in epoca medievale.


Ricapitolando, Galgano Guidotti nacque intorno al 1150 a Chiusdino, un piccolo centro di origine longobarda, a 35 chilometri da Siena. Figlio unico e molto atteso – al punto che i passi della inquisitio riguardanti i genitori, Dionigia (ancora viva al momento del processo di beatificazione e testimone importante) e Guidotto ricordano da vicino le vicende bibliche di Abramo e Sara -  di una famiglia benestante, era destinato ad una brillante carriera di cavaliere, di militare. 




La sua vicenda però si interruppe in modo simile a quella di altri santi medievali, compreso lo stesso San Francesco di Assisi, con una chiamata mistico-religiosa, che per Galgano si manifestò sotto forma di diverse visiones, che ebbero per protagonista l’arcangelo Michele.  Nella prima, a Galgano veniva richiesto di lasciare i genitori e di abbandonare la vocazione cavalleresca.  La seconda – un grande sogno – sta invece all’origine dello stesso mito della spada nella roccia.  L’arcangelo, stavolta, gli fa strada, lo conduce presso un grande fiume, sormontato da un ponte, oltrepassato il quale gli appare un prato fiorito prima e una specie di profonda grotta, poi, che lo conduce miracolosamente in un luogo sconosciuto – scoprirà dopo essere proprio  la collina di Montesiepi  -  dove a Galgano appaiono i dodici apostoli seduti in domo rotunda, all’interno di una casa rotonda.  Gli apostoli si dispongono a cerchio intorno a lui e gli offrono un libro aperto, che Galgano non riesce a decifrare. Dopodiché, con un grande boato, gli si manifesta la Maestà divina che gli ordina di costruire in quel preciso luogo una casa in onore di Dio, della beata Maria, di San Michele Arcangelo e dei Dodici Apostoli.

Dopo il sogno, Galgano vaga alla ricerca del posto dove lo ha condotto l’Arcangelo durante la visione, e lo trova quando il suo cavallo – che si rifiutava di obbedirgli – lo conduce proprio a Montesiepi. 

Galgano si ferma, scende da cavallo, si inginocchia. E qui compie quel gesto che darà origine alla leggenda.

Ha l’idea di farsi una croce di legno e di impiantarla proprio in quel luogo, ma non trova il necessario.  

Decide allora di piantarvi la spada. E l’arma si conficca così bene nel terreno – con l’elsa che disegna una croce perfetta nell’aria – che né Galgano, né nessun altro riesce più ad estrarla.




E’ la conversio dell’ipotetico cavaliere, che rinuncia a tutto e decide, da quel momento di vivere e trasformare quel luogo nella domus che la Maestà divina gli ha indicato.

Su questa base storica – Galgano come abbiamo visto muore nel 1181 -  si sviluppa la leggenda alimentata poi dall’agiografia dei monaci cistercensi che nei pressi dell’eremo di Montesiepi decidono di costruire, nel 1220, la grande Abbazia,  sul modello di quella fondata da Bernardo da Chiaravalle ai piedi delle Ardenne in Francia, a sua volta ispirata da quella di Citeaux.  


La Cappella costruita sull’eremo di Montesiepi, invece, seguirà fedelmente il sogno di Galgano: un cerchio, una rotonda, con al suo centro il punto esatto della visione divina, dove è stata piantata la spada nella roccia, che diventa un asse cosmico, un centro del mondo che “pone in comunicazione le tre aree cosmiche: terra, cielo e quella sorta di inferi costituiti dalla sottostante caverna che Galgano ha attraversato.” (1)



1.       F. Cardini, San Galgano e la spada nella roccia,  Cantagalli, Siena, 2000, pag. 100.

28/01/14

Esce domani in libreria '1910' di Thomas Harrison. Un anno cruciale per l'Occidente.






Esce domani in tutte le librerie 1910, L'emancipazione della dissonanza, per Editori Riuniti. Finalmente tradotto in Italia un libro originalissimo che affronta i dilemmi della contemporaneità da una prospettiva completamente nuova, muovendo i passi dalle vicende di un secolo fa. 

Il 1910 non è un anno come gli altri per il mondo occidentale. 

Manca meno di un quinquennio allo scoppio della prima guerra mondiale e l’apparizione nei cieli d’Europa della cometa di Halley sembra preannunciare la tragedia che decreterà la crisi di un’intera cultura. 

In quegli anni arte, filosofia, musica e letteratura rivelano con nuova crudezza le ossessioni e le paure dell’uomo contemporaneo, di cui Thomas Harrison mostra la traumatica gestazione attraverso le vicende esemplari di intellettuali e artisti come Kandinsky, Schiele, Kokoschka, Lukács, Rilke e Schönberg. 

Spostandosi tra Germania, Italia e impero asburgico, l’autore si sofferma sulla complessa figura di Carlo Michelstaedter, poeta, pittore e filosofo di Gorizia che si toglie la vita proprio nel 1910, a soli ventitré anni. 

La tesi di laurea La persuasione e la rettorica, lascito filosofico cui il saggio rivolge particolare attenzione, fu terminata il giorno stesso del suicidio e costituisce un’emblematica dichiarazione di morte della vecchia Europa. 

La percezione di una metafisica conflittuale e l’ossessione universale per la malattia e la morte, la ricerca di un’espressione autentica dell’anima e il perseguimento di un’etica del sacrificio sono temi che accomunano tutti i pensatori e gli artisti del 1910: una ricerca intellettuale brutalmente messa a tacere dalla guerra ma con cui, cento anni dopo, ci troviamo ancora a dover fare i conti.  




Thomas Harrison è professore ordinario alla University of California di Los Angeles, dove dirige il dipartimento di italianistica. 
Insegna e scrive di argomenti di cultura e filosofia moderna, musica, comparatistica e storia intellettuale. 
Oltre a numerosi articoli, ha pubblicato The Favorite Malice: Ontology and Reference in Contemporary Italian Poetry (Out of London Press, 1984), Nietzsche in Italy (Anma Libri, 1988) ed Essayism: Conrad, Musil and Pirandello (The Johns Hopkins University Press, 1991).

27/01/14

Lou Reed - Lo struggente ricordo che scrisse per il suo maestro, Delmore Schwartz.






Lewis Allan Reed, in arte Lou Reed, nato a Brooklyn, New York, e cresciuto a Freeport, Long Island, fu per tutta la vita riconoscente a quello che considerò il suo maestro, il poeta Delmore Schwartz, che il futuro musicista conobbe quando, alla fine del 1960, cominciò a frequentare la Syracuse University's College of Arts and Sciences, studiando giornalismo, regia cinematografica e scrittura creativa.

Nel giugno 1964 Reed ottenne la laurea.
Agli anni universitari risale dunque l'incontro. Delmore Schwartz ebbe Lou Reed fra i suoi allievi e, già malato e alcolizzato, prese in simpatia quel "ragazzo disorientato di New York", il quale, nel 1966 (anno della sua morte), gli avrebbe dedicato la composizione European Son inclusa nell'album di debutto dei Velvet Underground, considerato l'omaggio più intenso e più durevole alla memoria di questo campione dell'Alta Cultura.

Questa qui sotto è l'introduzione - struggente - scritta da Lou Reed per il libro Nei sogni cominciano le responsabilità che raccoglie alcuni famosi racconti di Schwartz e che a tutt'oggi è l'unico libro tradotto in lingua italiana di questo grande scrittore e poeta americano (il quale ispirò fra l'altro il personaggio di Humboldt a Saul Bellow per il romanzo che valse allo scrittore il premio Nobel per la letteratura nel 1976).



Oh, Delmore, quanto mi manchi. Sei tu che mi hai incoraggiato a scrivere. Eri l’uomo più grande che avessi mai incontrato. Riuscivi a esprimere le emozioni più profonde con le parole più semplici. I tuoi titoli bastavano da soli a far salire sul mio collo la musa di fuoco. Eri un genio. Segnato dal destino.

Le storie folli. Oh, Delmore, eri così giovane . Così pieno di speranza.  Ci riunivamo attorno a te mentre leggevi Finnegan's Wake. Così divertente ma così impenetrabile senza il tuo aiuto. Dicevi che il modo migliore per vivere la propria vita era consacrarla a Joyce. Avevi annotato ogni parola  nei romanzi presi in prestito in  biblioteca. Ogni parola. 

E dicevi che stavi scrivendo The Pig's Valise. Oh, Delmore, non era vero. Lo hanno cercato dopo che il tuo ultimo delirio ti ha provocato un infarto all'Hotel Dixie. Un corpo non reclamato per tre giorni. Tu - uno dei più grandi scrittori della tua epoca. Nessuna valigia.

Avevi la lettera di T.S. Eliot vicino al cuore. Il suo elogio di Nei sogni. Ci hai supplicati: "vi prego non lasciate che mi seppelliscano vicino a mia madre. Fate una festa per celebrare il viaggio da questo mondo a uno che mi auguro sia migliore.  E tu, Lou, giuro - e sai che se esiste qualcuno sulla terra capace di farlo, quello sono io - giuro che se scriverai per i soldi ti perseguiterò."

Gli ho portato un racconto. Mi ha dato una B. Ero così ferito, così umiliato. Perché perseguitare uno senza talento come me ? Ero io l'orso di The Heavy Bear Who Goes With Me, l'orso che lo accompagnava. Ai cocktail letterari. Li odiava. E affidavano a me la responsabilità. 

Delmore Schwartz


Dopo qualche drink - la camicia sbottonata - il lembo destro penzolante - la cravatta messa di traverso - la lampo slacciata. Oh Delmore, eri così bello. Con il tuo nome ispirato a un ballerino del cinema muto, Frank Delmore. O, Delmore - la cicatrice, un souvenir del tuo duello con Nietzsche. 

La campanella aveva suonato mentre ci leggevi Yeats, ma la poesia non era finita e volevi continuare a leggerla - rivoli di liquido ti uscivano dal naso ma tu non hai smesso di leggerla. Ero paralizzato . Ho gridato - l'amore per la parola - l'orso pesante.

.... O, Delmore, dov'era il Vaudeville for a Princess.  Un dono per la principessa offerto dalla star del teatro nel camerino.  
La duchessa ha ficcato un dito nel culo del duca e il regno è svanito per sempre. Non porterà niente di buono. Basta con questo corteggiamento !
Signore si calmi o dovrò buttarla fuori.
Delmore capiva tutto e riusciva a scriverlo in modo impeccabile.
Shenandoah Fish. Eri troppo bravo per sopravvivere. Le tue intuizioni ti hanno tradito. Le aspettative di successo. Così insegnavi.
E io ho assistito al tuo ultimo round.
Amavo il tuo ingegno e la tua smisurata conoscenza.
Eri e sarai sempre il più grande.
Riuscivi a portare un cavallo alla fonte ma non a farlo pensare.
Volevo scrivere. Un solo verso che fosse all'altezza dei tuoi. La mia montagna. La mia fonte di ispirazione.
hai scritto il racconto più fantastico che sia mai stato concepito.
Nei sogni.

Lou Reed.






26/01/14

La poesia della Domenica - "Baudelaire" di Delmore Schwartz.





Baudelaire 


Quando mi addormento, e persino
nel sonno,
Odo distintamente voci che dicono
Intere frasi, trite e banali,
Che non hanno rapporto con ciò
che faccio.

… Sono stanco di questa vita di stanze ammobiliate.
Sono stanco di avere raffreddori
e mal di capo:
Sai della mia strana vita. Ogni giorno
porta
La sua quota di rabbia. Tu sai poco
Della vita d’un poeta, cara Mamma: devo scrivere
poesie,
La più debilitante delle
occupazioni.
Seppur ti costi immane dolore,
Seppur tu non creda che sia
necessario,
E tu sia in dubbio che la somma
sia corretta,
Per favore inviami denaro per almeno
tre settimane.


Delmore Schwartz
(Brooklyn, 8 dicembre 1913 – New York, 11 luglio 1966)


(versione originale)

Baudelaire

When I fall asleep, and even during
sleep,
I hear, quite distinctly, voices speaking
Whole phrases, commonplace and trivial,
Having no relation to my

Having no relation to my
affairs.
…I am sick of this life of furnished
rooms.
I am sick of having colds and
headaches:
You know my strange life. Every day
brings
Its quota of wrath. You little know
A poet’s life, dear Mother: I must write
poems,
The most fatiguing of
occupations.
Although it costs you countless agony,
Although you cannot believe it
necessary,
And doubt that the sum is
accurate,
Please send me money enough for at least
three weeks.

25/01/14

Nessuna meraviglia viene a risvegliare il tuo sonno.




Fonte di saggezza popolare ripete che si invecchia quando si smette di innamorarsi. Cioè, non si riesce più. Soltanto ampliando lo sguardo, si dovrebbe ammettere che si invecchia, e cioè ci si avvicina, preparandosi, alla morte, quando si smette di meravigliarsi. 
Nulla è infatti più vicino alla meraviglia dell'innamoramento, che della meraviglia è solo una delle manifestazioni. 

L'albero rinnova i colori, si piega sotto il peso della pazienza, non smette di credersi legato indissolubilmente alla terra, anche quando muoiono le radici e il legno vecchio si disperde nell'apparente niente che è la dissoluzione degli atomi, degli amminoacidi, delle diverse variazioni chimiche chiamate 'albero'. 

Così noi, dovremmo essere capaci di rinnovare i colori. Farci nuovi per il riposo degli uccelli, splendenti per le piogge di giugno, nudi per la paura di gennaio, tenui per l'alba nuova d'autunno, intrepidi per l'ultima primavera che verrà a visitarci. 

Lo sguardo è quello che siamo capaci di essere. 

Quando tutto è fermo, senti una madida coperta senza vita che avvolge il tuo corpo. Da sotto, uno scheletro insensibile riesce ancora a sentire.  Ma nessuna meraviglia viene a risvegliare il tuo sonno. 

Vivi da morto, come un morto.  E il vecchio adagio direbbe che sei morto anche se vivi, cioè non sopravvivi, anche se sembra che è quello che fai. 

La meraviglia scardina come un arpeggio le ossa del tuo scheletro.  Quando non vuoi, viene a ricordarti che sei stato vivo, e lo sei, e lo sarai.  Dipende, come in ogni cosa creata dall'universo,  dalla vibrazione.  Sei nato da quella, tornerai ad essere quella, dipendi da quello .  Il silenzio, senza di quella, è vuoto. Come non è mai il silenzio. 




Fabrizio Falconi © - proprietà riservata/riproduzione vietata. 

24/01/14

"Quando non onoriamo il momento presente consentendogli di essere, creiamo il dramma." - Eckhart Tolle.




Gran parte del cosiddetto ‘male’ che avviene nella vita delle persone è dovuto all’inconsapevolezza. Si crea da solo, o, meglio, è creato dall’io. Talvolta io chiamo queste cose “dramma”. Quando siamo pienamente consapevoli, il dramma non entra più nella nostra vita. Vorrei rammentare brevemente come opera l’io e come crea il dramma.

L’io è la mente non osservata che gestisce la nostra vita quando non siamo presenti come consapevolezza testimone, come osservatori. L’io si percepisce come frammento separato in un universo ostile, senza alcuna connessione interiore con ogni altro essere, circondato da altri io che considera potenziali minacce o che cercherà di usare per i propri fini. Gli schemi fondamentali dell’io sono creati per combattere la sua radicata paura e il suo senso di mancanza. Si tratta di resistenza, dominio, potere, avidità, difesa, attacco. Alcune delle strategie dell’io sono estremamente abili, eppure non risolvono mai alcuno dei suoi problemi, semplicemente perché l’io stesso è il problema.

Quando gli io si riuniscono insieme, che si tratti di rapporti personali o di organizzazioni o istituzioni, prima o poi accade il “male”: un dramma di qualche genere, sotto forma di conflitti, problemi, lotte di potere, violenza emotiva o fisica, eccetera. Fra questi vi sono mali collettivi come guerre, genocidi e sfruttamenti, tutti dovuti all’inconsapevolezza accumulata. Inoltre molti tipi di malattie sono causati dalla resistenza continua dell’io, che crea restrizioni e blocchi nel flusso di energia attraverso il corpo. Quando ci ricolleghiamo all’Essere e non siamo più gestiti dalla nostra mente, smettiamo di creare queste cose. Non creiamo e non partecipiamo più al dramma.

Quando due o più io si uniscono insieme, ne consegue un dramma di qualche genere. Ma anche chi vive completamente solo crea il proprio dramma. Quando noi ci sentiamo dispiaciuti per noi stessi, questo è dramma. Quando ci sentiamo in colpa o in ansia, questo è dramma. Quando lasciamo che il passato o il futuro oscurino il presente, creiamo il tempo, il tempo psicologico, la sostanza di cui è fatto il dramma. 

Quando non onoriamo il momento presente consentendogli di essere, creiamo il dramma.

Quasi tutti sono innamorati del proprio dramma di vita particolare. La loro storia è la loro identità. L’io gestisce la loro vita. Vi hanno investito l’intero loro senso del sé. Perfino la loro ricerca (di solito infruttuosa) di una risposta, di una soluzione, o di una guarigione ne diventa parte. Ciò che temono e a cui resistono di più è la fine del loro dramma. Fintanto che SONO la loro mente, ciò che temono e a cui resistono di più è il loro risveglio.

Quando viviamo in completa accettazione di ciò che esiste, questa è la fine di ogni dramma della nostra vita. Nessuno può nemmeno litigare con noi, per quanto ci provi. Non possiamo litigare con una persona pienamente consapevole. Il litigio implica l’identificazione con la mente e una posizione mentale, nonché resistenza e reazione alla posizione dell’altra persona. Il risultato è che le opposte polarità si forniscono energia reciprocamente. Questa è la meccanica dell’inconsapevolezza. Possiamo ancora esprimere la nostra opinione chiaramente e fermamente, ma non vi sarà dietro nessuna forza reattiva, nessuna difesa e nessun attacco. Allora non si trasformerà in dramma. Quando siamo pienamente consapevoli, smettiamo di essere in conflitto. “Nessuno che sia in unione con se stesso può nemmeno concepire un conflitto”: questo si riferisce non soltanto al conflitto con altre persone ma fondamentalmente al conflitto dentro di noi, che viene meno quando non vi è più alcuno scontro fra le esigenze e le aspettative della mente e ciò che esiste.

Eckhart Tolle, tratto da Il potere di adesso - Armenia Editore. 


in testa: opera di Severino Del Bono.

22/01/14

Natalie Merchant - The Worst Thing (traduzione italiana).







Natalie Merchant (Jamestown, 26 ottobre 1963), è una delle più intense autrici -  cantante, musicista e produttrice discografica - della musica contemporanea.

Dopo la  partecipazione nel gruppo dei 10,000 Maniacs, dal 1981 al 1993, nella sua carriera solista ha inanellato album sperimentali bellissimi.  Questa track fa parte del suo album Motherland, del 2001, e questa è una traduzione inedita in italiano, del testo.

 "The Worst Thing"

So you're in love, that's so good for you
Live it up girl 'cause it never lasts too long
It's heaven for now, but not for long
It's gonna hurt you
It's gonna make you feel so bad

Once I could love, I could trust, I could not doubt
But that was just about the worst thing that I could do
It was just about the worst thing that I could do

Maybe not now, but it won't take long
Before it's gonna hurt you
And truly do you some harm

Once I was open, could hope, I had no doubt
But that was the worst thing that I could do
It was just about the worst thing that I could do

Once I came close to that most elusive fire
Burning with hopeless love and desire
But it was just about the worst thing that I could do
It was just about the worst thing I could do

En el pasado que estuve ciega como tu
Atrapada y perdida, como tu
Embelesada y suspendida en mi jaula de plata
Esos recuerdos me accompanaran toda la vida


"La cosa peggiore"


Allora sei innamorata, è una cosa buona per te. 
Goditelo ragazza perchè non dura mai troppo a lungo
È il paradiso per adesso, ma non per molto
Ti farà male
Ti farà sentire così male

Una volta potevo amare, potevo fidarmi, potevo non avere dubbi
Ma quella è stata praticamente la cosa peggiore che potessi fare
È stata praticamente la cosa peggiore che potessi fare

Forse non adesso, ma non ci vorrà molto
Prima che ti farà male
E che ti faccia veramente danno.

Una volta ero aperta, potevo sperare, non avevo dubbi
Ma quella è stata la cosa peggiore che potessi fare
È stata praticamente la cosa peggiore che potessi fare

Una volta sono arrivata vicina a quel fuoco così sfuggente
Bruciando con amore, senza speranza e desiderio
Ma è stata praticamente la cosa peggiore che potessi fare
È stata praticamente la cosa peggiore che potessi fare

Nel passato sono stata cieca, come te
Intrappolata e persa, come te
Rapita e sospesa nella mia gabbia d'argento,
Quei ricordi mi accompagneranno tutta la vita.

(traduzione di Francesco Rosa). 

Natalie Merchant. 

How does night fall here (Come scende la sera qui) - di Fabrizio Falconi.





How does night fall here,
you ask me as you count the flies
blocked by the storm:
it falls like rope, like
an acrobat with golden feet

it falls.

traslated by David Lummus


Come scende la sera qui,
mi chiedi contando le mosche
bloccate dal temporale:
scende come fune, come
acrobata dai piedi d’oro,

scende.


Fabrizio Falconi, in Tri-Quarterly 127/2007.


20/01/14

Dieci grandi anime. 5. Jiddu Krishnamurti (4-fine)




Dieci grandi anime. 5. Jiddu  Krishnamurti (4 - fine)

Lo ammise esplicitamente in un lungo colloquio con Mary Lutiens e Mary Zimbalist, avvenuto nel 1974 a Brockwood Park, in cui parlò retrospettivamente di sé - in terza persona -  e di quello che era accaduto a quel semplice ragazzo indiano, cui era toccato un destino così particolare:
      Il ragazzo fu trovato, il condizionamento non fece presa – né la Teosofia, né l’adulazione, né il Maestro del Mondo, le proprietà, le enormi somme di denaro – niente di questo lo toccò. Perché ? Chi lo ha protetto ?
     Tutto questo è sacro. E’ veramente straordinario il perché questo ragazzo  non sia stato corrotto.   Hanno fatto di tutto per soggiogarmi.  Stiamo provando a toccare un mistero ? Nel momento in cui lo comprendi non è più un mistero. Ma la sacralità non è un mistero. Noi stiamo cercando di rimuovere il mistero che conduce alla fonte.  (8)
     E’ una delle rare volte nelle quali, sentendosi forse alla fine della vita, Krishamurti ammise di considerarsi una sorta di eletto. Qualcuno che era stato scelto per una missione, quella che lui avrebbe considerato una via di perfezionamento.
     Negli ultimi anni prese a definire con questo termine – l’Altro – l’entità da cui si sentiva abitato. Abitato fino alla fine. Al punto che cominciò, quando entrò nella fase finale della malattia che lo avrebbe portato alla morte, che quell’Altro volesse abitare un corpo malato, perché non lo lasciava andare, lui che aveva sempre pensato di potere un giorno ‘scivolare’ nella morte molto più facilmente che nella vita.
     Della personificazione di questo Altro – cioè di quella stessa energia che causava il dolore del processo - parlò chiaramente quando nell’ottobre del 1985, quattro mesi prima di morire, così rispose a Mary Zimbalist, che gli chiedeva se si sarebbero rivisti ancora: “ Non morirò all’improvviso, “ rispose Krishnamurti, “ è tutto deciso da qualcun altro (non qualcos’altro NdA). Non posso parlarne. Non mi è consentito, capisci ? E’ molto più serio.  Ci sono cose che tu non sai. Enormi, e io non posso dirtele.”  (9)
     E’ impossibile rendere conto qui della complessità dell’opera di Krishnamurti, del suo lascito filosofico e spirituale, che ancora oggi,  25 anni dopo la sua morte, appare vivo nel mondo. Insieme al mistero riguardante l’origine di questa conoscenza così profonda, e al mistero più generale della figura di Krishamurti, della sua esistenza, e della reale portata delle sue esperienze.
     Una idea di questa complessità si può ricavare dalla lettura del Taccuino,   che Krishnamurti cominciò a scrivere nel giugno del 1961  - per sette mesi -  come diario quotidiano delle sue percezioni e dei suoi stati di coscienza. Si tratta di un manoscritto straordinario, anche dal punto di vista della modo in cui fu redatto: 323 pagine scritte a matita, senza una sola cancellatura. (10)
      Il diario che inizia e finisce senza una motivazione o una data precisa, è un testo poco legato alle questioni quotidiano, e denso di riferimenti – apparentemente puramente descrittivi – al mondo della natura, e al mondo interiore, che per Krishnamurti sono entrambi veri mondi spirituali.
     Nel Taccuino, il 29 luglio del 1961, Krishnamurti scrisse un piccolo decalogo che forse rappresenta pienamente la summa del suo pensiero di conoscenza interiore, oltre che una guida pratica, e non puramente utopistica ( non lontana, per altro,  dagli insegnamenti evangelici), per avvicinarsi alla pienezza di quella immensità che egli sentì prossima durante tutta la vita, e obiettivo di crescita per ogni essere umano.
      Per essere maturi, scriveva Krishnamurti, è assolutamente necessario che vi siano:
1.   completa semplicità che si accompagni a umiltà, non nelle cose o per quel che riguarda il suo possesso, ma nella qualità dell’essere;
2.      passione, con una intensità che non è puramente fisica;
3.      bellezza, non solo sensibilità alla realtà esteriore, ma l’esser sensibili a quella bellezza che è aldilà  al di sopra di pensiero e sentimento;
4. amore; la sua totalità, non quell’amore che conosce gelosia, attaccamento, dipendenza; non l’amore che viene diviso in carnale e divino. L’intera immensità dell’amore.
5.   e la mente capace di cercare, di penetrare senza motivo, senza scopo, nelle sue stesse sconfinate profondità; la mente che non ha barriere, ed è libera di vagare fuori del tempo-spazio.    (11)

Questa maturità, ricercata e descritta in modo così semplice ed eloquente da Krishnamurti è quella che consente di percepire a partire dalla contemplazione di un semplice fiore (un fiore sul lato della strada, una cosa chiara, luminosa, aperta al cielo: il sole, la pioggia, il buio della notte, i venti, il tuono, la terra hanno preso parte alla creazione di quel fiore. Ma il fiore non è nessuna di queste cose. E’ l’essenza di tutti i fiori)  (12)  l’essenza di tutta la vita, fuori dal tempo e dallo spazio. 

      Allora anche nella misura di un fiore c’è stata la benedizione, scrive Krishnamurti, insieme a una grande pace.  

(4. - fine) 

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8.     M. Lutyens, La vita e la morte, op. cit. pag. 174.
9.     M. Lutyens, La vita e la morte, op. cit. pag. 219.
10.     Il Taccuino di Krishnamurti è pubblicato, come le altre opere da Ubaldini Editore, Roma, 1980.
11.       J. Krishnamurti, Taccuino, op. cit. pag. 31.
12.      J. Krishnamurti, Taccuino, op. cit. pag. 54.

19/01/14

Dieci grandi anime. 5. Jiddu Krishnamurti (3./)




Dieci grandi anime. 5. Jiddu  Krishnamurti (3./)

Iniziò così quella seconda, lunga fase nella vita del maestro, che lo portò a viaggiare per il mondo fino all`età di novant`anni, e a diventare un punto di riferimento per scrittori come Aldous Huxley, scienziati come David Bohm, o migliaia di persone comuni appartenente a paesi e razze diverse, così attratti dalla figura e dalle parole di un pensatore davvero fuori dal comune e da ogni schema.
      Una seconda fase nella quale Krishnamurti portò avanti con coerenza, fino all’ultimo, ciò che pensava della vita: il rifiuto di ogni ideologia, di ogni autorità spirituale o psicologica – comprendendo anche se stesso  in questo contesto – la liberazione dalla paura – dalla paura della morte in primis -  dai condizionamenti del pensiero, dall’autorità, dalla sottomissione ai vincoli imposti.
     Il cammino spirituale di Krishnamurti è fatto, prima di tutto, di consapevolezza. E’ solo la consapevolezza che rende liberi nel cammino verso la Verità.  Ma nessuna consapevolezza è possibile dentro al frastuono del mondo, nessuna consapevolezza è possibile se non ci si libera dei legacci e delle false illusioni del pensiero.
      La comprensione, scrive nel suo primo libro, pubblicato nel 1953, Education and the Significance of Life,  viene solo attraverso l’autoconoscenza, che è la consapevolezza del proprio intero processo psicologico.  L’istruzione è nella comprensione di sé, poiché è in ciascuno di noi che è raccolta la totalità dell’esistenza.
      E nell’Uomo alla svolta, aggiunge: la libertà è essenziale per l’amore; non la libertà della rivolta, non la libertà di fare quel che ci pare e piace, neanche l’indugiare segretamente o apertamente nelle proprie bramosie, ma piuttosto la libertà derivante dalla comprensione dell’intera struttura della natura e del centro. Allora la libertà è amore. (5)
      E’ grazie ad affermazioni come queste, fatte nel corso di lunghe conferenze, fatte senza nessun foglio scritto, seduto su di una semplice sedia, con il suo tono di voce avvolgente, la pronuncia lenta, gli occhi spesso socchiusi, che Krishnamurti diventò, poco a poco, celebre.  Riconosciuto, ammirato, inseguito anche – inevitabilmente – dal mondo della celebrità e dello spettacolo. 
      Quando l’amica italiana Vanda Scaravelli -  era figlia di Alberto Passigli, aristocratico proprietario terriero, e personaggio molto in vista nella società fiorentina e moglie del marchese Luigi Scaravelli, professore di filosofia all’Università di Roma – lo portò in Italia, registi cinematografici (Fellini, Pontecorvo), scrittori (Moravia, Carlo Levi), musicisti (Segovia, Casals) fecero a gara per incontrarlo.  Ma Krishnamurti non cambiò mai il suo semplice sistema di vita, apparentemente completamente alieno dai bisogni e dai desideri umani.   Continuò a passare gran parte delle sue giornate in meditazione, o studiando o scrivendo, o incontrando persone che volevano conoscerlo.   Continuò, allo stesso modo, quel doloroso processo, che a tratti si impadroniva di lui e lo portava in uno stato di estasi e di distacco dal mondo, del  quale la stessa Scaravelli (6) fu più volte testimone, e che così descrive nei suoi appunti:
       Dopo colazione stavamo conversando. In casa non c’era nessuno. Tutt’a un tratto K. svenne. Ciò che accadde a questo punto non si può descrivere, poiché non ci sono parole per darne minimamente un’idea: ma è anche qualcosa di troppo serio, troppo straordinario, troppo importante per essere lasciato nel buio, sepolto nel silenzio o tralasciato. Nel viso di K. ci fu una trasformazione.  I suoi occhi divennero più grandi, vasti e profondi, ed ebbero uno sguardo sovrumano, che andava al di là di ogni spazio possibile. Fu come se ci fosse una presenza, un potere appartenente ad un’altra dimensione. C’era una inspiegabile sensazione di vuoto e di pienezza al tempo stesso. (7)

       I contorni di questo ‘dove’, di questa ‘altra dimensione’ furono lasciati dallo stesso Krishnamurti sempre incerti. Non accettò mai di rispondere in modo preciso a ciò che avveniva durante quegli stati di coscienza che duravano anche giorni interi.  Ma sempre, nei suoi discorsi, emerse chiaramente che si sentiva ‘abitato’ o ‘protetto’ da una volontà e da un verità superiore.   Anche se ‘Dio’ è una parola che Krishnamurti  usò con incredibile parsimonia, proprio perché considerava quello che gli uomini descrivono come ‘Dio’ una ulteriore prigione mentale, un pre-giudizio, uno schema di cui liberarsi, se si vuole arrivare davvero al centro autentico della verità. 

(3./segue) 

Fabrizio Falconi © - proprietà riservata/riproduzione vietata.

      
5.     M. Lutyens, La vita e la morte… op. cit. pag. 144.
6.     Vanda Scaravelli, scomparsa nel 1999 è stata a sua volta insegnante di Yoga e di meditazione profonda, fino all’età di 80 anni, con all’attivo numerosi saggi.
7.     M. Lutyens, La vita e la morte… op. cit. 128.

La poesia della domenica - 'Amore dopo amore' di Derek Walcott.






Amore dopo amore

Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell'altro,

e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato

per tutta la vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d'amore,

le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.


Derek Walcott, da Mappa del nuovo mondo

Testo originale:

Love After Love

The time will come 

18/01/14

Dieci grandi anime. 5. Jiddu Krishnamurti (2)







Dieci grandi anime. 5. Jiddu  Krishnamurti (2./)


  La svolta nella vita del bambino avvenne  dopo la morte della madre - nel 1905 – e dopo le difficoltà economiche del padre, che si decise a chiedere l’intervento di Annie Besant, colei che era la direttrice della Società Teosofica inglese, chiedendo un lavoro nella sede indiana della società, ad Adyar. La Besant declinò l’invito. Ma quando, più tardi fu inviato dalla stessa Besant,  Charles Leadbeater come emissario della società teosofica ad Adyar, fu proprio costui ad accorgersi, avendolo visto bagnarsi sulla spiaggia con il fratello più piccolo,  di quel ragazzo che aveva “la più splendida aura che lui avesse mai visto, senza un’ombra di ego all’interno.” (3)
 Charles Leadbeater era un personaggio all’epoca molto discusso. Esoterista e chiaroveggente, membro della Società Teosofica della prima ora, era stato coinvolto in uno scandalo a sfondo sessuale, e poi prosciolto e riammesso dalla stessa Besant.
 L’entusiasmo di Leadbeater contagiò ben presto la stessa Besant e l’originale, eccentrica compagnia dei teosofi di Inghilterra si convinse di avere tra le mani – alla fine del 1909, quando Jiddu aveva soltanto 14 anni – nientemeno che l’incarnazione del Signore Maitreya, cioè del prossimo Buddha, venuto a palesarsi nel mondo.
  Bisogna lavorare di immaginazione e pensare cosa deve essere stato per questo ragazzino essere sradicato dal suo villaggio, in balìa dei fanatici adepti della Società teosofica, essere imbarcato su una nave a Bombay, rivestito di eleganti abiti europei, dopo essere passati dalle mani di un medico che ricucì perfino i larghi fori praticati nelle orecchie come da tradizione della sua gente, e approdare alla Charing Cross Station di Londra, accolto da centinaia di entusiasti membri del neonato Ordine della Stella d’Oriente venuti ad accogliere il nuovo Maestro del Mondo.   Lui, un ragazzino indiano, di diciassette anni !
  Le foto dell’epoca lo ritraggono elegante e impacciato nei campi d’erba e nei giardini dei meravigliosi palazzi inglesi che i benestanti teosofi possedevano e frequentavano, vicino a macchine d’epoca o in sella a biciclette nuove di zecca.
   Eppure questo ragazzo, ricoperto di ogni onore e riverenza, indicato come una divinità,
cominciò a chiedersi: “Perché hanno preso proprio me ?”  Krishnamurti teneva conferenze ai membri dell`Ordine della Stella, imparava l’inglese e il francese, girava il mondo, era sottoposto – insieme al fratello Nitya -  a una serie di ‘iniziazioni’,  ma ben presto cominciò a mettere in discussione i metodi teosofici sviluppando con forza un suo pensiero indipendente. Nel 1922 a Ojai Valley, California, la svolta: il 17 agosto lo coglie una straordinaria esperienza mistica che si protrae per tre giorni,  e che poi lo  stesso Krishnamurti raccontò in questi termini:
   Ero supremamente felice, perché avevo visto. Niente poteva più essere lo stesso. Mai più potrei essere nella totale oscurità:  ho visto la Luce. Ho attinto la compassione che sana tutto il dolore e la sofferenza; questo non per me stesso ma per il mondo.  Mi sono levato sulla cima della montagna e ho contemplato i potenti Esseri.  Ho visto la Luce gloriosa e salvifica.  La fonte della Verità mi è stata rivelata e l’oscurità è stata dispersa.  L’amore in tutta la sua gloria ha inebriato il mio cuore; il mio cuore non potrà  mai essere chiuso. Ho bevuto alla fonte della gioia e dell’eterna bellezza. Sono ebbro di Dio.  (4)
   E’ l’inizio di quel processo – così lo chiamava lo stesso Krishnamurti – che accompagnerà tutta la sua vita: misteriosi stati di estasi molto dolorosa (documentati da molti e diversi testimoni) , in cui una specie di ultra-percezione si impadroniva di lui, lo spossessava dal mondo, lo attraversava in tutto il corpo. 
   La svolta mistica e il durissimo colpo – un vecchio sogno è morto, scriverà nel Taccuino – ricevuto dalla improvvisa morte dell’adorato fratello, Nitya, ammalatosi di cancro, accelerarono il contrasto con i teosofi e Krishamurti cominciò ad insistere sulla inutilità dei loro riti liturgici,  rifiutando definitivamente il ruolo di autorità con un clamoroso annuncio che arrivò nel 1929, all`Hollywood Bowl di Los Angeles davanti a sedicimila persone. 
   Krishamurti ruppe gli indugi dichiarando:
 A che serve avere dietro migliaia di persone che non ascoltano, imbalsamate nel pregiudizio, che non vogliono il nuovo, ma preferiscono adattarlo al proprio sterile, stagnante Io? Dipendete da qualcun altro per la vostra spiritualità e la vostra felicità, e dovreste cercare dentro di voi. Quindi, a che serve un`organizzazione.
  Le decisioni erano prese: il rifiuto di incarnare una qualsiasi divinità, il rifiuto di avere discepoli, il rifiuto di appartenere ad un qualsiasi Ordine,  con lo scioglimento dell`Ordine della Stella d’Oriente, proclamato dallo stesso Krishnamurti. 

(2./segue) 

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3.     M. Lutyens, La vita e la morte…, op.cit. pag. 21
4.     M. Lutyens, La vita e la morte… , op. cit. pag. 55. Nella biografia, nelle pagine precedenti, c’è anche il resoconto che di questi tre giorni cruciali nella vita di K. fece il fratello Nitya in una lettera inviata alla Beasant e a Leadbeater. 

17/01/14

Dieci grandi anime. 5. Jiddu Krishnamurti (1)





 Dieci grandi anime. 5. Jiddu  Krishnamurti (1./)
     

Jiddu Krishnamurti, il maestro spirituale – oggi riconosciuto come uno dei più grandi del secolo scorso – non si stancò mai nelle migliaia di incontri e conferenze, tenute in giro per il mondo, e nelle scuole da lui fondate, in Svizzera, in Inghilterra – a Brockwood Park,dove oggi esiste la fondazione internazionale che porta il suo nome  (e una scuola internazionale per giovani dai 14 ai 24 anni)  – in California o in India, di ribadire che la religione, come è generalmente intesa – e quindi anche lo stesso pensiero della esistenza o non esistenza di Dio -  non è altro che una forma di costrizione, un inganno del pensiero, un limite della realtà che noi stessi accettiamo e che deforma ogni nostra percezione.
     Chi deve portare ordine nel mondo della realtà ? afferma Krishnamurti, in risposta a una delle persone che venivano quotidianamente ad interrogarlo (1),  L’uomo ha detto “Lo porterà Dio. Credi in Dio e avrai ordine. Ama Dio e avrai ordine. “ Ma quest’ordine diventa meccanico a causa del nostro desiderio di sicurezza, desiderio di sopravvivere, di trovare il modo più facile per vivere.  
     Come sa chi conosce la densa opera filosofica e spirituale di Krishnamurti, il senso del suo insegnamento fu proprio giocato sul rifiuto di quelle concezioni errate da parte degli uomini, frutto delle distorsioni causate dalla paura, dalla sofferenza, dalla paura della morte.    Il pensiero umano è come soggiogato da queste influenze negative che condizionano la conoscenza di se stessi.  Ed è, anzi, proprio il pensiero umano, il suo movimento incessante, frenetico, instancabile, il principale nemico di ogni vera conoscenza.
      Il pensiero è meccanico, e fa parte della realtà.  In campo psicologico il pensiero ha creato il ‘me’  e nell’elenco delle costrizioni, degli artifici del ‘me’, creati del pensiero, Krishnamurti inserisce anche Dio: me, mio, casa mia, la mia proprietà, mia moglie, mio marito, i miei bambini, il mio paese, il mio Dio.
      La sfida contenuta nel pensiero e nella vita stessa di Krishnamurti è invece in un totale rovesciamento di questa prospettiva. La verità è quando il pensiero si ferma. E’ quando non c’è più differenza tra osservante ed osservato.  Quando si capisce  che tutto il movimento della vita è uno, indiviso e quando si è consapevoli di questo. Soltanto allora, dice Krishamurti, la mente ringiovanisce e possiede una immensa energia. E  si può intravedere la bellezza e la verità.  
      Un pensiero di questo tipo, si obietterà, è lontano da un tradizionale senso religioso. Ma soltanto ad un esame molto superficiale la grande opera lasciata in eredità da Krishnamurti, composta da molti libri, meditazioni, taccuini e trascrizioni di un numero enorme di conferenze e incontri, potrà essere liquidata come lontana da una prospettiva religiosa.
      In effetti, se appena si è disposti ad addentrarsi nell’opera e nella vita del maestro indiano, ci si accorge che tutta la sua esistenza, in fin dei conti, non fu dedicata ad altro che a questo: alla conoscenza – non razionale, non positivista – della verità celata dietro l’apparenza e l’illusione della realtà, e in definitiva all’accostarsi al mistero unico del trascendente.  Trascendente a proposito del quale però Krishnamurti – con profonda coerenza –  continuò a rifiutare qualsiasi definizione.  Dio è qualcosa di cui non si può parlare, disse in un incontro a Ojai, in California,  che non può essere tradotto in parole, perché deve rimanere per sempre il non conosciuto.
      E questo, detto da un uomo a cui accadde nella vita di essere scambiato per un Dio – cosa che non capita certamente spesso – non è poco. 
      Sì, perché la vicenda umana di Krishnamurti è davvero singolare e molto interessante, al pari dell’opera che ci ha lasciato.  

      Nato l’11 maggio del 1895 a Madanapalle, un piccolo paese di collina tra Madras e Bangalore, ottavo di dieci figli, da un funzionario indiano dell’Erario sotto l’amministrazione britannica, e da sua moglie, Sanjeevamma. Una famiglia bramina, di lingua telegu, strettamente vegetariana. (2)  Suo padre, pur essendo un bramino ortodosso apparteneva alla Società Teosofica  -  fondata a New York da Helena Blavatsky sul presupposto che tutte le religioni abbiano un’unica origine – dal 1882,  e la madre era una devota di Sri Krishna. Per questo al piccolo Jiddu fu dato il nome di Krishna. 

(1./segue) 

Fabrizio Falconi © - proprietà riservata/riproduzione vietata. 


1.     La citazione qui riportata è tratta da J. Krishnamurti, Verità e realtà, Ubaldini Editore, Roma, 1977,  pag. 100.   Tutte le opere di Krishnamurti sono tradotte e pubblicate in Italia dall’editore Ubaldini.
2.     Tutte le notizie biografiche contenute in questo capitolo sono tratte da quella che è considerata la biografia più esauriente scritta su K. : Mary Lutyens, La Vita e la Morte di Krishnamurti, Ubaldini, 1990, Roma.  Mary Lutiens fu amica di Krishamurti sin dagli anni dell’adolescenza e fu scelta dallo stesso maestro come sua biografa.