28/02/14

La scoperta dell'orrore (Una esperienza taoista).




Il mio battesimo con la morte avvenne quando avevo meno di dieci anni.

Mio padre, mentre eravamo in vacanza nel paese dov’era nato, mi portò un giorno al mattatoio locale.
Non so quale fosse lo scopo che l’animava.

Forse era semplicemente curioso, o forse aveva in mente di impartirmi una lezione, di farmi prendere confidenza con quello che non riusciva a spiegarmi a parole. L’effetto fu brutalizzante. E ne ho portato le tracce fino ad oggi.

Nel vecchio mattatoio l’odore del sangue arrivava da molto lontano. Insieme alle urla – umane – dei maiali terrorizzati che pre-sentivano la fine orribile che li attendeva. Assistemmo alla esecuzione di un bue. Ed ebbi modo di verificare l’incredibile resistenza della vita biologica.

All’animale fu sparato un colpo in fronte, con una pistola. Il povero bue rimase come impietrito, sulle quattro zampe, mentre il sangue zampillava copioso. Ci mise un paio di minuti buoni a cedere sulle ginocchia prima e a caracollare in terra.

Sdraiato nel lago di sangue, però, la morte era ben lungi dal sopravvenire. L’uomo-aguzzino, addetto al macello, com’era prassi, accelerò la fine infilando un lungo ferro nella ferita della fronte. Per spegnere ogni attività cerebrale.Ma l’agonia durò lo stesso parecchi minuti .

Non posso dimenticare le emozioni provate dal mio corpo, allora. L’orrore si univa alla impossibilità di spostare lo sguardo. La meraviglia si mischiava alla nausea vischiosa del mare di sangue. Il dolore dell’anima era lo stesso di quello dell’anima-le. Eppure qualcosa mi consentiva di assistere, come fossi impassibile. Come fossi un automa.

La scoperta del dolore, la conferma dell’orrore, l’inevitabilità della morte si collegarono in modo misterioso alla vita, al ritorno alla vita, quando sollevato feci ritorno a piedi verso casa, la mano in quella di mio padre.
A ripensarci oggi, fu davvero una esperienza taoistica. Mai come in quel giorno la morte e la vita mi apparvero unificate.

L’ingiustizia e l’orrore del mondo misteriosamente unite al sole che quel pomeriggio non voleva morire e bene-diceva ogni cosa sotto i miei occhi. L’incomprensibilità della vita era un grumo che non voleva spiegar-si e non voleva tanto meno ri-velarsi.
Dopo qualche settimana riuscii perfino nuovamente a mangiare carne.

Oggi discuto con un amico convinto vegano. Hai ragione, dico. Hai tutte le ragioni. Ogni ragione è in te. Ma perché mangi insalata ? “L’insalata,” mi dice, “è un vegetale. Hai idea della differenza che c’è tra un animale, un corpo biologico e una vita vegetale?”
No, ho risposto.
Non ne ho idea. Perché non sono mai stato un mandorlo o un albero di banano. O forse sì, lo sono stato. O lo sono ancora. E mi porto addosso, nella mia vita, la dissipazione di una fioritura caduta, la disidratazione e la fine di un albero seccato da una stagione maledetta.

Fabrizio Falconi

27/02/14

L'armonia della dissonanza.






L'essere è dissonanza. 

Ogni volta che ricerco l'unità, la dissonanza mi sospinge lontano, ai margini. Mi riporta indietro.  

Eppure appartengo ad un nucleo originario. E quella parola fastidiosa che pronunci, destino, anche se non mi appartiene in fondo, la vedo scritta ovunque, sul trionfo dei melangoli bagnati dalla pioggia, sull'inciampo del marciapiede sollevato, sulla miserabile compagnia di sogni che mi son scelto. 

Ma è una illusione. 

Tanti suoni mi abitano, e tutti insieme vogliono suonare. Tutti insieme vogliono esistere.  Lo pretendono, mi inchiodano alla sofferenza, al vuoto delle ore senza, al bisogno, alla cura, all'impazienza e al suo contrario. 

L'ordine non viene dalle cose, l'ordine non è nelle cose. Tutto danza, e la danza non si tiene.  Sono io che osservo, che la tengo. 

Io fragile, io codardo, io forte come un tronco, io dissonante come le canne del ghiaccio suonate dal vento nella caverna.  Nessuno capisce quel suono. Nemmeno io, anche se non posso fare a meno di vibrare e di essere fino in fondo quel ghiaccio, quella vera vibrazione, quel vento.  



Fabrizio Falconi © - proprietà riservata/riproduzione vietata.


in testa: Jennifer Connelly in A Beatiful Mind. 

25/02/14

Siena: riapre la "Porta del cielo".




Il Duomo di Siena riapre la sua “Porta del Cielo”. 

Dal primo marzo sarà possibile ammirare nuovamente la sommità dell’imponente fabbrica. Il percorso, aperto per la prima volta la scorsa primavera, ha permesso di accedere ad una serie di locali mai aperti al pubblico ed utilizzati solo dalle maestranze dirette dai grandi architetti che si sono avvicendati nei secoli. 

Dopo la grande affluenza di pubblico italiano e straniero della passata stagione, il Rettore dell’Opera della Metropolitana, Mario Lorenzoni, ha promosso anche per l’anno in corso, l’apertura straordinaria della Porta del Cielo. 

Si accede al percorso attraverso la magnifica facciata, la quale è fiancheggiata da due imponenti torri terminanti con guglie di svariate forme che si proiettano verso l’alto. 

All’interno di queste si inseriscono scale a chiocciola segrete perché nascoste alla vista dei visitatori, che portano ai tetti del Duomo. 

Una volta giunti sopra le volte stellate della navata destra si inizia un itinerario riservato a piccoli gruppi, accompagnati da un’esperta guida, che riserva una serie di scoperte ed emozioni. 

Sarà infatti possibile camminare ‘sopra’ il sacro tempio e ammirare suggestive viste panoramiche ‘dentro’ e ‘fuori’ della cattedrale. 

Saranno aperte al visitatore le multicolori vetrate di Ulisse De Matteis con la rappresentazione degli Apostoli, dalle quali i turisti si affacceranno all’interno della cattedrale con la vista del pavimento, dei principali monumenti scultorei e dell’interno della cupola con il ‘Pantheon’ dei santi senesi, i quattro Patroni, santa Caterina e san Bernardino, i ‘giganti’ dorati che proteggono dall’alto la comunità dei fedeli. 

Si percorre dunque il ballatoio della cupola dal quale sarà possibile contemplare l’altar maggiore, la copia della vetrata di Duccio di Buoninsegna, con al centro la mandorla di Maria Assunta, e i capolavori scultorei. 

Dall’affaccio della navata sinistra è possibile ammirare uno splendido panorama sulla Basilica di S. Domenico, la Fortezze Medicea, l’intera cupola della cappella di S. Giovanni Battista, il paesaggio circostante fino alla Montagnola senese. 

Si entra infine dietro il prospetto della facciata nel terrazzino che si affaccia su Piazza del Duomo con la vista dello Spedale di S. Maria della Scala e si accede al ballatoio della controfacciata da dove si ha una vista generale sulla navata centrale e lo sguardo è accompagnato dal ritmo scandito dalle teste dei papi e degli Imperatori, attraverso le tarsie con i filosofi del mondo antico che proferiscono sentenze.

La “porta del cielo” si apre dunque ai visitatori come salissero attraverso la scala apparsa in sogno a Giacobbe, la cui cima raggiungeva il cielo e gli angeli di Dio salivano e scendevano (Genesi 28,10-22). 

Nel sogno Dio promette a Giacobbe la terra sulla quale egli stava dormendo e un’immensa discendenza. Al suo risveglio Giacobbe esclama «Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo», verso utilizzato dalla liturgia nella messa della dedicazione delle cattedrali. Ma ‘porta del cielo’, secondo le litanie lauretane, è anche la Vergine, definizione che meglio esprime la potenza e la bontà di Maria, la quale come Madre di Cristo e dell'umanità, concorre alla nostra salvezza eterna in Cielo ove lei è ‘Regina assunta’. 

Il percorso “dall’alto” permetterà infatti di comprendere meglio la dedicazione del Duomo di Siena all’Assunzione della Madonna e il forte legame che i cittadini senesi hanno da secoli con la loro ‘patrona’: Sena vetus civitas Virginis. L’Opera della Metropolitana ha inoltre istituito un nuovo biglietto integrato, OpaSiPass Plus che permette, oltre alla visita guidata della Porta del Cielo, l’accesso a tutte le altre sedi museali del Complesso monumentale del Duomo.

Spettacolari immagini della "Porta del Cielo" scaricabili dal link: 

24/02/14

450 anni dalla morte di Michelangelo. Nuovo allestimento delle sale agli Uffizi.





In occasione del 450° anniversario della morte di Michelangelo Buonarroti, è stato presentato il nuovo allestimento delle Sale 33-34 della Galleria degli Uffizi, titolate, rispettivamente, I Ritratti greci e L’Antico e il Giardino di San Marco.

Come ha commentato Antonio Natali, Direttore degli Uffizi, Nel 2014 saranno 450 gli anni trascorsi dalla morte del Buonarroti, e agli Uffizi – museo che ospita l’unica opera certa di lui dipinta su tavola – si sentiva il dovere di rammentarlo. È parso, dunque, che la maniera migliore per celebrare l’anniversario della morte di Michelangelo fosse quella di far precedere la sala di lui (e d’altri artefici cresciuti alla scuola del Magnifico, compreso il poco più grande Granacci) da una stanza allestita con marmi e gessi capaci di richiamare il mitico ‘Giardino di San Marco’ e di far da introibo al nucleo dei maestri fiorentini – capintesta il Buonarroti – raccolto nella stanza ampia immediatamente successiva

In questa occasione, con l’apertura delle sale 33-34 degli Uffizi, si completa dunque un progetto delineato già nel 2012, quando si decise di finanziare il nuovo assetto della sala 35, detta di Michelangelo, che conserva al suo interno il Tondo Doni, l’unica prova certa su tavola del suo talento pittorico. 

Le Sale 33-34, le cui pareti di colore verde ricordano quello delle pitture di Paolo Uccello, si trovano al secondo piano della Galleria degli Uffizi, e prima dell’attuale sistemazione accoglievano quadri toscani della seconda metà del Cinquecento e lombardi. 

I due locali precedono la sala 35, detta Sala di Michelangelo, che conserva il Tondo Doni ed evocano il ‘Giardino di San Marco’, il luogo che Lorenzo il Magnifico volle istituire per educare alle arti i giovani artisti fiorentini, tra cui lo stesso Buonarroti.

 “Sono due sale contigue fra di loro, ma profondamente diverse per temi affrontati e impianto - afferma Fabrizio Paolucci, direttore del Dipartimento di Antichità Classica della Galleria degli Uffizi. La prima, che volutamente riecheggia il perduto “gabinetto degli uomini illustri” di lanziana memoria, si propone di restituire al visitatore la genesi di quella che fu una delle più grandi conquiste dell’arte classica: il ritratto fisiognomico”. 

Qui si trova una selezione di marmi, repliche di età romana da originali databili fra il V e il III secolo a.C., da sempre nelle collezioni granducali.

I rilievi conservati in questa sala, anticamente destinati a impreziosire le pareti delle domus italiche, offrono prove dell’abilità nel riprodurre l’iconografia e lo stile degli archetipi del V secolo a.C., divenuti modelli normativi per il gusto dell’epoca. Il secondo ambiente è dedicato al ‘Giardino di San Marco’. 

“Questa sala - continua Paolucci - vuole ricordare l’eccezionalità di un luogo divenuto, per volontà di Lorenzo il Magnifico, sede di un’esclusiva accademia votata allo studio dell’Antico. Qui giovani scultori e pittori, quali Leonardo, Francesco Granacci, Lorenzo di Credi, Baccio da Montelupo, Andrea Sansovino, oltre allo stesso Michelangelo, avevano avuto la possibilità di “riconquistare” i valori dell’arte classica grazie alla guida di un esperto restauratore di ‘anticaglie’ quale Bertoldo di Giovanni”. 

L’atmosfera di quel luogo viene rivissuta attraverso una scelta di opere che ricordano i soggetti visti dai frequentatori dell’accademia laurenziana e, in particolare, da Michelangelo. I sarcofagi con scene mitologiche, le teste di satiro o l'amorino dormiente visibili in questa sala, evocano le sculture realizzate dal Maestro in quegli anni.

fonte CLPonline.

23/02/14

La poesia della domenica - I tre archi di Fabrizio Falconi.






I tre archi 



Due volte al giorno, tutti i giorni
passo sotto i tre archi
in salita, in discesa
col sole nero, con la pioggia azzurra
nel vento caldo asfissiante
nell'umido del tempo giusto di marzo
piego la testa sotto i tre archi
l'arco dell'attaccamento,
quello dell'avversione, quello dell'ignoranza;
loro, con un sorriso rosso
mi lasciano passare, mi osservano
aspettano ancora prima di
crollare
sopra la mia testa.
Ogni volta, oltrepassati, vedo
il giardino dei melangoli lucenti
bagnati dalla pioggia
e mi dico è ora.
Poi un giorno è passato
e devo ridiscendere
piegare nuovamente la testa
salutare in fretta i tre archi
dimenticarmi anche di loro
far finta di vivere, prima
che sia di nuovo l'ora
compiuto il giro della notte,
di tornare a passare
dentro le antiche bocche ancora
affamate, di me e di tutti
del tempo immemore di prima
che fossero tutte le inutili cose,
di prima dell'amore.


Fabrizio Falconi © (inedito-2014). 

22/02/14

Dieci grandi anime. 6. Pavel Florenskij (5.)



Dieci grandi anime. 6. Pavel Florenskij (5.)


E in questa condanna ai lavori forzati l’unico appiglio sono le lettere alla famiglia, che vengono recapitate con mesi di ritardo. In una di queste Florenskij scrive: qui è tutto vuoto, come se ci trovassimo in un sogno, ho perso il ritmo dei giorni e delle notti e il tempo passa come una striscia ininterrotta e in interrompibile. Ho la sensazione che a questo punto non c’è più niente che di per sé sia interessante  e soltanto il fatto che io, in qualche modo, riesca a comunicare ancora con voi, risveglia il mio pensiero. (15)

Che cosa può salvare un uomo che si trovi in queste condizioni ?
    Questa è un’epoca tanto tremenda che ognuno deve rispondere di se stesso… confida a una delle figlie (16) Io ho compreso che è soltanto l’ascolto della voce di Dio che io devo seguire.
       
Nessuno può sapere se questa voce, la voce di Dio, che Florenskij non si stancò mai di cercare dietro l’apparenza volubile dei fenomeni, dietro la pieghe e le meraviglie del pensiero matematico e scientifico, gli risuonò nella mente anche in quegli ultimi giorni della sua vita quando, a bordo dei cosiddetti vagoni della morte, stipato insieme ad altre centinaia di derelitti, fu portato in quel bosco per essere fucilato.

Il grande filosofo e mistico fu come inghiottito nel nulla in quella notte di dicembre del 1937.  Com’era usanza, all’epoca sovietica, nessuno si prese la briga di informare la famiglia, la moglie, i figli, delle circostanze della morte del loro congiunto. Soltanto più di mezzo secolo dopo -  nel gennaio del 1990 -  pochi mesi prima del definitivo crollo della Unione Sovietica, un freddo dispaccio del KGB inviato alla famiglia riportò il documento ufficiale della fucilazione di Florenskij.

       Vi prego, miei cari, quando mi seppellirete, aveva lasciato scritto nel Testamento, di fare la comunione in quello stesso giorno, o se, questo proprio non dovesse essere possibile, nei giorni immediatamente successivi.  Non rattristatevi e non soffrite per me, se potete.  Se sarete lieti e forti, con ciò mi darete la pace. Io sarò sempre con voi in spirito e, se il signore me lo concederà, verrò spesso da voi e vi guarderò. Voi però confidate sempre nel Signore e nella sua Purissima madre, e non rattristatevi.  (17)    

(5. - fine) 

Fabrizio Falconi © - proprietà riservata/riproduzione vietata.

       
15.       E’ la lettera del 14 dicembre 1936, scritta dal lager delle Solovki.
16.       La circostanza è contenuta nelle memorie scritte dalla figlia di Florenskij, Ol’ga, pubblicate con il titolo Martirologio di Leningrado, e si riferisce a uno degli incontri che la famiglia ebbe con Florenskij a Skorovodino nel 1934.
17.      Pavel A. Florenskij,  Non dimenticatemi, op. cit. pag. 413

20/02/14

Dieci grandi anime. 6. Pavel Florenskij (4./)




Dieci grandi anime. 6. Pavel Florenskij (4./)

Una straordinaria apertura del cuore e del pensiero caratterizza tutta l’opera di Florenskij.  Cuore e pensiero vanno di pari passo, nella ricerca incrollabile di una vita. Forse mai più precisamente che in  questo passo qui di seguito – nel quale descrive la sua passione giovanile per lo studio dei fiori – Florenskij enuncia lo scopo spirituale che lo ha sempre animato:
      In ogni fibra… vedevo e volevo vedere, cercavo di vedere, credevo di poter vedere l’anima, l’unica essenza spirituale.  E perciò, quanto ferma era la mia certezza che il corpo non fosse solamente corpo, solo un’inerte materia, solo qualcosa che si vede, tanto ferma era la certezza opposta dell’impossibilità, dell’inutilità della presunzione di vedere quell’anima incorporea, spogliata del suo velo simbolico… Il positivismo mi disgustava, non meno, però, mi disgustava la metafisica astratta. Io volevo vedere l’anima, ma volevo vederla incarnata. (10)

E questa visione sempre duale, e quindi complessa, della realtà e della verità si traduce anche in una concezione del cristianesimo che – tenendo conto della lezione di Tolstoj – guarda oltre il contingente e il presente: Il cristianesimo, scrive Florenskij, non vive di concetti fissi e intangibili, ma si manifesta in un processo evolutivo che non è riconducibile ad alcuna delle formule (riti sacramentali, formulazioni dogmatiche, regole canoniche, conformazione temporale dell’ordinamento ecclesiastico) che l’ecclesialità assume nel corso della storia.  (11)

La fede, la fede in Cristo, è sperimentabile, secondo Florenskij in ogni evenienza della vita, in ogni circostanza.  Egli si lascia ispirare profondamente dall’apostolo Paolo, ed è “convinto di poter fare l’esperienza viva di fede e di lavorare per la diffusione del Regno di Dio in ogni situazione di vita e in ogni condizione esterna, anche quella di opposizione politica” (12).  

Non si spiegherebbe altrimenti la determinazione di Florenskij, durante la terribile, lunga prigionia,  a non lasciarsi andare, a mantenere la fiducia – ad incoraggiarla, anzi, nei famigliari che lo attendono invano a casa – ad accettare la vessazione e la segregazione che gli vengono imposte cercando un senso anche in questa sofferenza.  E’ il motivo per il quale rifiutò perfino la possibilità, quando già era detenuto nello SLON delle Solovki, di emigrare in Cecoslovacchia, insieme alla sua famiglia, opzione che fu accettata di buon grado da altri intellettuali che si trovavano nelle sue stesse condizioni.
      Sarebbe ora che tu capissi, scrive al figlio Vasilij  il 23 novembre del 1933,  che tutto ciò che succede ha un suo significato e si combina in modo tale che, in ultima analisi, la vita si dirige verso il meglio. I dispiaceri, nella vita, non si possono evitare; ma i dispiaceri sopportati consapevolmente e alla luce degli avvenimenti generali ci educano e arricchiscono e, in seguito, portano i loro frutti positivi. (13)

Ma è la visione di quell’oltre, di quella sostanza oltre l’apparenza, a rendere possibile l’identificazione di un senso, che rendono plausibili e sopportabili anche il dolore, i dispiaceri, le privazioni; la sensazione che una nuova luce, quella che non vediamo annebbiati come siamo dalle vicende della nostra condizione umana, una nuova luce verrà a capovolgere le nostre parziali convinzioni, le nostre parziali oscurità: Non è possibile il minimo dubbio, scrive,  riguardo a quanto è detto giustamente della vita eterna nell'Apocalisse di Giovanni: “Non vi sarà più notte; non hanno più bisogno né della luce della lampada, né di quella del sole, perché il Signore Iddio splenderà su di loro" (22,5). Questo non si può intendere se non della luce vera sensibile con la quale saranno illuminati gli occhi dei beati. (14)
        
Una delle ultime foto di Florenskij (quella posta in testa a questo articolo N.d.A.) lo ritrae seduto alla scrivania nel laboratorio della stazione dei ghiacci presso il BAMLAG (la sigla è l’acronimo inglese Baikal Amur Corrective Labor Camp del corrispettivo russo) a Skovorodino, nel 1934. 

Alla luce di una debole lampada, di fronte al microscopio protetto da una campana di vetro, il volto di Florenskij appare fortemente dimagrito, gli zigomi sporgenti, ma lo sguardo è quieto e determinato, e un foglio di calendario pieno di annotazioni, che campeggia sulle pareti alle sue spalle è il segnale di un lavorio continuo, nonostante il gelo della Siberia, nonostante la fame, nonostante tutto. Gli schizzi dell’epoca, ritrovati, sono zeppi di disegni, appunti, formule matematiche.

(4./segue) 

Fabrizio Falconi © - proprietà riservata/riproduzione vietata.

  
10.     Pavel A. Florenskij, Ai mie figli, op. cit. pag. 154
11.      A. Maccioni, Florenskij e Bulgakov nella storia di un prodigio, in Slavia, XVII,2,2008, pag. 39    
12.        Così i curatori Natalino Valentini e Lubomir Zak in Pavel A. Florenskij, Non dimenticatemi,  op.cit.  nota a pag. 83        
13.       Pavel A. Florenskij, Non dimenticatemi, op. cit. pag. 76

19/02/14

Dieci grandi anime. 6. Pavel Florenskij (3./)





Dieci grandi anime. 6. Pavel Florenskij (3./)


Durante quegli anni di prigionia spaventosa – dal 1933 al 1937 – Florenskij continuò instancabilmente a lavorare  (a Skovorodino viene messo a capo di un laboratorio interno al lager, che si occupa dell’estrazione dello iodio e dello sfruttamento delle alghe marine) e a scrivere accorate, straordinarie lettere alla famiglia  (la moglie e i tre figli più piccoli lo raggiunsero in Siberia nell’estate del 1934), mentre proseguiva l’iter di un processo kafkiano destinato a concludersi con la condanna alla pena di morte come controrivoluzionario.

Queste lettere, riemerse dopo l’apertura degli archivi del KGB e riordinate pazientemente dal curatore Lubomir Zak vanno dal 23 maggio 1933, quando Florenskij è detenuto alla Lubjanka (ti prego di portarmi della biancheria intima e un lenzuolo… se avrai il permesso mandami due o tre cipolle, perché la mancanza di verdura può essere dannosa...) fino al 18 giugno 1937, pochi mesi prima della morte, quando nella lettera al figlio Tiki scrive profeticamente: io devo continuamente separarmi da qualcosa. Ho dato l’addio al Biosad, poi alla natura delle Solovki, poi alle alghe, poi allo Iodprom. Chissà che non debba dire addio anche all’isola. (6)

La lettura di queste pagine, insieme a  quelle delle memorie famigliari,  scritte negli anni ’20 (7), di questo uomo in cui – come scrisse l’amico teologo Sergej N. Bulgakov – “ si sono incontrate, e  a loro modo unite, la cultura e la Chiesa, Atene e Gerusalemme” (8) è una esperienza che arricchisce e che scalda il cuore.

 Sono lettere che pur provenendo dall’inferno – un inferno fatto di temperature a meno venti gradi, di povere camerate dove la gente dà di matto, di assurde marce nel nulla, di veglie notturne, di desolazione e vessazioni psicologiche – sono piene di incrollabile fiducia, nella vita, nel valore ultimo della esistenza, nella serena attitudine a cercare sempre di scoprire le tracce del mistero e della verità dietro l’apparenza dei fenomeni e delle circostanze.

In queste lettere, i riferimenti espliciti alla fede sono quasi assenti, e il motivo è fin troppo evidente, trattandosi di corrispondenza che veniva passata al meticoloso setaccio della censura sovietica.  

Eppure, quasi ogni rigo di questi scritti riporta un desiderio di assoluto, magari sigillato implicitamente in citazioni come quella di una poesia del poeta persiano Hafez, che Florenskij trascrive per la moglie e i figli, ma che nell’originale è una invocazione all’essere supremo (il te è un maiuscolo):  Mai si cancellerà l’amore per te/ dalle tavole del mio cuore e della mia anima/ E non lascerà la mia mente distratta il pensiero di te/sotto il giogo del destino e dell’afflizione/ impostomi dal mondo. /Fin dal principio il mio cuore/fu legato da un capello del tuo capo/E fino alla fine/non sfuggirà al suo voto. (9)


E in effetti questo essere, questo sentirsi legato a un capello del tuo capo, cioè del capo di Dio, è forse, in estrema sintesi, il pensiero di Florenskij, della sua esperienza, del suo percorso umano e spirituale. 

E’ l’essere legato a un capello, cioè a una sostanza che non è di questo mondo, ma che è oltre, rende l’interpretazione del mondo, per Florenskij, bisognosa di una ridefinizione: ogni cosa e ogni apparenza fenomenica rimanda a un nuovo pensiero, capace di sintetizzare Dio e il mondo, il visibile e l’invisibile, in una concreta riscrittura delle teorie sullo spazio che sembrano tener conto e in qualche caso perfino anticipare le nuove acquisizioni einsteniane e le conseguenze che produrranno sulla conoscenza scientifica. 

(3./segue) 

Fabrizio Falconi © - proprietà riservata/riproduzione vietata. 
     
6.     La raccolta delle lettere scritte dal Gulag alla famiglia da Florenskij costituisce una delle testimonianze spirituali più alte del Novecento, che molti hanno paragonato a quella dei diari Etty Hillesum o di Dietrich Bonhoeffer.  L’edizione italiana completa è quella contenuta in Non dimenticatemi, op.cit.          
7.     Le memorie famigliari sono pubblicate in Italia da Mondadori.  Pavel A. Florenskij, Ai miei figli, memorie di giorni passati,  a cura di Natalino Valentini e Lubomir Zak, Mondadori, Milano, 2003.    
8.     La citazione è riportata nella nota biografica su Pavel Florenskij pubblicata nel volume Ai miei figli… op. cit.             
9.     La poesia di Hafiz è riportata da Florenskij nella lettera del 24-25 luglio 1935. Contenuta in Non dimenticatemi, op. cit. pag. 194. 

18/02/14

Dieci grandi anime. 6. Pavel Florenskij (2./)




Dieci grandi anime. 6. Pavel Florenskij (2./)

Il pensiero è un dono di Dio: davvero l’intera vita di Florenskij sembra santificare questo assunto.  Le scelte degli  anni a partire dal 1910 non furono facili. Alla serenità della vita privata – il ventottenne Pavel sposò nel 1910 Anna Michaijlovna Giacintova, che gli diede cinque figli, Vasilij, Kirill, Olga, Mikail e Marija-Tinatin  – corrispose un crescendo di difficoltà, dovute appunto al suo impegnarsi sempre più concretamente nella vita religiosa.  

Dal 1912, dopo esser divenuto Magister  in Teologia,  cominciò a svolgere infatti attività pastorale presso la Chiesa di Maria Maddalena e quella di direttore della rivista Bogoslovskij Vestnik (Messaggero Teologico).   Di pari passo procedeva la sua carriera accademica, con la pubblicazione di saggi – il monumentale La colonna e il fondamento della Verità, nel quale riassunse il senso e il significato storico della spiritualità russa – e la successione di corsi e conferenze, fino alla nomina nel 1921 a professore all’Accademia libera di cultura spirituale fondata da Berdjaev, dove teneva corsi di Analisi della spazialità nell’opera d’arte.

Questo incredibile  eclettismo – dal 1921 lavorò anche nei laboratori di ricerca della più grande compagnia elettrica del paese, pubblicò studi, brevettò nuove invenzioni, fece ricerche botaniche e di mineralogia – gli fece meritare, già dai suoi contemporanei,  l’appellativo di Pascal russo oppure di Leonardo da Vinci della Russia (4).

Ma questi anni di febbrile attività per Florenskij, sono anche gli anni in cui la Russia si incendiò al fuoco della rivoluzione d’Ottobre. Alle dieci di sera del 7 novembre del 1917 i bolscevichi attaccarono il Palazzo d’Inverno di Pietrogrado. Nei giorni che seguono venne formato il Soviet dei commissari del popolo, il primo provvisorio governo. Dopo la caduta di Mosca, la rivoluzione  rapidamente si estese a tutta la Russia. Il cambiamento di clima, per Florenskij e per quelli come lui, fu immediato.

Due anni dopo, nel Testamento, il 26 giugno 1919, scrive: 
      Cari figli miei, questo periodo della rivoluzione è stato talmente difficile che non si può nemmeno immaginare; è stato difficile, e lo è, e Dio sa quanto ancora durerà. Le epidemie, la fame, il costo della vita incredibilmente elevato, la mancanza di diritti, la possibilità di ogni genere di violenza, insomma tutto quanto ci si può immaginare di difficile non è mai mancato attorno a noi. (5)

In realtà questo è soltanto l’inizio. L’inizio di un lungo calvario personale per il “mistico scienziato”.

Le sue colpe, agli occhi di un sistema che iniziò ben presto a farsi intollerante nei confronti di qualsiasi tipo di dissidenza, furono la pubblicazione di vibranti libelli contro la dissacrazione generalizzata e violenta dei luoghi e degli oggetti sacri, perfino contro il cambiamento dei nomi e delle città e delle strade, in omaggio alla rivoluzione, contro quella che appariva a Padre Pavel come una totale distruzione dell’intero patrimonio della cultura russa.  

Nonostante alcuni avvertimenti, Florenskij venne risparmiato dalle prime ondate di arresti di presunti o veri controrivoluzionari, solo per la sua attività e i ruoli ricoperti in campo scientifico (era redattore della Enciclopedia Tecnica e membro di Direzione della Compagnia Elettrica), ma la situazione, in breve, precipitò anche per lui.  Il continuare ad essere un sacerdote, infatti,  nonostante la responsabilità di incarichi scientifici di così alta portata stava diventando intollerabile.  

Arrestato  una prima volta nel 1928 – e liberato grazie all’interessamento della moglie di Maksim Gorkij, tornò ad esserlo nel 1933 con l’accusa falsa di essere membro di una organizzazione clandestina controrivoluzionaria.  Stavolta però la condanna è durissima: dieci anni di lavori forzati e l’imposizione di continuare comunque l’attività scientifica.  Il passaggio per la Lubjanka fu, per Florenskij come per gli altri dissidenti, devastante: torture fisiche e psicologiche, un processo farsa, l’induzione ad auto incolparsi di reati inesistenti per salvare almeno qualche compagno di prigionia.   Dalla Lubjanka ai Lager il passo è breve: per Florenskij si aprirono dapprima le porte di quello di Skovorodino, in Siberia, poi – dopo un viaggio allucinante, quelle delle isole Solovki, di cui abbiamo già parlato, da cui si muoverà soltanto per andare incontro alla fucilazione.

(2./segue) 

Fabrizio Falconi © - proprietà riservata/riproduzione vietata. 

4.     Queste notizie sono tratte dal saggio  L’arte della gratuità, di Natalino Valentini, introduzione a Non dimenticatemi, op. cit. pag. 13
5.     Pavel A. Florenskij, Non dimenticatemi, op. cit. pag. 415.     

17/02/14

Dieci grandi anime. 6. Pavel Florenskij (1./)



  Dieci grandi anime. 6. Pavel Florenskij (1./)



Quando Pavel Florenskij scriveva, nel 1914: Tutto scivola dalla memoria, passa attraverso la memoria, si dimentica. Il tempo …  divora i propri figli. L'essenza stessa della coscienza, della vita, di ogni realtà, sta nella transitorietà, cioè in una specie di dimenticanza metafisica (1) probabilmente non poteva certo immaginare che proprio la sua opera – unitamente alla parabola della sua vita – avrebbe così evidentemente contraddetto questa legge.   La nascita e la morte, aggiungeva,  sono i poli di un'unica realtà: chiamala vivere, chiamala morire, ma il nome più esatto è destino o tempo. Questo tempo uno, questo destino, consta a sua volta di nascita-morte unite polarmente, e così via fino agli ultimi elementi della vita, cioè ai minimi fenomeni di attività vitale. (2)

Il destino di Pavel Florenskij era stato quello di morire fucilato vicino Leningrado -  insieme ad altri 500 deportati dal Gulag delle isole Solovki, brandelli di terra nel nulla del Mar Bianco, dove Florenskij era stato internato dopo essere stato arrestato  il 26 febbraio del 1933 -  con questa accusa: “svolge attività controrivoluzionaria, inneggiando al nemico del popolo Trockij”.

Davvero uno strano destino, per lui, ordinato sacerdote della Chiesa Ortodossa nel 1911 finire i suoi giorni in un campo di prigionia - nell’estremo nord della Russia, esattamente sulla linea del Circolo Polare Artico -  che era in origine un antico complesso monastico, uno dei maggiori centri di spiritualità dell’ortodossia russa, trasformato dal regime bolscevico nel 1923 in SLON, ovvero Lager a destinazione speciale delle Solovki.        

Pavel ci era finito proprio perché ad ingrossare le fila dei detenuti di questo gulag erano soprattutto credenti, in particolare vescovi, preti, monaci e religiosi. 

Eppure, Florenskij non si era mai sognato di essere un controrivoluzionario militante, e pagava l’unica colpa di testimoniare la libertà di pensiero e di aver scelto l’esperienza ecclesiale al termine di un lungo percorso di consapevolezza, in un tempo in cui tutta l’intelligencija russa virava verso un forte sentimento anticlericale e antireligioso.   

Non v’è dubbio alcuno che quella che fu spenta in quel giorno d’ottobre, nel massacro di Sandormoch, fu una delle menti più brillanti dell’intero Novecento.  E la personalità, il pensiero scientifico, la filosofia di Florenskij sono sfuggite all’oblio. Non solo: oggi fioriscono ovunque saggi e studi a lui dedicati, e il suo lascito spirituale  - specialmente dopo l’apertura degli archivi del KGB -  oltre che puramente letterario continua ad apparire un luminoso esempio per le generazioni future.

Nato il 9 gennaio del 1882 nella città di Evlach, nell’Azerbaigian, Florenskij era il primogenito di sette figli nato dall’unione tra un ingegnere e la colta erede di una famiglia armena.   Su di lui, studente precoce e portato per la scienza, ebbero  una grande influenza le  opere dell’ultimo  Tolstoj:  il grande romanzo di Resurrezione,   e soprattutto La confessione. 

All’inizio del 1900, dopo molti anni passati in Georgia con la famiglia, intraprese gli studi all’Università di Mosca, dove si laureò in Matematica e Fisica quattro anni più tardi, discutendo una tesi di laurea sul principio di discontinuità che suscitò immediato interesse nel mondo accademico.   Ma lo studio della fisica e della matematica non bastavano ad una sete di conoscenza famelica: Florenskij negli stessi anni, cominciò a nutrire interesse per la filosofia antica, per la storia, per la poesia.   Infine nel 1904 la decisione di iscriversi alla Facoltà teologica di Mosca, dove come se non bastasse, cominciò ad approfondire le materie bibliche, liturgiche, insieme allo studio delle lingue antiche.  Forse più e meglio di altri Florenskij finì per incarnare un modello di aspirazione per un nuovo sapere multidisciplinare, sintesi di un modo di ri-pensare il mondo che – a cavallo del Novecento – si andava disfacendo, disgregando in una nuova (per molti aspetti spaventosa) complessità.

Nella religione Florenskij cercava il necessario complemento a quella metafisica completa capace di affrontare la lettura del mondo come un insieme.  Il cammino verso l’unità e quindi verso la verità era, per lui, fatto di passaggi attraverso i contrari, fino a congiungerli insieme, ma senza mai  fare confusione  e mantenendo le distinzioni; nella sintesi del Simbolo perfetto (Uno e Trino),  separato e inseparabile - era il pensiero di Florenskij -  c’è la formula che si può estendere a qualsiasi simbolo relativo, e a qualsiasi opera d’arte.


Cari figli miei, scriveva nel Testamento – iniziato l’11 aprile del 1917 , pochi giorni dopo lo smantellamento dell’Accademia Teologica moscovita nella quale Florenskij insegnava, e la cui redazione si protrasse per diversi anni fino al 1922 nel presagio dei drammi futuri che lo aspettavano - non permettete a voi stessi di pensare in maniera grossolana. Il pensiero è un dono di Dio ed esige che si abbia cura di sé. Essere precisi e chiari nei propri pensieri è il pegno della libertà spirituale e della gioia del pensiero. (3)

(1./segue) 

Fabrizio Falconi © - proprietà riservata/riproduzione vietata. 

1.      Pavel A. Florenskij, La colonna e il fondamento della Verità, tr. it. di P. Modesto, Rusconi, Milano 1974, p. 54.   Questa è la prima traduzione mondiale di un’opera di Florenskij, e certamente contribuì in modo rilevante alla sua riscoperta in tutto l’occidente.
2.     Pavel A. Florenskij , Lo spazio e il tempo nell'arte, a cura di N. Misler, Adelphi, Milano 1995, p. 261
3.     Il Testamento di Pavel Florenskij è contenuto nella edizione italiana di Non dimenticatemi, a cura di Natalino Valentini e Lubomir Zak,  edizioni Mondadori, Milano, 2000.  Cit. pag. 418. 

16/02/14

La poesia della domenica - "Rimani dove sei" di Umberto Fiori.





Rimani dove sei
(e non sei più, e non sei stata mia, 
neppure allora) - rimani,
bella vista piena d'amore
cuore del mondo
che una volta mi hai preso 
e mi tieni.

Come il turista inglese in bicicletta
o la donnetta delle acciughe, come l'autista
sdraiato sul volante della corriera
che spunta dal tornante, 
come la bagnante che asciuga 
il telo-spugna sulla balaustra, 
io mi sono affacciato al belvedere
e ho visto cosa è vero,
cosa è giusto.

Ho visto il fico e l'agave,
gli scogli, le piane,
queste parole italiane
che nella mia voce
ti dicono.

La voce ho visto.
Ho visto lo sguardo, il seme.

I monti e i motoscafi
ho visto quello
che li teneva insieme.



15/02/14

Michelangelo e il Monte dell'Altissimo .




Il 18 febbraio 1564, all’età di 88 anni, Michelangelo Buonarroti muore nella sua casa romana. 

A 450 anni dalla sua morte si ricorda uno degli episodi più importanti e tormentati della sua vita: il sogno mai realizzato di cavare e rifornirsi gratuitamente dello statuario del Monte dell’Altissimo, nel territorio lucchese, in Alta Toscana. 

Dopo aver ottenuto l’incarico per la realizzazione della facciata della Chiesa Fiorentina di San Lorenzo, obbedendo alla volontà di Leone X (Giovanni dei Medici), Michelangelo, nel 1518 inizia a costruire la strada che sarebbe servita per raggiungere i bacini marmiferi dell’Altissimo. 


Seguendo un’intuizione pari alla sua capacità di svelare le figure celate nei blocchi di marmo, il Buonarroti percepisce le potenzialità e la qualità del marmo racchiuso nelle cave dell’Altissimo, uno statuario ancora più bello e prezioso di quello carrarino: di grana unita, omogenea, cristallina, e ricorda lo zucchero. Michelangelo qui desidera cavare e far cavare ogni et qualunque quantità di marmi o di qualunque altra miniera in decte montagne dello Altissimo, et loro vicine circustanze

Il Monte, un bacino marmifero di enorme ampiezza era ripieno di marmi in tutte le parti che ve n’è da cavare fino al giorno del Giudizio.

Nel dare il via alla sua impresa più ambiziosa, e consapevole del grande tesoro custodito dalla montagna, Michelangelo aveva chiesto e ottenuto, non senza penare, dall’Opera di Santa Maria del Fiore e dai Consoli dell’Arte del Lana di potersi rifornire gratuitamente e per tutto il resto della sua vita di marmi dell’Altissimo, una volta che fosse riuscito a mettere in esercizio quelle cave. 


Malauguratamente un “breve” di papa Leone X del 20 di febbraio 1520 sollevava Michelangelo dall’incarico della costruzione della strada

Per l’artista, giunto alla soglia dei quarantacinque anni e attento imprenditore di se stesso, ciò fu motivo di grande delusione. Ricordava il Vasari nella “Vita” che a Michelangelo …convenne fare una strada di parecchi miglia fra le montagne

Ma il sogno di Michelangelo, da lui mai realizzato, prese forma. 

Nei quasi cinquecento anni che separano l’inizio della costruzione della strada dell’Altissimo il bacino marmifero di Seravezza ha donato un capitolo sostanzioso alla storia, all’arte e all’architettura mondiali. 

 Le cave dell’Altissimo vengono raggiunte dalla strada che si completò per volere di Cosimo I dei Medici nel 1567, che riusciva, laddove aveva fallito il divino Michelangelo, a dare il via all’estrazione di quei marmi bianchi che “…producono colonne alte più di 50 cubiti”. 

Di quel marmo, che il Buonarroti sognava già per la facciata di San Lorenzo in Firenze, venne calato alla marina nel 1569 il primo blocco fra l’esultanza del popolo seravezzino che vedeva, nel discendere del carro a valle, l’inizio di un’attività economica rilevante per la comunità. 

Fu il Giambologna a realizzare la prima figoura di marmi bianco ocire fuora di quel monto del Haltissimo la “Fiorenza”, o Vittoria, oggi al Bargello. 

Al disegno di Michelangelo e di Cosimo I seguì quello di Francesco I dei Medici. Le cave di Seravezza rappresentavano un vero patrimonio. 

Nel sunto storico della cava si intersecano anche periodi di abbandono, ma una nuova vita ha inizio con l'arrivo nelle Apuane del Signor Jean Baptiste Alexandre Henraux nel 1820. Il Signor Henraux è Soprintendente Regio alla scelta e acquisto dei marmi bianchi e statuari di Carrara per i monumenti pubblici nella Francia di Napoleone

E il Signor Henraux che visita le cave di Michelangelo stringe la storia degli ultimi duecento anni del Monte dell’Altissimo al suo stesso nome, e da attento imprenditore quale è dona nuova vita al bacino marmifero seravezzino. 

Sono numerose e importanti le opere portate a compimento con i marmi dell’Altissimo, dall’epoca di Cosimo e di Francesco dei Medici le pagine di storia dell’arte e dell’architettura si arricchiscono considerevolmente con i materiali estratti dalle cave. 

Ma dal 1821 Monsieur Henraux traccia la via a commesse di notevole prestigio, come quella del 1845 per lo Zar di Russia che ordinava grandi quantità di marmo per la costruzione della Cattedrale di Sant’Isacco a Pietroburgo. Anche Auguste Rodin fu ospite di Henraux a Querceta. 

L’Altissimo è un importante comprimario di quel genio dell’uomo che costruisce bellezza. Da qui iniziano storie di opere e capolavori dell’arte concepiti da artisti, per citarne alcuni in epoca moderna o contemporanea, quali Henry Moore, Hans Jean Arp, Joan Mirò, Antoine Poncet, Jacques Lipchitz, Rosalda Giraldi, lsamu Noguchi. 

E ancora le cave dell'Altissimo, come profetizzato da Michelangelo, continuano a fornire materiale per la realizzazione di grandi opere in tutto il mondo: da qui sono stati realizzati numerosi progetti quali il pavimento policromo della Basilica di San Pietro, o la ricostruzione della chiesa Abbaziale di Montecassino come, più recentemente la Grand Mosque per lo Sceicco Zayed Bin Sultan al Nayhan II ad Abu Dhabi, il Campus Exxon Mobile a Houston (detto anche Delta project), e negli Stati Uniti il Devon Energy World Center, One Market Plaza a San Francisco e molti altri.

Ancora oggi le cave sono proprietà della Henraux Spa e della Fondazione Henraux ad esso collegata.

14/02/14

I curiosi graffiti di Porta San Sebastiano, sulla Via Appia.




Poco in vista, defilata rispetto ai monumenti e agli itinerari del centro storico, la maestosa Porta San Sebastiano è la più grande e anche la meglio conservata di quelle che anticamente esistevano lungo le Mura Aureliane per l’accesso alla città. Era collocata al termine della Via Appia, che si percorreva da sud per raggiungere l’Urbe, come del resto è anche oggi. 

Anticamente però la Via Appia si snodava anche nel tracciato cittadino, partendo direttamente dal Campidoglio e questo spiega come mai, appena fuori della Porta, sulla destra, all’inizio della via sia murata l’antica colonna miliaria (in realtà si tratta di una copia, l’originale fu spostato in epoca medievale ai piedi della collina del Campidoglio, dove si trova tuttora) che aveva il compito di segnare il primo miglio della Via Consolare e che fra l’altro funzionò come modello di lunghezza lineare per tutte le altre strade romane.


Oggi la Porta è invece collocata al termine di quella che è stata chiamata Via di Porta San Sebastiano (e che era in origine l’Appia), subito dopo quello che viene chiamato comunemente Arco di Druso e che gli archeologi hanno scoperto essere nient’altro che uno dei fornici dell’Acquedotto Marcio che alimentava le monumentali Terme di Caracalla, e non invece un arco trionfale. 

Il progetto originario della Porta, con i due torrioni circolari che la caratterizzano e che ancora esistono, risalgono proprio all’epoca di Aureliano, ma il monumento fu completamente rifatto sotto l’imperatore Onorio (nel 401 d.C.) con la realizzazione di una fortificazione a livello superiore, con un cammino di ronda merlato e due basi quadrangolari rivestite di blocchi di marmo che furono messe a circondare (e quindi a rafforzare) le torri rotonde. 



I rivestimenti marmorei di queste basi angolari hanno la strana caratteristica di alcune escrescenze di forma rotonda e convessa che hanno suscitato la curiosità degli archeologi. A che servivano ? L’ipotesi più probabile è che si tratti di elementi decorativi ispirati agli umboni, cioè le parti sporgenti collocate nel mezzo degli scudi militari. Un’altra teoria invece spiega la presenza di questi orpelli come elementi apotropaici, destinati ad allontanare le energie negative dei nemici intenzionati a dare l’assalto alle mura della città.

Ma un altro motivo di interesse della Porta (che ospita fra l’altro l’interessante Museo delle Mura, poco conosciuto) sono i numerosi graffiti e le numerose incisioni di cui è ricoperto il marmo del fornice centrale, dell’ingresso, verso la città.


Tra di esse è celebre la figura, sullo stipite destro (con le spalle al Campidoglio) dell’Arcangelo Gabriele, con una lunga iscrizione in latino che ricorda la battaglia vinta dalle truppe romane (guidato da Giacomo Ponziano) contro l’esercito del Re di Napoli, Roberto D’Angiò il 29 settembre 1327, il quale voleva occupare Roma e che proprio qui si svolse. L’iscrizione così risulta tradotta: L'anno 1327, indizione XI, nel mese di Settembre, il penultimo giorno, festa di S. Michele, entrò gente straniera in città e fu sconfitta dal popolo romano, essendo Jacopo de' Ponziano capo del rione.

La dedica all’Arcangelo Gabriele, una delle figure più care della iconografia cristiana, nella Roma medievale era il tributo a quello che si supponeva essere stato un intervento divino, in grado di ribaltare la sproporzione delle forze in campo, nettamente a favore del Re di Napoli.

Ma sugli stipiti, a destra e a sinistra, se soltanto si esamina con attenzione – con la necessaria accortezza visto il continuo transito di automobili – sono presenti molti altri graffiti, molto semplici, con iniziali, date e croci, lasciati dai pellegrini che erano riusciti a raggiungere la città dopo viaggi che si immaginano molto molto difficili e pericolosi. 


Altrettanto interessante è notare la scanalatura della saracinesca che scendeva a chiudere ermeticamente la Porta manovrata dalla camera soprastante, assicurando, insieme al duplice battente di legno, la resistenza contro gli attacchi nemici.

In effetti, forse in pochi altri monumenti come questo, a Roma, si percepisce, attraverso il connubio tra fortificazioni e graffiti votivi, l’alternarsi delle sorti di guerra e pace che hanno contrassegnato i lunghi secoli di storia dell’Urbe.