30/09/15

I "Tipi psicologici" di Carl Gustav Jung - Un'opera fondamentale.



I Tipi psicologici scritto da Jung nel 1921 e più volte rivisto nel corso della sua lunga vita è un testo capitale. 

Appena terminata la monumentale edizione di Bollati Boringhieri (integrale), si ha la sensazione di aver scalato un'erta montagna e di aver potuto ammirare, dalla sua cima, un paesaggio nuovo, aperto, totale, inesplorato. 

A distanza di molti anni infatti, Tipi psicologici mantiene una chiarezza illuminante e dispensa una luce esatta su una materia considerata da sempre inafferrabile. 

E' a tal punto innovativa, questa grande opera, che si deve proprio a C.G.Jung e a questo studio, la nascita dei due termini "introverso" ed "estroverso" entrate stabilmente nel linguaggio comune e che ancora oggi usiamo per descrivere il carattere di una persona, anche se la maggior parte ignora la loro origine e al fatto che si debbano all'intuizione di uno dei grandi padri della psicologia, frutto di vent'anni di ricerche sulle specificità che compongono il carattere individuale. 

E' importante sottolineare che nella dottrina di Jung i termini “estroverso” e “introverso” non sono usati per esprimere un giudizio, ma per distinguere due diversi modi di rapportarsi al mondo esterno, quello che Jung chiama l'oggetto

E scorrendo le intense pagine del suo studio si scopre quanto le attuali semplificazioni abbiano del tutto snaturato l'originale teoria junghiana, che al contrario di Freud non  concepisce la psicologia come scienza esatta, ma come espressione di fattori soggettivi. 

Jung definisce e descrive  otto tipi psicologici principali, a partire dai due caratteri fondamentali, apollineo e dionisiaco, che hanno dominato lo spirito nella filosofia e nelle arti da Platone e Aristotele fino a Goethe e Nietzsche. 

Semplificando un pensiero estremamente complesso come quello junghiano, l'estroverso ha un rapporto positivo con l'oggetto: lo osserva, studia tutte le circostanze e cerca di adattarsi ad esse il più possibile. La persona estroversa cerca l'approvazione altrui e tende a esprimere giudizi non troppo difformi da quelli del gruppo. 

L'introverso invece tende a rimanere distante dall'oggetto, perché è più attratto dal suo mondo interiore. A differenza dell'estroverso, le sue energie non sono rivolte all'esterno ma si concentrano sulla dimensione individuale. Più che con fatti e parole – la dimensione preferita dall'estroverso – si sente a suo agio con emozioni e pensieri. Ama la solitudine, ha un atteggiamento schivo e tende a essere diffidente e pessimista. 

Ma oltre alla dicotomia Estroversione-Introversione Jung individua quattro funzioni psichiche principali: Sentimento, Pensiero, Sensazione e Intuizione. Ognuna di queste indica un diverso modo di rapportarsi al mondo. 

Dall'interazione di attitudine e funzione psichica dominante si possono definire almeno otto tipi psicologici principali, come riportato dagli attuali manuali di psicologia: 

1. Sentimentale Estroverso: diplomatico, espansivo e molto socievole, si inserisce con estrema facilità in ogni tipo di gruppo. 2. Sentimentale Introverso: taciturno, riservato, spesso malinconico, vive i sentimenti in modo esclusivo senza esprimerli all'esterno. 3. Pensatore Estroverso: riformatore, moralizzatore, per lui contano solo i fatti concreti e poco o nulla le teorie. 4. Pensatore Introverso: riflessivo, chiuso al mondo esterno, insegue pensieri astratti ed è del tutto indifferente all'oggetto. 5. Sensoriale Estroverso: esteta, alla ricerca dei piaceri della vita, realista e gaudente, crede solo nei fatti concreti e tangibili. 6. Sensoriale Introverso: animo da artista, per lui conta solo la sua soggettività, attraverso la quale interpreta e si relaziona al mondo circostante. 7. Intuitivo Estroverso: opportunista, dinamico, guidato da uno spiccato senso degli affari e da una notevole carica di entusiasmo. 8. Intuitivo Introverso: sognatore, è colui che più di ogni altro crede nel potere dell'immaginazione. 

Una lettura comunque fondamentale, per capire qualcosa di più dell'oceano psichico dal quale siamo abitati e che abitiamo.


Fabrizio Falconi


29/09/15

Oltre la Mente. La vita è chiaroscuro.


La mente non è un corpo rigido.  Nemmeno la visione lo è.  Nemmeno i suoni che percepiamo, o le sensazioni tattili delle nostre mani.   La mente elabora i tracciati vibrati dei sensi, ma è già a sua volta elaborata per essere duttile o elastica. 

Un pianto si risolve in riso, un riso in pianto. L'evoluzione della mente umana, basata su esperienza e conoscenza, è come una pianta che si solleva dal terreno e cresce sovrapponendo cellula a cellula, con il passare degli istanti. 

Come la pianta formata di tessuto cellulare, anche la mente è elastica, mutevole, si adatta all'ambiente circostante, seguendo la propria natura. 

La sperimentazione del vuoto della mente avviene in alcuni stati, come l'incoscienza o la meditazione profonda.  Ma anche in quei momenti, la mente non è mai vuota. 

Come insegnano le moderne conoscenze scientifiche, il vuoto non esiste.  

Nella fisica moderna il vuoto è ben lungi dall'essere vuoto, scrive Fritjof Capra  Al contrario, esso contiene un numero illimitato di particelle che vengono generate e scompaiono in un processo senza fine.  Il "vuoto fisico" non è uno stato di semplice "non-essere", ma contiene la potenzialità di tutte le forme del mondo delle particelle.

Il vuoto è dunque potenzialità.  Quel che noi chiamiamo 'vuoto' è una zona grigia, dove il bianco non è del tutto bianco (e non può esserlo) e il nero non è del tutto nero (né può esserlo). Il grigio, in ogni sua possibile gradazione, è possibilità, infinite possibilità.

Alla Mente dunque, se è concesso di individuarsi solo per contrasto, cioè differenziandosi, è consentito di fare esperienza e quindi di crescere, soltanto per gradazioni, per variazioni: il sole se è pieno uccide, il buio se è pieno uccide. 

La vita può prosperare solo nello spazio intermedio, la vita della mente può prosperare solo nello spazio intermedio. 

Come scrive C.G.Jung, purtroppo, come tutto ciò che è sano e durevole, la verità si tiene più sulla via di mezzo che noi a torto detestiamo. 


E quel purtroppo è molto eloquente (specialmente detto da Jung): tutti vorremmo infatti un bel piatto caldo, già pronto da mangiare.  Tutti vorremmo non interrogarci troppo.  Tutti vorremo come l'aspirante pittrice de Lo stato delle cose (Wenders,1982) non dover diventare matti con il chiaroscuro, che rende irriproducibile quello che vediamo, impossibile da catturare. 

Una mia cara amica ha detto: Io sento in me istinti che devo combattere e contrastare. Tutta la mia tensione interiore è generata da una lotta continua tra ciò che sento giusto e buono e ciò che in realtà faccio quotidianamente.

Sembra essere lo stato permanente in cui si muove la nostra mente. Che è come un mare inquieto, liquido, in movimento. Il che stabilisce anche la nostra incompletezza, perché qualcosa in noi aspira o aspirerebbe ad un porto sicuro, ad un confine certo.  Ad un bianco o nero.

Ma questa imperfezione o incompletezza E' la vita.

Che non è data da altro se non da questo.   Una volta appresa, con profonda consapevolezza, questa lezione, si può o si potrebbe dire, insieme a Simone Weil:

Io desidero, io supplico che la mia imperfezione si manifesti ai miei occhi, interamente, totalmente, per quanto ne è capace lo sguardo del pensiero umano. Non perché esso guarisca, ma perché, anche se non dovesse guarire, io sia nella verità.


Fabrizio Falconi (C) - 2015 riproduzione riservata.




28/09/15

James Tissot - Una vita tormentata, un grande artista. La Mostra al Chiostro del Bramante.





Ho visto al Chiostro del Bramante, la mostra allestita sul  sul grande pittore francese James Tissot (Nantes, 1836 - Buillon 1902),  un artista ancora poco celebrato. In mostra 80 opere provenienti da musei internazionali quali la Tate di Londra, il Petit Palais e il Museo d’Orsay di Parigi, che raccontano l’intero percorso artistico del pittore e l’influenza che su di lui ebbe l’ambiente parigino e la realtà londinese, dando conto della sua vena sentimentale e mistica, del suo incredibile talento di colorista e del suo interesse per la moda.

Donne bellissime immerse in giardini fioriti, in abiti sontuosi a teatro o nelle sale da ballo, eleganti e dinamiche in viaggio, scortate da corteggiatori o circondate da bambini in festosi pic nic: è questo l' Ottocneto ricco e felice di James Tissot. , 

'James Tissot' e' stata prodotta dal Dart - Chiostro del Bramante in collaborazione con Arthemisia Group e curata da Cyrille Sciama, che ha portato a Roma i capolavori piu' famosi dell'artista, celebrato a Londra come a Parigi, interprete acclamato e conteso del bel mondo internazionale, cantore dell'eta' vittoriana tra rivoluzione industriale e colonialismo, unico nel trasformare la quotidianità agiata e oziosa di dame e nobiluomini in imprese dal gusto eroico, a tratti vagamente esotico, con un occhio soggiogato dagli estetismi del sol levante. 

Figlio di un commerciante di stoffe e di una modista disegnatrice di cappelli (dalla quale eredita la passione per i dettagli alla moda), Jacques Joseph Tissot (Nantes, 1836 - Buillon, 1902), si colloca all'interno della corrente del Realismo sviluppatasi in Francia nel 1840, accanto a Courbet, Daumier e Millet.

Al principio, pero' i suoi quadri sono prevalentemente di carattere storico e risentono dell'influenza della scuola olandese. 

Ma presto Tissot cambia soggetto alle sue opere, dedicandosi alla rappresentazione di ambienti e personaggi della Parigi mondana, soprattutto grazie alla capacità di esprimere magistralmente il fascino femminile. 

La sua precisione e' cosi' realistica da far apparire i suoi ritratti come fotografie istantanee: costumi e accessori, resi con dovizia e ricchezza di particolari, rivelano infatti i gusti dell'aristocrazia e sanciscono lo status dei personaggi immortalati nelle tele o nelle splendide grafiche. 

Una tecnica questa che approfondisce soprattutto durante il lungo soggiorno londinese, dopo aver lasciato una Parigi travolta dalla guerra franco-prussiana e quindi dall'assedio della citta' (1870-71).

Importante in quegli anni l'incontro con una bellissima irlandese divorziata, Kathleen Newton, che diventa la sua musa ispiratrice, ritratta in molti celebri dipinti in particolare nella serie della convalescente

Malata di tisi, muore a soli 28 anni, facendo sprofondare Tissot in una profonda disperazione che lo riporta nella capitale francese

Lì torna a immortalare, tra gioia e tedio, la mondanità parigina che si avvicenda in salotti e balli, ma una nuova delusione sentimentale lo segna a tal punto da provocare nel pittore una vera e propria crisi mistica. 

La definitiva conversione al cattolicesimo lo porterà a passare il resto della vita a illustrare la Bibbia e a viaggiare per dieci anni in Medio Oriente e in Palestina. 

INFO E PRENOTAZIONI T +39 06 916 508 451 

BIGLIETTERIA ONLINE http://www.ticket.it/tissot 

ORARIO APERTURA Tutti i giorni dalle 10.00 alle 20.00 Sabato e domenica dalle 10.00 alle 21.00 (la biglietteria chiude un’ora prima) APERTURE STRAORDINARIE 1 novembre 10.00 – 21.00 8 dicembre 10.00 – 20.00 24 dicembre 10.00 – 17.00 25 dicembre 16.00 – 21.00 26 dicembre 10.00 – 21.00 31 dicembre 10.00 – 18.00 1 gennaio 12.00 – 21.00 6 gennaio 10.00 – 21.00 BIGLIETTI - Intero € 13,00 (audioguida inclusa) - Ridotto € 11,00 (audioguida inclusa) 65 anni compiuti (con documento); ragazzi da 11 a 18 anni non compiuti; studenti fino a 26 anni non compiuti (con documento); militari di leva e appartenenti alle forze dell’ordine; portatori di handicap; giornalisti con regolare tessera dell'Ordine Nazionale (professionisti, praticanti, pubblicisti); -



27/09/15

Poesia della domenica. "Il tuo nome è una rondine nella mano" di Marina Cvetaeva.



Il tuo nome è una rondine nella mano

Il tuo nome è rondine nella mano,
il tuo nome è un ghiacciolo sulla lingua,
un solo unico movimento delle labbra.
Il tuo nome sono sei lettere,
una pallina afferrata al volo,
un sonaglio d'argento nella bocca.

Un sasso gettato in un quieto stagno
singhiozza come il tuo nome suona.
Nel leggero schiocco degli zoccoli notturni
il tuo nome rumoroso rimbomba.
E ce lo nomina lo scatto sonoro
del grilletto contro la tempia.

Il tuo nome - ah non si può! -
il tuo nome è un bacio sugli occhi,
sul tenero freddo delle palpebre immobili.
Il tuo nome è un bacio dato alla neve.
Un sorso di fonte, gelato, turchino.
Con il tuo nome il sonno è profondo.


M.Cvetaeva, tratto da Achmatova, Mandel'stam, Cvetaeva, Esenin, Poeti russi del novecento, a cura di Raffaele Belletti e Gabriele Mazzitelli, Lucarini, Roma, 1990.

26/09/15

"Libertà" di Jonathan Franzen, il grande romanzo americano (Recensione).



Ho nutrito per anni un pregiudizio nei confronti di Jonathan Franzen.

Troppo successo, troppo rumore, troppo fenomeno. In genere diffido a priori.  Ci sono arrivato quindi dopo parecchio tempo e a partire da questo Libertà, il suo quarto romanzo, pubblicato nel 2011, a dieci anni di distanza da Le Correzioni, che nel 2001 avevano dato a Franzen il National Book Award e la notorietà internazionale. 

Ma già dopo poche pagine, ho dovuto ricredermi. 

Libertà è un grande romanzo. 

Anzi, devo dire, dopo molti molti anni, ho ritrovato l'impressione di leggere un Grande Romanzo Americano (Great American Novel), l'ambizione più o meno segreta di ogni romanziere nordamericano, che prima o poi incappa nella velleità di scrivere un ampio romanzo capace di racchiudere e sostenere lo spirito contemporaneo americano. 

In effetti forse è da Le avventure di Augie March, di Saul Bellow (1953), che non riscontravo da lettore un esito così ben riuscito. 

Soltanto che quello è un romanzo di formazione classico, mentre questo è un romanzo intessuto sulla storia di un matrimonio. 

Patty e Walter Berglund sono «i giovani pionieri di Ramsey Hill», nella cittadina di St. Paul, Minnesota. Vivono in una casa vittoriana che hanno acquistato per pochi soldi e impiegato dieci anni per ristruttura. Hanno due figli ventenni, Jessica e Joey; sono moderni e liberali, democratici e ecologisti.

Agli occhi dei vicini di casa, Patty e Walter sono una coppia solida.  Come molte coppie, invece nascondono vuoti e frustrazioni

La costruzione del romanzo è perfetta; perfetta la sua struttura.  Nelle prime 250 pagine - un capolavoro di equilibrio - Franzen affida la biografia di Patty alla stessa voce della protagonista.  Così apprendiamo i dubbi e le ferite di questa donna come tante, forte e debole allo stesso momento, del suo matrimonio sbagliato, delle circostanze fuorvianti che ve l'hanno condotta, la passione segreta per il miglior amico del marito - la rockstar pragmatica e impenitente Richard Katz - cui viene data libera espressione nel momento più delicato della vicenda. 

Nelle parti successive -  dedicate a Joey (il figlio viziato e intraprendente della coppia, il suo strambo matrimonio con la vicina di casa Connie, la passione per la bella e viziata Jenna) e a Walter (la sua dedizione alla causa ecologista per la salvaguardia di un piccolo uccello migratore, la sua passione per Lalitha, una giovane assistente indiana innamorata di lui) la vicenda si compone con le diverse voci e i diversi tempi di un quartetto d'archi ben assemblato. Ciascuna voce passa la voce alla successiva. E le trame non si confondono, ma formano un tessuto dal disegno lucido e preciso. 

Vargas LLosa diceva recentemente che due sono essenzialmente i presupposti per scrivere un grande romanzo: la scelta della voce narrante (chi è che parla al lettore) e la scelta dei tempi, del tempo dell'azione. 

Franzen vince entrambe le sfide: sceglie una voce polifonica, ovvero composta di diverse voci, assoggettate al progetto comune; sceglie un presente e un 'a ritroso' che dialogano per tutto il corposo romanzo, lasciando ganci aperti alla fine delle parti, suscitando il coinvolgimento sempre diretto del lettore. 

La felicità del racconto è strutturalmente legata al fine che si persegue: quello di una lunga meditazione sul matrimonio, sulla relazione sentimentale, e sulla libertà individuale.  

Tutti i personaggi di Libertà sono alle prese con la ricerca affannosa di una libertà individuale, e devono fare i conti  con gli impedimenti e gli intralci che si sono autoimposti con i loro errori. 

L'imponderabile scivola nelle vite già fortemente compromesse dalla catena delle ferite/risposte, dalle incapacità individuali, dalla confusione di una apparente e sostanziale mancanza di senso generale. 

L'ipocrisia, il dolore, la trasandatezza, l'insano masochismo, la voglia di sfidare i propri limiti, l'intemperanza, l'impazienza. la paura, la sofferenza, la gioia improvvisa, la sproporzione tra i demeriti e i meriti, la passione vissuta come via di fuga: questi sono i veri protagonisti di Libertà

Specchio antropologico e simbolico della civiltà americana, arrivata ad un punto dove ogni desiderio individuale sembrerebbe esaudito o a portata di mano, tranne quello della felicità personale, che passa per forza di cose attraverso la consapevolezza (un conto eternamente rinviato, fino all'inevitabile). 

La scrittura di Franzen è limpida e circolare, come nella più classica delle lezioni tolstojane. i dialoghi sono sempre all'altezza, le trovate mai fini a se stesse. Il dolore è autentico, il disorientamento anche.  

Nelle vite di Patty e Walter è lecito sbirciare, entrare, lasciarsi perfino trascinare. Essendo difficile alla fine restare alla pura distanza dell'oggettivo punto di vista del lettore, visto che tutto questo ci riguarda da vicino, più di quanto forse vorremmo. 

Jonathan Franzen, Libertà, Einaudi 2014 Super ET pp. 656 € 14,00 Traduzione di Silvia Pareschi

Fabrizio Falconi (C) - riproduzione riservata


24/09/15

Nasce "SP-JOY", una piccola e coraggiosa casa editrice di temi sociali.





E' davvero una iniziativa meritoria quella della neo casa editrice Sp-Joy di Alba, in provincia di Cuneo. 

Si tratta di un editore orientato a pubblicare libri di impatto sociale, libri di testimonianza e quella che loro stessi chiamano in modo eloquente letteratura edificante.

I titoli pubblicati finora sono interessanti ed eloquenti: 

Gualtiero Giovando - Non pensare mai all'orso bianco. Un libro di testimonianza e terapie complementari del Parkinson, l'autore è un inventore, produttore di  brevetti industriali, affetto dal Parkinson che tratta la malattia come i problemi produttivi, che studia e cerca di risolvere per l'industria - 

AAVV - Per un soffio diVento - Undici racconti per cambiare e scambiarsi sguardi - realizzato in collaborazione con l'Associazione di Promozione Sociale Yepp Langhe, e sono racconti davvero sorprendenti, scritti da ragazzi tra i 15 e i 20 anni... 

Patrizia Ciccani - Zia, lo sai che sei un po' strana ?! -  Il racconto biografico ironico e graffiante di una donna con la tetraparesi spastica. L'autrice raccontando se stessa e le contraddizioni del mondo in cui abita, mette a nudo con gusto, dolcezza e severità l'attitudine dei "normodotati" nei confronti delle persone con disabilità.

Altri volumi sono poi in preparazione, tra i quali un volume per ragazzi a fumetti Fauna Disturbata - una raccolta di vignette di Umberto Giordano che narra le storie  di alcuni animaletti selvatici che vivono in una discarica pensando che si tratti della natura.

Per ogni informazione e contatti si può visitare il sito on line: www.booksandjoy.com

Fabrizio Falconi

23/09/15

La "Casa delle scuffie", in Via Nomentana a Roma.



La “casa delle scuffie” di via Nomentana 

Per un considerevole tratto, la via Nomentana rientra nei confini dell’attuale quartiere Salario.

E in questo tratto, al civico numero 175, si può ammirare un singolare edificio oggi noto principalmente come “casa delle battaglie”, per via del fatto che sulla sua facciata vi sono altorilievi di terracotta raffiguranti scene popolaresche riferite al Risorgimento – il che lo rende assolutamente unico. 

Ma un tempo, il palazzo in questione era detto “casa delle scuffie”,perché sulla sua sommità erano presenti delle antefisse, particolari elementi decorativi architettonici raffiguranti volti di donna ornati da ricchi decori intorno alle teste. 

La fantasia popolare identificò quei volti come appartenenti a monache o a donne con cuffie, da qui il nome popolare “casa delle scuffie” – la scuffia che in romanesco indica anche lo scappellotto dato ai bambini sulla testa. 

Le decorazioni del palazzo erano opera dell’architetto Ettore Bernich, che le realizzò nel 1885, e rappresentano un primo esempio di architettura archeologica nella Roma moderna.

Bernich, infatti, riempì il palazzo di citazioni colte – come le tegole curve nel tetto che richiamavano l’architettura etrusca – miscelando gli elementi antichi, etrusco-romani, con quelli moderni, che rappresentavano le gloriose battaglie del Risorgimento, compresa quella vinta dai bersaglieri a porta Pia. 

Nell’arco delle finestre l’architetto inserì volti femminili e quattro grandi scudi (al terzo piano) con le immagini allegoriche di una lupa, di un cavallo, di una biscia e di un toro, alludenti a città italiane, sostenuti da protomi leonine.


22/09/15

Il matrimonio di Jonathan Franzen: vita e ispirazione.




tratto da Repubblica online, 30 ottobre 2012.

Jonathan Franzen, Farther Away, 2012.

Vorrei dedicarmi al concetto di diventare la persona giusta per scrivere il libro che volete scrivere. 

Riconosco che parlando del mio lavoro,e raccontando la storia del mio passaggio dal fallimento al successo, corro il rischio di sembrare immodesto o innamorato di me stesso. Non è poi così strano o deprecabile che un scrittore vada fiero della sua opera migliore e passi molto tempo a esaminare la sua vita. Ma deve anche parlarne? 

In passato avrei risposto di no, e il fatto che ora risponda di sì potrebbe anche rivelare qualcosa di negativo sul mio carattere. 

Ma intendo comunque parlare delle Correzioni, e descrivere alcune delle lotte che ho affrontato per diventarne l' autore

Faccio notare in anticipo che buona parte di quelle lotte hanno riguardato - come credo accadrà sempre agli scrittori profondamente impegnati nel problema del romanzo- il superamento della vergogna, del senso di colpa e della depressione

Faccio anche notare che il semplice fatto di parlarne rinnoverà la mia vergogna

La prima cosa che dovetti fare all' inizio degli anni Novanta fu uscire dal mio matrimonio

Infrangere la promessa e il legame emotivo non è facile quasi per nessuno, e nel mio caso era ulteriormente complicato dal fatto di aver sposato una scrittrice. Mi rendevo vagamente conto che eravamo troppo giovani e inesperti per votarci a una monogamia perpetua, ma le mie ambizioni letterarie e il mio idealismo romantico ebbero la meglio.

Ci sposammo nell' autunno del 1982, quando avevo appena compiuto ventitré anni, e cominciammo a lavorare insieme, in squadra, per produrre capolavori letterari. Avevamo progettato di lavorare fianco a fianco per tutta la vita.

 Non ritenevamo necessario avere un progetto di riserva, perché mia moglie era una newyorkese sofisticata e piena di talento che sembrava destinata al successo, probabilmente molto prima di me,e io sapevo che sarei sempre riuscito a cavarmela.

E così ci mettemmo entrambi a scrivere romanzi, e restammo entrambi sorpresi e delusi quando mia moglie non riuscì a vendere il suo. 

Quando io vendetti il mio, nell' autunno del 1987, mi sentii emozionato ma anche molto, molto in colpa.

21/09/15

"L'Assenzio" di Edgar Degas. Il quadro della condizione umana.



L'absinthe o Dans un café fu dipinto da Edgar Degas tra il 1875 e 1876.

Anche il  Café de la Nouvelle Athènes, dove la scena è ambientata, ha una lunga storia: si trovava a Place Pigalle ed era un famoso ritrovo degli impressionisti. Il Café prendeva il nome da un quartiere di Parigi di fine Ottocento.  Nel corso degli anni il caffè cambio nome più volte: negli anni quaranta, divenuto un locale di spogliarelliste, venne chiamato Sphynx divenne il luogo di incontro dei militari nazisti prima e statunitensi poi. Più recentemente, tra gli anni ottanta e gli anni novanta, fu chiamato New Moon. Il caffè fu poi chiuso definitivamente nel 2004 ed il palazzo che lo ospitava, completamente ristrutturato. 

La terrazza del Café offriva ai pittori impressionisti un luogo ideale da cui ritrarre i loro modelli. 

Degas ne sceglie due particolari: l'attrice Ellen Andrée e il pittore Marcellin Desboutin, un aristocratico caduto in disgrazia divenuto un vagabondo pieno di orgoglio e dignità e pittore senza troppa fortuna.  

L'uomo ha il gomito sul tavolo, la pipa in bocca e guarda fuori dal locale.   La donna, come ipnotizzata davanti ad un bicchiere di assenzio - bevanda poi definitivamente abolita, definita la droga dei poveri - con lo sguardo perso nel vuoto. 

I due sono vicini, ma non hanno nulla in comune. Sembrano ciascuno dei due prigionieri del proprio mondo, delle proprie fantasie, della propria visione del mondo

L'isolamento popola questa tela, la abita.

Lo sguardo di Ellen è la diagonale che attraversa il quadro, e fuoriesce da esso verso un altrove sconosciuto.  Il bicchiere sembra non ancora sfiorato.  Il liquido verdognolo lo riempie fin quasi all'orlo. Ma la caraffa è vuota. E forse, anzi, certamente, quello non è il primo bicchiere. 

Desboutin ha gli occhi rossi e il suo aspetto arruffato - il cappello inclinato - testimonia il dissidio aperto con il mondo. 

I giornali sono avvolti nelle stecche, in primo piano.  Nessuno li vuol leggere, non servono. La scena si svolge ben oltre l'attualità, l'ordinarietà della vita.   Soltanto la firma di Degas si può leggere sopra. 

Ellen e Marcellin sono incompleti. 

Aspettano qualcosa che forse - o quasi certamente -  non arriverà mai. Aspettano. 

Edgar Degas, L'absinthe, olio su tela, 92 x 68 cm, lascito del conte Isaac de Comondo, 1911, Musée d'Orsay, Parigi. 

Fabrizio Falconi









18/09/15

Il fregio di Kentridge sul Tevere - Intervista. "Ogni trionfo corrisponde a una sconfitta di qualcun altro".





"Ogni storia ha una sua parte negativa o di vergogna. Ogni trionfo corrisponde a un lamento, alla sconfitta di qualcun altro".

Cosi' William Kentridge spiega cosa sara' il suo Triumphs and laments, imponente opera site specific che proprio nel cuore di Roma, sui muraglioni del Tevere, raccontera' miti e dolori della storia millenaria della città. 

Un fregio lungo 550 metri, nel tratto da Ponte Sisto a Ponte Mazzini, popolato di 80 figure alte fino a 10 metri, che emergeranno sul muro come grandi ombre danzanti, senza colori ne' vernici, ma solo pulendo la patina biologica accumulata negli anni sul travertino bianco dei muraglioni.

Artista sudafricano celebrato in tutto il mondo (e' ora nel Padiglione Italia della Biennale e ad aprile sara' al Macro), per realizzare l'opera Kentridge ha dovuto pero' attendere tre anni di polemiche e incertezze. 

"Ci scusiamo perche' noi italiani siamo bravi a fare le cose, ma abbiamo percorsi un po' lunghi - ammette l'Assessore alla cultura del Comune, Giovanna Marinelli - E' una scelta importante non solo per la grande firma dell'autore, ma anche per il luogo e la storia della nostra citta'. Bisognava costruire un consenso e una collaborazione istituzionale, che non e' secondaria". 

Cosi' Triumphs and laments, promosso daTevereterno e realizzato interamente con fondi privati, sara' inaugurato il 21-22 aprile in occasione del Natale di Roma, ma anche, caso ha voluto, nel pieno dell'anno giubilare, in "mostra" per i milioni di pellegrini proprio a due passi dal Vaticano. 

A festeggiarlo, due giorni di concerti gratuiti con due processioni musicali del compositore Philip Miller. 

"La storia di Roma e' fatta di avvenimenti, ma anche di pietre", spiega Kentridge, mostrando gli schizzi a carboncino dei giganti che incarneranno piu' di duemila anni di tensioni della storia sociale della citta'. 

"Ho fatto una lunga ricerca iconografica - dice - perche' fossero facilmente riconoscibili". 

Si va dalla Lupa capitolina al trionfo di Cesare, dalla Vittoria alata, prima integra e poi spezzata, a Marcello Mastroianni e Anita Ekberg nella Fontana di Trevi per la Dolce vita. 

E poi, Santa Teresa, Michelangelo, Papa Clemente, la Morte di Remo accostata a quella di Pasolini, con citazioni da Mantegna alla Colonna Traiana, da Tiziano a Mirys. Lo stesso luogo "e' parte dell'opera". 

Non solo perche' il Tevere, "con San Pietro su una sponda e il Ghetto ebraico dall'altra", da sempre attraversa la storia di Roma. Ma perchè le figure, in qualche modo, sono già sui muraglioni, proprio come le sculture, diceva Michelangelo, esistono gia' nei blocchi di pietra.

Bisogna solo lavorare per sottrazione. Ecco allora che dopo la creazione di grandi stencil, le immagini emergeranno lavando con acqua il "nero" che copre i muraglioni. 

Primi test a ottobre nel tratto di Ponte Margherita e a febbraio via all'esecuzione con 12 tecnici e lo stesso Kentridge all'opera sulla banchina ad aprile. 

Un progetto dunque temporaneo e per sua natura reversibile, che scomparira' in 3-4 anni con il "ricrescere" della patina. Ma che regala alla citta' anche la ribattezzata Piazza Tevere. Uno spazio, dice il direttore artistico Kristin Jones, che "ha le stesse dimensioni del Circo Massimo e che potrebbe diventare uno dei maggiori luoghi per l'arte contemporanea in città'.




16/09/15

Da Van Gogh a Chagall, da Guttuso a Fontana, una grande mostra a Firenze a Palazzo Strozzi.





Dal 24 settembre 2015 al 24 gennaio 2016 Palazzo Strozzi a Firenze ospita Bellezza divina tra Van Gogh, Chagall e Fontana, un’eccezionale mostra dedicata alla riflessione sul rapporto tra arte e sacro tra metà Ottocento e metà Novecento attraverso oltre cento opere di importantissimi artisti italiani, tra cui Domenico Morelli, Gaetano Previati, Felice Casorati, Renato Guttuso, Lucio Fontana, Emilio Vedova, e internazionali come Vincent van Gogh, Jean-François Millet, Edvard Munch, Pablo Picasso, Max Ernst, Georges Rouault, Henri Matisse.

Bellezza divina costituisce un’occasione straordinaria per confrontare opere famosissime studiate da un punto di vista inedito, presentate accanto ad altre di artisti oggi meno noti, il cui lavoro ha contribuito a determinare il ricco e complesso panorama dell’arte moderna, non solo sacra

A cura di Lucia Mannini, Anna Mazzanti, Ludovica Sebregondi e Carlo Sisi, l’esposizione nasce da una collaborazione della Fondazione Palazzo Strozzi con l'Ex Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze, l’Arcidiocesi di Firenze e i Musei Vaticani e si inserisce nell’ambito delle manifestazioni organizzate in occasione del V Convegno Ecclesiale Nazionale, che si terrà a Firenze tra il 9 e il 13 novembre 2015, al quale interverrà anche papa Francesco.


Grandi protagonisti della mostra sono capolavori come l’Angelus di Jean-François Millet, eccezionale prestito dal Museo d’Orsay di Parigi, opera che emana una religiosità atavica, un senso del sacro trasversale e universale; la Pietà di Vincent van Gogh dei Musei Vaticani, fondamentale perché – nonostante la vocazione religiosa e mistica – l’artista ha rappresentato raramente soggetti sacri, e lo ha fatto ispirandosi a opere di altri autori; la Crocifissione di Renato Guttuso delle collezioni della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, opera emblematica con un’intensa connotazione politica che esprime, come Guernica, un grido di dolore, la Crocifissione bianca di Marc Chagall, proveniente dal The Art Institute Museum di Chicago, l’opera d’arte più amata da papa Bergoglio.

 La mostra è promossa e organizzata dalla Fondazione Palazzo Strozzi e l’Arcidiocesi di Firenze con la collaborazione dell’ Ex Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze, Musei Vaticani e con il sostegno del Comune di Firenze, la Camera di Commercio di Firenze, l’Associazione Partners Palazzo Strozzi, la Regione Toscana. 

Viaggio in Russia sulle orme dei grandi scrittori russi.



Un viaggio nella Russia centrale sulle orme dei grandi protagonisti della letteratura e delle arti russe. 

E' l'iniziativa dell'Associazione Conoscere Eurasia di Verona che fino al 20 settembre guiderà nove giovani scrittori italiani alla scoperta di Lev Tolstoj, Fedor Tjutcev, Anton Cechov, Alexander Blok, ma anche del pittore Vasilij Polenov e di Petr Cajkovskij. I

Il tour, organizzato in collaborazione con l'Agenzia Federale per la stampa e le comunicazioni, l'Istituto delle traduzioni Ad Verbum con il sostegno di Banca Intesa Russia, farà tappa in 7 citta': Mosca, Melikhovo, Polenovo, Tarusa, Ja'snaja Polia'na, Spasskoe-Lutovinovo, Klin e Shakhmatovo. 

"Italia e Russia hanno relazioni culturale dal X secolo - ha spiegato Antonio Fallico, presidente di Conoscere Eurasia e di Banca Intesa Russia -. Nel corso della storia i protagonisti della letteratura, dell'arte e della musica di entrambi i Paesi hanno approfondito e arricchito la reciproca conoscenza". 

"Le contaminazioni che ne sono scaturite - ha aggiunto - confluiscono nel grande patrimonio culturale che, come un fil rouge, lega questi due popoli tradizionalmente amici". 

 Tra le mete del viaggio dei nove giovani talenti italiani, quest'anno scelti tra i finalisti e i vincitori delle scorse edizioni del Premio letterario italo russo 'Raduga' (sempre organizzato dall'Associazione Conoscere Eurasia), la casa museo Muranovo, patria di Tjutcev, uno dei piu' grandi poeti russi, il museo Polenovo con le opere del pittore Polenov, il museo di Tolstoj e di Blok, oltre alla visita al Gran Palazzo del Cremlino.

"Il viaggio degli scrittori italiani in Russia - ha concluso Fallico - e' una delle tante iniziative culturali dell'Associazione Conoscere Eurasia che, dal 2009, promuove in entrambi i Paesi attivita' volte alla conoscenza e al dialogo tra le due culture; presupposto necessario per lo sviluppo anche economico dei popoli". 

15/09/15

La Venere di Urbino di Tiziano, un celebre quadro misterioso.





Cosa piangi, donna ?   Cosa rovisti in quella cassapanca sotto la finestra, inginocchiata ? Cosa vuole da te la donna in piedi che aspetta ?  Cosa ostenta la meravigliosa donna in primo piano che mi osserva ?

La pretesa di spiegare tutto dei grandi quadri, si mortifica davanti alla Venere di Urbino, dipinta da Tiziano Vecellio nel 1538 su incarico di Guidobaldo II Della Rovere, quasi venti anni dopo la Venere dormiente del Giorgione. 

Tiziano aggiorna la versione dell'altro maestro, e apre gli occhi alla Venere (che non è più dormiente come in quella di Giorgione), le assegna una posa ancor più seducente, indirizza il suo sguardo direttamente negli occhi dell'osservatore, conserva il particolare della mano pudica proprio a coprire il pube, anche le gambe incrociate, adorna la donna di preziosi monili (un anello al dito mignolo della mano sinistra, un bel bracciale d'oro al polso destro, un orecchino di perla a goccia al lobo sinistro), sistema la sua capigliatura in una meravigliosa treccia, porge alla mano un mazzetto di rose rosse scarlatto, come la trama dei due materassi che sporgono sotto i cuscini. 

Ma è l'ambiente a rendere questo quadro davvero magico.  Saranno sicuramente due fantesche quelle che si vedono sullo sfondo - intente a scegliere i vestiti per ricoprire la nudità della padrona dea, ma che impressione produce sulla scena, la luce proveniente dalla finestra, dolcemente in penombra, con le sfumature di arancio del tramonto appena concluso, le prime stelle nel cielo indaco, l'ombra proiettata all'interno della casa. 

Tutto sembra sospeso e immobile.  Tutto è concentrato, nella forma del triangolo e delle diagonali che attraversano il quadro, verso l'inguine di Venere, con lo sguardo ipnotico da una parte e l'ombra delle donne dall'altra, che suggellano l'offerta vitale. 

Tiziano Vecellio, Venere di Urbino (119 x 165 cm), 1538, Galleria degli Uffizi, Firenze. 

Fabrizio Falconi


14/09/15

1998, Un anno d'oro per il cinema italiano: in due giorni si presentano a Cannes 'Aprile' e 'La vita è bella'.



Grande anno per l'Italia, il 1998. Sulla Croisette, a distanza in due giorni vengono presentati La vita è bella di Roberto Benigni (domenica 17 maggio) e Aprile di Nanni Moretti (lunedì 18 maggio), con esiti contrari:  applausi scrocianti e standing ovation per Benigni, risate, pochi applausi e anche qualche fischio per Nanni. 

Il film di Benigni conquista il secondo premio (il Gran Premio della Giuria) - vince L'eternità è un giorno di Theo Anghelopoulos, mentre qualche mese più tardi sbancherà Los Angeles, con tre premi Oscar (miglior film straniero, migliore interpretazione maschile, miglior colonna sonora); ignorato Moretti.

Non potrebbero essere due film più diversi.  La vita è bella è diventato un classico, quasi un miracolo di neo-neo realismo, che la coppia Cerami-Benigni seppe inventare calibrandolo sull'estro smisurato di Benigni e la sua affidabilità di immagine internazionale.  Oggi forse avverte di più il peso degli anni, e quello che nei cineclub degli anni Sessanta veniva definito il messaggio, ha finito per prevalere sui meriti del film, al punto che oggi viene proiettato (giustamente) nelle scuole, più nelle scuole, che nei canali tv. 

Aprile è un film considerato minore di Moretti, che io personalmente continuo ad apprezzare più degli ultimi suoi lavori.  Risente ancora della forma diaristica del film precedente (Caro Diario, 1996), frammentaria, e dappertutto riemerge il folletto irriverente e iconoclasta che aveva fatto irruzione alla fine degli anni '70 nel panorama un po' ingrigito del cinema italiano con Io sono un autarchico e Ecce Bombo.  

In una intervista alla Stampa, il 17 maggio, Fulvia Caprara non risparmia a Nanni una battuta riferita a Vittorio Gassman, il quale intervistato da Le film francais, dice che il film non gli è piaciuto e che il cinema italiano "resta ancora piccolo, provinciale".

L'osservazione di Gassman, in quegli anni giustamente inacidito dalla piega che aveva preso l'industria del cinema italiano, è smentibile proprio dal film di Benigni. E Moretti lo fa osservare:

"Non è vero che si raccontano solo storie piccole, quello di "la vita è bella", per esempio non è certo un tema piccolo. Il problema è che noi tutti abbiamo difficoltà nel raccontare il nostro Paese e le sue contraddizioni. Una cosa che, invece, è riuscita benissimo al cinema inglese."

Insomma, Nanni fece il modesto. 

Ma forse, questa è la mia opinione, hanno raccontato meglio il nostro Paese proprio film anarchici  e un po' folli come Caro Diario e Aprile, che i seriosi film che seguirono, ottimamente confezionati, ma forse privi di vera verve, privi in definitiva, di anima. 



13/09/15

"Sono un uomo abituato al sogno" - Stephane Mallarmé (Giuliano Gramigna)

Mallarmé fotografato da Nadar




Insegui' per tutta la vita il "Libro" per eccellenza ma mori', cento anni fa, lasciando un'opera esigua. Che anticipa l'esperienza freudiana dell'inconscio 

Mallarme', la disfatta in versi 

A 56 anni fu vittima di una crisi di soffocamento la mattina del 9 settembre 1898. E' passato alla storia come un poeta oscuro ma nessuno ha avuto un influsso maggiore nel nostro secolo 

"Dicevo qualche volta a Mallarme': c'e' chi vi critica, chi vi beffa. Voi irritate, fate pieta'... Ma sapete, sentite almeno questo: c'e' in ogni citta' di Francia un giovane sconosciuto che si farebbe uccidere per i vostri versi, per voi?": e' un passaggio ben noto di Variete' III di Paul Valery. 

Nel viso di Mallarme', come ce l'hanno consegnato le foto di fine secolo, si fondono una mitezza delusa e un orgoglio irriducibile: l'orgoglio di aver inseguito per tutta la vita il Grande Sogno, la Grande Opera, insomma il Libro per eccellenza, insieme impossibile e possibile ai suoi occhi, come a quelli di Valery, "che non e' mai guarito da quella specie di ferita...". 

Della Grande Opera parlano anche le poche righe che Stephane Mallarme' indirizzo' alla moglie e alla figlia, a Mere e Veve, la notte dell'8 settembre 1898 - quando uno spasmo della glottide quasi lo soffoco' - invitandole a bruciare il "mucchio semisecolare" di suoi appunti, note, abbozzi. 

"Non c'e' nessuna eredita' letteraria, mie povere care... E voi, soli esseri al mondo capaci di rispettare fino a questo punto tutta una vita di artista sincero, credete che doveva essere molto bello...". 

L'indomani, 9 settembre, mentre il medico lo sta visitando, Mallarme' e' ripreso da una crisi di soffocazione; non la supera; muore. 

Ha appena 56 anni, essendo nato a Parigi nel 1842. Lascia un'opera relativamente esigua: un libro di Poesies, poemi come Herodiade, Un coup de des, Igitur, L'apres - midi d'un faune, una raccolta di saggi, interventi, poemi in prosa, Divagation, una quantita' di deliziosi versi d'occasione, fra cui i proverbiali eventails (un genere letterario, addirittura!). 

Certo agli occhi del loro autore, quei sonetti memorabili, celebrazioni funebri per Baudelaire, Poe, Verlaine, eccetera, o amorose, dovevano rappresentare solo le schegge introduttorie al Libro; sono bastati per assicurare a Mallarme' un posto capitale nella letteratura moderna

Se due dioscuri, Marcel Proust e James Joyce, si collocano alle origini del romanzo novecentesco, Mallarme' sara' il deus absconditus anzi molto patente di una fetta cospicua della poesia moderna, giu' giu' fino ai nostri giorni

Parlarne, nel centenario della morte, non e' un semplice ossequio allo scadenzario letterario; soprattutto se serva a mettere in chiaro cio' che ancora puo' (deve) dire l'autore di Igitur allo scrittore e al lettore contemporanei. 

"Un uomo abituato al sogno" si era definito aprendo una conferenza su Villiers de l'Isle - Adam. Ecco qui gia' introdotto uno dei significanti r - eve che identificano infallibilmente il suo discorso poetico. Non sono semplici tic, idiosincrasie lessicali, ma punti di condensazione dell'immaginario mallarmeano. Si potrebbe comporne una sfilza - sostantivi e aggettivi riconoscibili anche da un mediocre lettore: sogno, assoluto, nulla, vuoto, bianchezza, volo, stella, cigno, notte, naufragio, caso, assenza, ghiaccio - eppoi sterile, abolito, amaro, puro... elenchi meschini, che depauperano della energia originaria tali vocaboli, che il verso fonde in "una parola totale, nuova, straniera alla lingua, et comme incantatoire", secondo la splendida dizione di una pagina delle Devagations; il verso che nega per un attimo il Caso, le hasard, "vinto parola per parola". 

Non si puo' rendere minimamente giustizia alla poesia di Mallarme' in una nota volante, come questa. Ma si capira' subito che tali presenze di linguaggio non hanno piu' niente a che fare con le sostanze dense, succulente, antefatte dai poeti parnassiani da cui tuttavia Mallarme' discendeva. "Dipingere non la cosa ma l'effetto che essa produce" scriveva il giovane autore all'amico Gazalis, esponendogli la sua estetica in nuce - come ricorda Mario Luzi, che e' stato forse il piu' mallarmeano dei nostri poeti, nel suo Studio su Mallarme', uno dei primi contributi critici significativi in Italia, insieme con il memorabile Mallarme' di Carlo Bo. 

La lezione di fedelta' al proprio impegno, di rigore supremo credo abbia valore anche cent'anni dopo - devozione feroce e insieme accettazione della sconfitta. Perche' non dirlo? La poesia di Mallarme' segna una disfatta, almeno secondo i parametri del suo autore. Disfatta grandiosa, almeno quanto il progetto inseguito. Poche volte nei secoli la letteratura ha raggiunto picchi maggiori. Un professeur d'attention lo chiama Paul Claudel; etichetta criticamente pertinente, di la' dall'allusione agli anni ingrati dell'insegnamento. Mallarme' ha espulso dal suo lavoro retorica, gonfiezza, facilita', approssimazione. 

Come "professione d'attenzione" ha molto da insegnarci. 

Nessuna vaghezza - che e' appunto disattenzione profonda; nei suoi versi non si danno sinonimi: ogni parola, nome aggettivo verbo, e' unica, centrata nel suo valore radicale, detta una volta sola per sempre

Le Muse indefettibili di Mallarme' sono la sintassi e l'etimologia: l'ha mostrato in maniera eccellente (si pensi solo al ricorso "creativo" al dizionario Littre'). Stefano Agosti, oggi il piu' autorevole e acuto mallarmista, non solo in Italia, con le analisi capillari del "Cigno" e del "Fauno". Mallarme' e il simbolismo hanno avuto influsso determinante sulla poesia italiana del secolo: futuristi, ermetici, fino ai piu' prossimi poeti visivi. 

Capisco che ai giovani scrittori "simbolismo" suoni qualifica vitanda. Ma Mallarme' e' davvero un simbolista?

In effetti il suo lavoro apre una progettazione piu' ampia e nuova. Mallarme' muore nel 1898; 

L'interpretazione dei sogni di Freud inaugura il secolo; pero' certi esemplari mallarmeani non s'inscrivono in una esperienza (testuale) d'inconscio, avant lettre? Non e' del tutto attuale il rapporto fra soggetto e linguaggio, alla base della esperienza mallarmeana? 

Mettiamo pure, scriveva Valery, che Mallarme' sia oscuro, sterile, prezioso: ma se attraverso tali difetti mi ha spinto ad anteporre a tutto il possesso cosciente della funzione del linguaggio e il sentimento di una liberta' superiore dell'espressione, questo e' un bene incomparabile, che non mi e' stato mai offerto da nessun libro trasparente e facile.



L'ultima lettera a moglie e figlia "Mere, Veve, il terribile spasmo di soffocazione appena sofferto puo' ripresentarsi durante la notte e sopraffarmi. Allora non vi stupira' che pensi al mucchio semisecolare delle mie note, che diventera' per voi un grande imbarazzo; visto che non un solo foglietto puo' essere utilizzato. Solo io potrei cavarne fuori cio' che contiene... L'avrei fatto se gli ultimi anni non mi avessero tradito. Percio', bruciate tutto: non c'e' nessuna eredita' letteraria, mie povere care. Non sottomettetelo al giudizio di qualcuno: o rifiutate ogni ingerenza curiosa o amichevole. Dite che non ci si capirebbe niente, del resto e' la verita', e voi, mie povere prostrate, i soli esseri al mondo capaci di rispettare fino a questo punto tutta una vita d'artista sincero, credete che doveva essere molto bello...". (da Vie de Mallarme' di Henri Mondor) Gramigna Giuliano.

12/09/15

La Visitazione di Pontormo, un quadro assoluto.



Pura intensità.

Jacopo Carucci (o Carrucci), detto il Pontormo lo dipinse tra il 1528 e il 1530 per l'altare della famiglia Pinadori ed è rimasto per cinque secoli sempre nello stesso luogo per cui era destinato: la Cappella Capponi nella propositura dei Santi Michele e Francesco a Carmignano, in provincia di Prato.

L'episodio evangelico raffigurato è la Visitazione di Maria a Sant'Elisabetta.

Ricordiamo i fatti raccontati: nell'Annunciazione, il Signore per mezzo dell'arcangelo Gabriele chiedeva la disponibilità di Maria a ricevere un figlio, il Cristo; ma avendo Maria desiderato la verginità, l'angelo spiegò che la concezione sarebbe stata miracolosa per opera dello Spirito Santo, e per esemplificare la potenza di Dio, annunciava l'incredibile maternità di sua cugina Elisabetta, già al sesto mese di gravidanza, nonostante la sua presunta sterilità e anzianità.

Elisabetta era sposata con Zaccaria, sacerdote del tempio di Gerusalemme, e quindi della tribù di Levi.

Dopo l'annunciazione e ricevuto lo Spirito Santo, Maria si recò da Nazaret in Galilea a trovare Elisabetta in Giudea, in una città tradizionalmente ritenuta Ain-Karim situata 6 km ad occidente di Gerusalemme.

Quando Maria giunse nella casa di Zaccaria, Elisabetta ebbe la percezione di trovarsi di fronte alla donna che portava in grembo il Cristo, lodando Maria per essere stata degna e disponibile al progetto di Dio.

In risposta alla lode, la Vergine Maria espresse il ringraziamento a Dio attraverso quello che è conosciuto come il "Magnificat" riportato dall'evangelista Luca e denso di reminiscenze bibliche. Maria rimase con Elisabetta circa tre mesi, cioè fino alla nascita di suo nipote Giovanni, il futuro Battista.

Pontormo ambienta questa scena in una anonima via oscura.  In uno spazio imprecisato e metafisico, quattro donne sembrano quasi avvolte in un'unica figura. I loro drappi, di diversi colori, definiscono in primo piano l'incontro tra Maria ed Elisabetta, mentre altre due misteriose donne assistono sullo sfondo con lo sguardo rivolto fissamente all'osservatore del quadro.

L'incrocio delle braccia segue l'incrocio degli sguardi, di una intensità quasi insostenibile.


Tra Maria ed Elisabetta c'è un muto sguardo che dice tutto. La terza donna, tra le due, ci osserva come interrogandoci. 

La composizione del quadro - a rombo - è puro genio. I colori, come sempre in Pontormo, parlano una loro lingua specifica, un dialogo di consistenza e proporzioni. 

Le quattro donne - nella corrispondenza due anziane, due giovani, nei due sguardi, due allacciati, due dispersi oltre il quadro - sembrano suggerire una rappresentazione che oltrepassa il tempo e che si fissa nella ricerca di un punto esatto di destini e di eternità (assoluto).

Nel 1995 Bill Viola ha celebrato questo grandioso quadro in una sua installazione.



Fabrizio Falconi

11/09/15

Una libreria giapponese sfida lo strapotere di Amazon, con Murakami e compra 90.000 copie del suo nuovo libro.




La libreria Kinokuniya di Tokyo tenta lo "sgambetto" al colosso Amazon e agli store online e di ebooks con l'appeal di Haruki Murakami: la catena di librerie giapponesi ha comprato il 90% delle copie della prima stampa dell'ultimo lavoro del piu' volte candidato al Nobel per la Letteratura, "Shokugyo toshiteno Shosetsuka" ('Romanziere per professione').

Un totale di 90.000 copie, rilevate direttamente dall'editore Switch Publishing, per contrastare lo strapotere delle librerie online

50.000 pezzi saranno poi girate da Kinokuniya agli shop locali, a tutela dei piccoli rivenditori.

Al netto delle prenotazioni fatte da altri player, ad Amazon e simili non resterà che il magro bottino di 5.000 copie. Il rischio tuttavia, rileva la stampa locale, e' che lo sforzo di rivitalizzare la libreria tradizionale possa scontrarsi con il rischio di perdite dato che non sara' possibile restituire i libri invenduti in mancanza di un distributore.

Allo stato, in Giappone il 40% dei libri distribuiti nelle librerie e' riconsegnato. Kinokuniya, forte della popolarita' dell'autore di capolavori e bestseller come "Norwegian Wood" e "1Q84" e dell'ultima opera in cui Murakami guarda indietro alla sua vita di romanziere, è convinta di poter vendere ogni copia grazie a un'iniziativa ritenuta in grado di contribuire a stabilizzare le entrate degli editori. 

10/09/15

Orhan Pamuk: "La foto del bimbo più forte di appelli dei Premio Nobel."



intervista di Alessandra Magliaro per ANSA

Il premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk alla Mostra del cinema di Venezia per la prima mondiale, nelle Giornate degli Autori del film di Grant Gee Innocence of Memories, che evoca il titolo di unodei suo romanzi piu' noti, Il museo dell'innocenza (Einaudi), non e' voluto mancare alla proiezione dell'opera che sara' distribuita in Italia da Nexo Digital. 


C'e' ancora un ruolo che gli intellettuali possono svolgere rispetto a quello che accade in Europa con l'ondata biblica di rifugiati di guerra? 

"Non bisogna esagerare con il ruolo degli intellettuali. Pubblicare la foto del povero bambino Aylan e' stato centinaia di volte più' forte di tanti nostri appelli. Scegliendo di mostrare quell'immagine si e' riusciti a provocare un vero cambiamento. Anche in Turchia come in altri paesi si e' discusso se fosse da mettere in prima pagina o no, ma io sono stato d'accordo e felice che sia stato fatto anche nel mio paese. Questo non significa che l'impegno degli intellettuali non abbia piu' senso: possiamo criticare, non restare passivi, ma la nostra azione nel mondo dominato dalle immagini e' decisamente inferiore a quello che aveva un tempo". 

La Turchia, non solo geograficamente, e' stata centrale nei cambiamenti del corso della storia, pensa che lo sia ancora oggi? 

"Istanbul e la Turchia sono da sempre crocevia di movimenti demografici, non solo dall'Asia verso l'Europa ma anche dalla Russia verso il sud e dai Balcani verso l'Europa. Abbiamo avuto due milioni di migranti in Turchia, mentre l'Europa ne voleva accogliere duemila. Ora sono felice che anche la Germania abbia deciso di aprire le porte". 

Istanbul, dove e' nato nel '52, e' il centro di tutto. Pamuk e' lo scrittore di Istanbul come Dickens lo era di Londra e' stato detto. Cosa rappresenta per lei? 

"Ci sono nato, cresciuto, ci vivo, da sempre cerco di vedere il mondo attraverso questa citta' che negli anni si e' sviluppata immensamente. Sono le mie fondamenta, la mia famiglia, il mio corpo, ma non l'ho mai immaginata e descritta sotto una lente romantica, sdolcinata o glamour, ne ho viste tutte le contraddizioni". 

Nel 2012 ha finalmente realizzato il sogno di aprire a Istanbul il Museo dell'Innocenza, che accoglie tutti gli oggetti descritti nel libro, gli oggetti di un amore innocente come quello sbocciato fra i due protagonisti del romanzo, perche' renderli reali, concreti

"Sono gli oggetti a dare la definizione di memoria, come quando nella tasca di una giacca trovi due biglietti di un film che hai visto anni prima, immediatamente ricordi quei momenti. Gli oggetti risvegliano la memoria. Noi siamo memoria e non esiste la possibilita' di felicita' e sopravvivenza senza la memoria. Ricordare ci rende intelligenti"

Innocence of Memories, il film di Grant Gee, che relazione ha con lei e la sua opera letteraria? 

"Il film non e' la versione cinematografica del romanzo, e' la storia del museo del romanzo Il museo dell'Innocenza. I principali protagonisti di quella storia, Kemal e Fusun che vivono un amore contrastato nella Turchia degli anni '70, sono ampliati e poi c'e' la citta', il mio lavoro, in una narrazione che e' poetica, un lungo unico ponte tra immaginazione e realta'".

Dopo questo documentario e' cambiato il suo rapporto con la narrazione e con il cinema? 

"E' una delle mie più grandi gioie poter andare al cinema. Uscire da un bel film immediatamente da' felicita', e' un grande potere che ha il cinema. Da ragazzo ero un assiduo frequentatore della Cineteca di Istanbul, ora un po' meno. Dopo aver partecipato alla realizzazione di questo film e aver visto il processo creativo che c'e' dietro, quasi quasi mi e' venuta voglia di fare un film. Del resto in passato le ambizioni cinematografiche erano frustrate dal costo di realizzazione, oggi con lo sviluppo tecnologico puoi fare un piccolo film con uno smartphone. Quei piccoli video sono come il diario segreto che avevamo da ragazzi". 

Tra i libri piu' attesi del 2015 c'e' il suo nuovo romanzo, sette anni dopo Il Museo dell'Innocenza. Di cosa si tratta?

 "A strangeness in my mind. In Italia a fine novembre lo pubblichera' Einaudi come tutti i miei libri, non so ancora con quale titolo. E' un romanzo d'amore che ha come sfondo i cambiamenti sociali della Turchia. Si parte dalle lettere d'amore che un venditore ambulante scrive, tra il 1969 ed il 2012, alla ragazza di cui si e' innamorato". 



03/09/15

SaggiaMente. La sofferenza dell'anima.




La mente non è (solo) il cervello.  Gli occidentali ci hanno messo parecchio a giungere a questa conclusione che nel pensiero orientale era già assodata migliaia di anni orsono. 

Non è solo il cervello - l'organo biologicamente preposto al pensare - l'autore dei nostri stati d'animo, delle nostre ansie, delle nostre intuizioni, dei nostri dolori.   La mente si muove oltre i confini strettamente biologici, oltre le semplici connessioni neuronali (cellule neuronali fra l'altro non esistono solo nel cervello, ma anche in altri organi del corpo): si pensa anche quindi con il cuore, si pensa con lo stomaco, si pensa con gli organi genitali, si pensa con l'intestino. 

Si è felici o tristi anche con il cuore, con lo stomaco, con gli organi genitali, con la pelle, con l'intestino. 

Ma c'è qualcosa che trascende ancora il pensiero, la mente, biologicamente intesa come cervello o in modo più esteso come prosecuzione del/nel corpo. 

Questo qualcosa è stato variamente denominato nel corso dei millenni della storia dell'uomo.  Ad esso, a questo quid, ci si è riferito e ci si riferisce, non sapendo cosa sia, nei più diversi modi.  James Hillman, ne Il codice dell'anima, ha meticolosamente e dettagliatamente elencato questi nomi, che seppure con sfumature diverse, indicano questo quid, che non è, è non sembra essere soltanto mente: carattere;  predisposizione; anima; Sè; destino; istinto; talento.

Si tratta di quel nucleo originario della nostra personalità, della nostra individualità.  

Anche nella consapevolezza e nella accettazione e ricerca di questo quid, il pensiero orientale ha trovato strade di comprensione molto tempo prima, anche se dal pensiero greco platonico in poi, anche la tradizione occidentale ha preso le misure di una componente così essenziale della natura umana. 

Per verificare la potenza di questo quid - e anche la sua reale sussistenza - ci sono diverse strade e diversi cammini personali.   La strada più evidente è quella della sofferenza.   Cioran scrive che è proprio la sofferenza che plasma e crea la coscienza.  

Ma un certo tipo di sofferenza, rende evidente la potenza del quid, cioè dell'anima. 

Sono quelle sofferenze che non appartengono a stati mentali o a patologie o processi meramente cerebrali/neuronali.  Quasi tutti hanno sperimentato quel particolare malessere dell'individuo che non dipende da una malattia biologica - si è perfettamente sani nella mente e nel corpo - ma che sembra insinuarsi direttamente nella nostra radice più profonda dell'essere. 

Si può essere molto felici, esteriormente - avere tutto ciò che apparente-mente serve per essere felici, ogni condizione di bisogno appagata - ed essere al contempo interiormente enormemente infelici. 

Nel recinto di esistenze normali, si dibattono inquietudini interiori, vere crisi, mancanze di senso, infelicità diffuse che dipendono da ciò che il nostro quid silenziosamente o rumorosamente richiede, e che se non ascoltato procura danni enormi. 

La sofferenza dell'anima può infatti generare vere malattie della mente e del corpo. O del corpo e della mente, che appaiono così inestricabilmente legati. 

Ma la sofferenza dell'anima è anche un meraviglioso segnale, di cui disponiamo - se riusciamo a dare ascolto ad esso, e spazio, spazio, spazio - per capire cosa la vita ci chiede e cosa noi possiamo dare alla vita.


Fabrizio Falconi - 2015 


02/09/15

"Lacrime e santi" di E.M.Cioran - Una preziosa perla.



Lacrime e santi (Lacrimi si Sfinti) fu pubblicato per la prima volta a Bucarest nel 1937. Cioran aveva esordito tre anni prima, all'età di ventidue anni, nel 1934 con Pe culmile disperarii (Sulle cime della disperazione).

Dal 1933 al 1935, Cioran aveva vissuto a Berlino, proprio negli anni della ascesa hitleriana (aveva vinto una borsa di studio della fondazione Humboldt), poi dal 1937 si trasferì definitivamente a Parigi e da quel momento in poi pubblicò tutti i suoi libri in francese.  

Apparso nel 1937, l'anno del suo arrivo a Parigi, dunque, Lacrime e santi è ancora del tutto impregnato di quel "filosofare poeticamente" che egli aveva auspicato nella sua prima opera (Sulle cime della disperazione). 

In questo libretto folgorante si trovano già molti dei temi principali del pensiero di Cioran. La frequentazione appassionata dei mistici, l'attraversamento della via delle lacrime come conoscenza non illusoria, la musica come rimpianto del paradiso, il problema della sofferenza, lo scetticismo che non separa dalla vita, ma anzi rende la vita sempre più intensa, il pensatore privato sul letamaio del mondo, lo humour irriverente e paradossale. 

La lettura di queste 92 pagine è corroborante per l'anima, risveglia sentimenti primari e profondi, illumina con il fuoco di lampanti aforismi, riflessioni profondissime sul groviglio della natura umana.