25/04/17

E' morto negli USA Robert M. Pirsig, l'autore geniale de "Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta".



Una perdita dolorosa per il mondo della Letteratura:  E' morto all'eta' di 88 anni lo scrittore e filosofo statunitense Robert M. Pirsig, autore del romanzo filosofico bestseller 'Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta' (1974)

Lo rende noto la sua casa editrice, la William Morrow and Company. 

Pirsig era da tempo malato ed e' deceduto ieri nella sua casa di South Berwick, nel Maine.

fonte ANSA - AP

Per ricordare questo scrittore così particolare, quest'uomo così spirituale, riporto qui il mio articolo pubblicato qualche mese in occasione della ristampa del suo celebre romanzo: 



Ci sono libri che ti ronzano dietro per 30 anni e alla fine scelgono loro quando è il momento.

Così è stato con Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta.  

Sono arrivato in ritardo, perché questo fu il libro di una generazione e 30 anni fa, tutti dovevano averlo letto. 

Leggerlo oggi è perfino blasé. 

Forse in Italia.  Questo libro, infatti si è conquistato stabilmente un posto nella letteratura contemporanea e le sue vicende sono curiose e per molti versi inspiegabili (a cominciare dal misterioso motivo per cui questo libro toccò subito il cuore di una massa enorme di persone, pur essendo un libro difficile, con interi capitoli e pagine di pura speculazione tecnica filosofica). 

A partire dalla sua pubblicazione. Come forse qualcuno sa, è quasi incredibile la storia editoriale del libro: il manoscritto inviato dal suo autore Robert M. Pirsig, fu infatti respinto nel corso di 4 anni da 121 diversi editori. 

Pubblicato dal piccolo editore William Morrow nel 1974 con un anticipo pagato all'autore di 3.000 dollari, stampato in quell'anno, ottenne un successo immediato di proporzioni mondiali, continuamente ristampato, con più di 5.000.000 di copie vendute in tutti i paesi del mondo. 

William Morrow, dopo aver letto il manoscritto, telefonò a Pirsig e gli comunicò che intendeva pubblicare quello strano libro perché "lo aveva costretto a chiedersi perché facesse l'editore. Era molto scettico sull'esito di vendite: "questi sono i primi e gli ultimi soldi che ti procureranno i tuoi libri," disse a Pirsig.  Non andò così.

Come è noto, l'autore Pirsig, compì il viaggio descritto, da Est a Ovest, attraverso gli Stati Uniti nel turbolento 1968. Questa foto ritrae il primo giorno di viaggio insieme al figlio Chris nel North Dakota.




Quest'altra foto del viaggio invece, scattata dallo stesso Pirsig, ritrae Chris e gli amici John e Sylvia, più le due moto, protagoniste del lungo viaggio (in realtà i due amici lasciano l'impresa a metà del libro).  

                                 

Questa invece è la piantina dettagliata del viaggio. 



Ma quello che conta nel libro non è il viaggio (o comunque non solo quello) e nemmeno i riferimenti allo Zen che sono del tutto secondari, o alla manutenzione della motocicletta che è soltanto la metafora di quel cammino interiore che riguarda tutti, prima o poi nella vita. 

Il libro non ha  nemmeno una qualità letteraria particolare. Ci sono romanzi stilisticamente molto più importanti di questo, in quello scorcio di Novecento. 

E' un libro importante per altri motivi

Ci sono libri infatti libri così, di tanto in tanto, che sono come meteore, oggetti strani. Che appaiono nel cielo per motivi imperscrutabili. 

Leggendolo, ho capito perché.

Quel che appassiona è la storia umana del libro. E' struggente scoprire che Chris, il ragazzino del libro, il figlio di Pirsig, che accompagna il padre in questo lungo viaggio  a tratti crudele e folle, e ne è in fondo il vero protagonista, sia stato ammazzato durante una rapina, a San Francisco, in modo assurdo appena 4 anni dopo l'uscita e il successo mondiale del libro.

Lo racconta drammaticamente Pirsig nella postfazione al libro e le cronache di allora ne riferirono abbondantemente. 

Forse è anche per questo che il libro ha avuto questo destino singolare. 

Perché il suo spirito, lo spirito di questo libro, è legato a quello di persone vive che hanno lottato con la follia, con la consapevolezza e con l'insensatezza: il cammino che tutti sfioriamo ogni giorno nella vita, e che da ogni padre si trasmette ad ogni figlio, da ogni generazione ad ogni generazione, il compito della vita: quello di districarsi nelle trappole dell'entusiasmo, attraversare le ombre, riconoscere la Qualità delle cose (che preesiste alle cose, il vero tema del libro) e attraverso questo dare un senso. 

Si tratta anche di un aspro confronto tra due modi (platonico e aristotelico, in definitiva), di interpretare il mondo. Scrive Pirsig:

All'intelligenza classica interessano i principi che determinano la separazione e l'interrelazione dei mucchi (di sabbia), i nessi, le cause gli effetti, i torti le ragioni, le conseguenze, gli errori, le responsabilità le mancanze gli arbitrii i bisogni, l'intelligenza romantica si rivolge alla manciata di sabbia ancora intatta (guarda cioè all'essenza, a quello che le cose sono). Sono entrambi modi validi di considerare il mondo, ma sono inconciliabili. 

In fondo da questa dicotomia dipende anche il risultato che lo Zen induce nel lettore di turno. Chi è dotato di prevalente intelligenza classica, sarà portato a valutare il libro come un tentativo pretestuoso di dare nome all'innominabile; viceversa, chi dispone di intelligenza romantica sarà portato a entrare senza indugio nella disputa filosofica pazzoide di Pirsig con tutte le scarpe e a lasciarsi travolgere dal vissuto del legame di vita drammatico e unico che si ripete in ogni passaggio generazionale. 

Comunque la si pensi e comunque lo si senta, il libro eccolo qua: che gira ancora il mondo (nell'anno di grazia 2014) e porta il suo... disegno ancora lontano, come appunto una cometa. 

Fabrizio Falconi

24/04/17

Liberazione: ricordiamo l'incredibile figura di Irene Sendler.



Nella prossimità dell'anniversario della Liberazione, rendiamo omaggio a una delle figure più grandi (e per molto tempo misconosciute) della resistenza europea al Nazifascismo: Irena Sendler (Varsavia, 15 febbraio 1910 – Varsavia, 12 maggio 2008).

Irene  è stata una infermiera e assistente sociale polacca, che collaborò con la Resistenza nella Polonia occupata durante la Seconda guerra mondiale. 

Durante la seconda guerra mondiale, Irena, ha ottenuto il permesso di lavorare nel ghetto di Varsavia, come Idraulica specialista

Era al corrente dei piani che i nazisti avevano per gli ebrei (essendo tedesca). 

Irena portò in salvo migliaia di neonati nascondendoli nel fondo della sua cassetta degli attrezzi che portava nel retro del suo camion. I bambini più grandi li nascondeva in un sacco di iuta.



21/04/17

Stasera straordinario concerto per celebrare Kentridge e il suo fregio "Triumphs and Laments".


un anno dall’inaugurazione del grande fregio “Triumphs and Laments” a Piazza Tevere, alla presenza dell’artista, proprio ai piedi di questa opera straordinaria, Roma Capitale, il Teatro dell’Opera di Roma e Tevereterno Onlus – l’associazione che ha promosso il fregio e il concerto - dedicheranno un “Tributo a William Kentridge” con un concerto del Coro del Teatro dell’Opera di Roma. Vi prenderanno parte, oltre agli ottantacinque artisti del Coro, due pianoforti e cinque percussioni, diretti dal maestro Roberto Gabbiani, con la partecipazione del soprano Roberta Mantegna e del baritono Timofei Baranov componenti del progetto “Fabbrica Young Artist Program” del Teatro dell’Opera di Roma.

Il godimento dell’arte è un diritto di tutti. Per questo Roma Capitale, grazie all’intervento della Sovraintendenza Capitolina ai Beni Culturali, ha potuto restituire alla cittadinanza e ai turisti la bellezza dell’opera rimuovendo le scritte vandaliche che ne avevano deturpato il fregio.

Anche grazie al sostegno di Acea S.p.A. alla cittadinanza romana verrà offerto un evento musicale con questo programma:
  • Cantata per Soprano e coro, dal secondo atto della Tosca di Giacomo Puccini;
  • Te Deum per Baritono e coro dal primo atto della Tosca di Giacomo Puccini
  • Carmina Burana di Carl Orff nella versione per solisti, coro, due pianoforti e percussioni.
La performance durerà circa 80 minuti e fa parte delle celebrazioni per il Natale di Roma.

Questa iniziativa si inserisce nell’ambito del progetto di riqualificazione del Tevere attraverso eventi artistici di rilevanza internazionale promosso da Tevereterno Onlus (con il sostegno determinante dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Roma), all’interno della rassegna “Racconti di Trionfi e Lamenti” che vedrà a Piazza Tevere anche i racconti di Claudio Strinati (il 25 aprile alle 18:00) e di Fulco Pratesi (il 7 maggio alle 18:00).

Solo alcune settimane fa la Giunta Capitolina ha approvato l’istituzione dell’Ufficio Speciale Tevere con l’obiettivo di valorizzare sotto il profilo storico-ambientale il fiume Tevere nel suo tratto urbano attraverso attività di manutenzione, sviluppo e tutela delle acque e delle aree spondali.
  
Il fregio di William Kentridge racconta mirabilmente la storia di Roma selezionando dall’immenso serbatoio che essa contiene una serie di episodi significativi, tenuti assieme dal filo conduttore di “trionfi e lamenti”, che la connotano rispetto ad alcuni temi sensibili cari all’autore. Tra questi il tema delle grandi migrazioni del Mediterraneo presenti sin dall’antichità, le esondazioni fluviali, il racconto italiano di Fellini e la città di Roma, le periferie e Pasolini, il cinema con il suo cinematismo e i suoi simboli italiani, ecc. Noti intellettuali di discipline diverse racconteranno momenti e temi della storia di Roma traendo spunto dalle figure del fregio, dall’antichità all’attualità dei giorni nostri, fino cioè alla Grande Guerra, all’uccisione di Aldo Moro o di Pasolini, agli sbarchi di profughi a Lampedusa.


21 Aprile - Roma compie 2770 anni ! Tutte le iniziative oggi in città.




La citta' festeggia il Natale di Roma numero 2270 tra letture, concerti, mostre e rievocazioni storiche con un calendario di 44 appuntamenti con visite guidate e laboratori nei musei e sul territorio. 

Lo comunica il Campidoglio. "Quattro giorni di iniziative che coinvolgeranno la Capitale dal 20 al 23 aprile e che prevedono un regalo speciale per la giornata del 21 aprile: l'accesso gratuito per tutti, residenti e non, ai musei civici della citta' e alle aree archeologiche di pertinenza di Roma Capitale ad esclusione del Planetario, dello spazio espositivo dell'Ara Pacis e del nuovo spazio espositivo del Museo di Roma". 

 "Un ricco programma di eventi che iniziato ieri  giovedi' 20 aprile con la maratona di lettura dei sonetti di Belli, dalle 16 alle 19 nella Sala della Protomoteca a cura della Sovrintendenza Capitolina con l'Archivio Storico Capitolino e il Centro Studi Giuseppe Gioachino Belli. 

Il cuore delle celebrazioni è oggi, venerdi' 21 aprile. 

La giornata si apre alle 9 in Campidoglio, nella Sala della Protomoteca, con il seminario internazionale di studi storici 'Da Roma alla terza Roma' sul tema 'Le citta' dell'Impero da Roma a Costantinopoli a Mosca. Fondazione e organizzazione, capitale e province'. 

 Alle 12 in Piazza del Campidoglio ci sara' il concerto della Banda Musicale del Corpo della Polizia Locale di Roma Capitale in divisa storica che fara' da contrappunto a una serie di concerti delle bande dei corpi militari che avranno luogo in diversi municipi della citta'.

"Un Natale di Roma speciale tra le oltre mille varietà di rose botaniche, antiche e moderne provenienti da tutto il mondo. Da oggi 21 aprile, riapre al pubblico il Roseto comunale, lo splendido spazio ai piedi dell'Aventino. L'ingresso è libero e le visite guidate al seguito dei tecnici del Roseto sono gratuite", annuncia Pinuccia Montanari, assessora alla Sostenibilità Ambientale di Roma Capitale.

Fino al 18 giugno, tutti i giorni dalle 8.30 alle 19:30 comprese le domeniche e i festivi, si potrà ammirare una delle più prestigiose collezioni botaniche di rose, che permette di ripercorrere la storia e l'evoluzione della rosa dall'antichità ai giorni nostri.


20/04/17

La fine di ogni prospettiva ultramondana - La vita come "gara" individuale.




Qualcosa è successo, nel breve volgere di decenni, alla vita.

Eliminata, tolta di mezzo ogni prospettiva ultramondana (Dio è morto) - anche se dal punto di vista delle pure acquisizioni scientifiche nulla conforta per ora questa ipotesi, ma gli uomini hanno deciso o sentono comunque, che è la stessa cosa, così - gli esseri umani sono rimasti soli con la loro terrestritudine

Se la vita è un orizzonte finito, circoscritto dalla pura morte biologica, l'unico possibile senso dell'esistenza è allora il godimento, cioè l'appagamento dei desideri, quelli del corpo e quelli psichici, che non sempre coincidono, fin tanto che si è in vita. 

Perché se è vero che la vita occupa una porzione di tempo finito - e forse a maggior ragione - è sperabile riempire questo tempo di sensazioni ed esperienze positive, confortanti, soddisfacenti piuttosto che spenderla in fatiche o sacrifici, i quali per definizione estendono il loro significato, il loro senso, in una prospettiva futura

Ecco allora che la vita contemporanea sembra esser diventata una gara individuale - giacché l'ottica dei consumi ci vuole sostanzialmente individuali e individualisti - ad accumulare godimenti personali, i quali oggi possono essere assicurati dal progresso tecnologico, dalla libertà dei costumi, dal principio di autodeterminazione, solennemente sancito da ogni carta dei diritti evoluta. 

Il contrappasso di questo possibile eden, è però sotto gli occhi di tutti: la gara a cui ciascuno di noi è chiamato, non è una gara aperta a tutti. I meccanismi economici, le sperequazioni tra parti di mondo ricche e parti di mondo povere (spesso convivono queste porzioni braccio a braccio, porta a porta, in microrealtà urbane e non urbane), non rendono la gara uguale per tutti

Anzi, mano a mano che il progresso si espande e che le promesse degli slogan blandiscono i sogni di tutti, le condizioni diventano sempre più diseguali

Per godere dei beni terreni, per appagare i desideri, occorrono condizioni che non tutti hanno e che non tutti hanno nello stesso modo.  

La maggior parte delle persone, nel mondo della terrestritudine, sostanzialmente guarda gli altri, guarda qualcun altro godere.  Cercando di accontentarsi di ciò che può riservargli la sua scala di valori. 

Ma il confronto, in un mondo dove tutto è (sempre) in mostra, è sempre meno sopportabile.

Per questo la cifra contemporanea più eloquente sembra essere quella della frustrazione.

La frustrazione infatti è un desiderio non esaudito. Che non può essere esaudito perché mancano le condizioni oggettive e soggettive per farlo. 

Il mondo della terrestritudine appare sempre di più come un popolo di frustrati (chiamati ad esibire piccoli godimenti che non possono stare al passo con la concorrenza alta e con l'asticella continuamente alzata dalle necessità dei consumi). 

Nel gioco delle perle di vetro del soddisfacimento individuale è sempre più ardua la scelta dell'unica via di fuga che garantirebbe orizzonti diversi: l'autocentratura, il rifiuto della gara, l'estraneamento, la ricerca di nuovi e più profondi e ancestrali godimenti, che sono quelli della vita vera, del contatto con la natura (biofilia), del riconoscimento delle sofferenze autentiche (e non delle nevrosi), della priorità dei rapporti, dell'ascolto di se stessi (in funzione anche di multi-dimensionalità, oggi del tutto aborrite). 

Fabrizio Falconi

19/04/17

Torna a casa, in Italia, la meravigliosa Testa di Druso Minore .


Il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e il Cleveland Museum of Art hanno raggiunto un accordo per restituire all'Italia una statua in marmo dell'inizio del 1° secolo a.C. raffigurante la testa di Druso Minore (13 a.C. - 23 d. C.). 

"Questa restituzione - ha dichiarato il Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini - è il frutto di un importante e proficuo accordo culturale e della piena collaborazione dei vertici del Museo con le autorità italiane. Ora attendiamo il ritorno dell'opera, che una volta in Italia verrà restituita al più presto a Napoli e alla sua comunità, da dove fu sottratta". 

"Abbiamo instaurato da molti anni un eccellente rapporto con il Ministero - ha dichiarato il direttore del Cleveland Museum, William Griswold - e non appena siamo venuti a conoscenza che le circostanze relative alla provenienza della scultura erano incoerenti con quanto ci risultava relativamente alla provenienza, la decisione di prendere contatto direttamente con il Ministero è stata facile, alla luce dell'esperienza di collaborazione con i colleghi italiani maturata in questi anni. Abbiamo collaborato proficuamente con il Ministero in primo luogo per chiarire le circostanze relative alla rimozione della statua e, in secondo luogo, per definire la decisione di restituire l'opera".

La scultura, precedentemente venduta in un'asta pubblica a Parigi nel 2004, era stata acquisita dal Museo nel 2012 dopo una ampia ricerca per confermare la sua provenienza. 

Quando il Museo aveva acquisito l'opera, si riteneva che la scultura provenisse originariamente dal Nord Africa. 

Nel momento in cui, in tempi più recenti, il Museo è venuto a conoscenza del fatto che la scultura poteva essere stata asportata illecitamente da un sito nei pressi di Napoli verso la fine della Seconda guerra mondiale, il Museo aveva prontamente contattato il Ministero. 

Druso Giulio Cesare (7 ottobre 14 a.C. – Roma, 14 settembre 23), nato come Nerone Claudio Druso ma meglio conosciuto come Druso minore (Drusus minor, per distinguerlo dallo zio Druso maggiore) o Druso II (per distinguerlo sia dallo zio sia dal nipote Druso Cesare), è stato un politico e generale romano, appartenente alla dinastia giulio-claudia. Figlio dell'imperatore Tiberio, fu sorpassato come erede alla porpora imperiale dal fratello adottivo Germanico, con il quale si instaurò un rapporto di conflitto ma anche di collaborazione. Dopo aver sedato una rivolta militare in Pannonia nel 14, venne eletto console per l'anno successivo.

Visse per un periodo nella capitale e prese poi l'incarico di governatore nell'Illirico, quando nel 19 Germanico morì, lasciando Druso come unico erede del Principato. Il giovane venne eletto console una seconda volta nel 21 e ricevette la tribunicia potestas nel 22, ma cadde nelle mire del potente e ambizioso prefetto del pretorio Seiano, per mano del quale morì.

fonte Lapresse

18/04/17

E' morto Mr. Tambourine Man, Bruce Langhorne, lo straordinario outsider (senza dita) che ispirò Bob Dylan.


Arrivo' in studio con un tamburello turco "grande come la ruota di una macchina" e decorato di campanellini e nacque una canzone immortale

Oggi il mondo della musica dice addio a Bruce Langhorne, il chitarrista che ispiro' "Mr. Tambourine Man" di Bob Dylan. 

"In the jingle jangle morning I'll come following you," canto' il il piu' recente tra i premi Nobel per la Letteratura nel celebre brano dalle mille interpretazioni. 

Langhorne e' morto nel giorno di Venerdi' Santo a Venice, in California. Aveva 78 anni

E' stato lo stesso Dylan a dare a Langhorne il credito di essere stato la sua musa per il brano dal tono surreale ispirato, tra l'altro alle immagini cinematografiche di "La Strada" di Federico Fellini

Piu' in generale, il chitarrista e' stato l'anima di "Bringing It All Back Home", l'importantissimo album del 1965 in cui i suoi accordi elettrici hanno tessuto la trama di canzoni come "Maggie's Farm", "Love Minus Zero/No Limit" e "She Belongs To Me". 

Impegno musicale e impegno politico: nell'agosto 1963 Bruce sali' sul palco allestito sul National Mall di Washington per un duetto con la folk singer Odetta subito prima del celebre discorso di Martin Luther King "I have a dream", ho un sogno, l'eguaglianza tra neri e bianchi. 

Langhorne era nato in Florida in una famiglia della classe media nera.

I genitori avevano divorziato quando lui era piccolissimo e la madre lo aveva cresciuto a East Harlem iscrivendolo alle migliori scuole private da cui il ragazzo venne espulso perche' accusato di appartenere a una gang. 

Figlio di afro-americani dalla pelle chiara, da piccolo Bruce non era mai stato a suo agio dentro nessuna etnia, accusato spesso di essere troppo bianco, o troppo nero, o troppo portoricano. 

Aveva cominciato a suonare la chitarra a 17 anni, dopo aver lasciato il violino per la perdita di tre dita della mano destra. 


 Negli anni '60 aveva fatto i primi passi nei club folk di Greenwich Village dove sei era fatto notare con una Martin acustica collegata a un amplificatore Fender Twin. 

Oltre che con Dylan, nella sua lunga carriera musicale Langhorne aveva collaborato con altri cantanti (lo si sente ad esempio di sfondo a "Farewell Angelina" di Joan Baez) e nel cinema: con le colonne sonore di Hired Hand" di Peter Fonda, "Fighting Mad" di Jonathan Demme e "Pat Garrett & Billy The Kid" di Sam Peckinpah con Bob Dylan nel cast. 

Ma e' stato Dylan l'artista a cui lui si sentiva piu' legato: "Comunicavamo telepaticamente", disse in una intervista del 2007, quando aveva abbandonato la chitarra dopo aver sofferto un ictus. 

Langhorne era tornato allora alle percussioni ed e' del 2011 il suo primo ed unico album di musica caraibica che si intitola, vedi caso, "Tambourine Man".

fonte ANSA

17/04/17

600.000 visite per il Blog di Fabrizio Falconi.






Continua questa bella avventura insieme.  

Vorrei ringraziarvi per aver tagliato il simbolico e significativo traguardo dei 600.000 visitatori per il nostro Blog. 

Questo spazio è diventato, oltre a una vetrina di aggiornamento di attività personali - i libri certo, ma anche le passeggiate romane, le curiosità romane -  una finestra sul mondo della cultura, con notizie di attualità e aggiornamenti di interesse comune.

Grazie per le vostre letture.

16/04/17

"Amore" di George Herbert, la poesia che folgorò Simone Weil durante la Settimana Santa.





Quattro anni dopo quella esperienza, vissuta in ritiro, Simone Weil la raccontò nei suoi celebri diari.

Nel 1938 ho passato dieci giorni nell’abbazia di Sollerno, dalla domenica delle Palme al martedì di Pasqua, seguendo tutte le funzioni. Un giovane inglese cattolico mi fece conoscere quel poeta inglese del 600 che venivano detti metafisici, più tardi nel leggerli vi ho scoperto una poesia intitolata “Amore”, l’ho imparata a memoria e spesso, nei momenti culminanti delle violenti crisi di emicrania, mi sono esercitata a recitarla, ponendovi la massima attenzione e aderendo con tutta l’anima alla tenerezza che essa racchiude. Credevo di recitarla soltanto come una bella poesia, mentre a mia insaputa quella recitazione, aveva la virtù di una preghiera, fu proprio mentre la stavo recitando che Cristo è disceso e mi ha presa”.

Era stato un giovane incontrato in quell'abbazia, il monastero benedettino di Solesmes (Francia), durante la settimana santa a farle scoprire quel testo, scritto da George Herbert, un poeta inglese del Seicento.

Simone Weil era arrivata A Solesmes particolarmente sofferente. In particolare, tormentata dalle devastanti emicranie che la colpiscono da tempo.

Imparata quella poesia a  memoria, Simone comincia dunque a recitarla quando le emicranie appaiono insopportabili.

L’Amore mi accolse; ma l’anima mia indietreggiò,
colpevole di polvere e peccato.
Ma chiaroveggente l’Amore, vedendomi esitare 
fin dal mio primo passo, 
mi si accostò, con dolcezza 
domandandomi se qualcosa mi mancava.. 
«Un invitato» risposi «degno di essere qui». 
L’Amore disse: «Tu sarai quello». 
Io, il malvagio, l’ingrato? Ah! mio diletto, 
non posso guardarti. 
L’Amore mi prese per mano, sorridendo rispose: 
«Chi fece quest’occhi, se non io?» 
«È vero, Signore, ma li ho insozzati; 
che vada la mia vergogna dove merita». 
«E non sai tu» disse l’Amore «chi ne prese il biasimo su di sé?» 
«Mio diletto, allora servirò». 
«Bisogna tu sieda», disse l’Amore «che tu gusti il mio cibo». C
Così mi sedetti e mangiai.

Un’esperienza unica, dunque, per Simone Weil. La quale, nella lettera inviata al poeta Joë Bousquet il 12 maggio 1942 così la commenta: Durante quel periodo la parola Dio non aveva nessun posto nei miei pensieri. L’ha avuto soltanto dal giorno in cui, circa tre anni e mezzo fa, non ho più potuto rifiutarglielo. In un momento d’intenso dolore fisico in cui mi sforzavo di amare, ma senza vantare il diritto di dare un nome a questo amore, ho sentito (senza esservi preparata per niente, dato che non avevo mai letto i mistici) una presenza più personale, più certa, più reale di quella di un essere umano, analoga all’amore che traspariva dal più tenero sorriso di un essere amato. Da quel momento il nome di Dio e di Cristo si sono intessuti sempre più irresistibilmente ai miei pensieri.

15/04/17

Musei civici aperti a Roma a Pasqua: Ecco tutte le mostre.




Sarà una Pasqua d'arte quella di Roma, dove, oltre alle aperture straordinarie, e in alcuni casi serali, di molti musei, sono previste visite didattiche e iniziative di vario genere.

Ecco un elenco delle principali mostre in corso: 

Porte aperte ai Musei Capitolini per vedere il manoscritto che raccoglie la summa delle intuizioni elaborate da Leonardo sul volo, per la prima volta a Roma nella mostra Leonardo e il Volo. Il manoscritto originale del Codice e un'esperienza multimediale e 3D e, al piano terra di Palazzo dei Conservatori, L'Annunciazione del grande artista cretese El Greco. E anche ai Mercati di Traiano con I Fori dopo i Fori. La vita quotidiana nell'area dei Fori Imperiali dopo l'antichità, che illustra le vicende dell'area archeologica dei Fori Imperiali attraverso i rinvenimenti degli scavi degli ultimi 25 anni.

La splendida mostra Artemisia Gentileschi e il suo tempo al Museo di Roma in Palazzo Braschi, si svolge in un percorso che svela gli aspetti più autentici dell'artista, attraversando un arco temporale che va dal 1610 al 1652. 
Nelle sale del piano terra del Museo I pittori del '900 e le carte da gioco. La collezione di Paola Masino, un'originale collezione di carte di Paola Masino, donate da Alvise Memmo al Museo di Roma ed esposte per la prima volta al pubblico. In mostra alla Galleria d'Arte Moderna di via Francesco Crispi Stanze d'artista. Capolavori del '900 italiano. Sironi, Martini, Ferrazzi, De Chirico, Savinio, Carrà, Soffici, Rosai, Campigli, Marini, Pirandello e Scipione, circa sessanta opere di scultura, pittura, grafica in cui l'arte della prima metà del Novecento è raccontata da dodici dei suoi maggiori esponenti.

Da non perdere al Museo dell'Ara Pacis Spartaco. Schiavi e padroni a Roma per comprendere la realtà della schiavitù nella vita quotidiana e nell'economia della Roma imperiale.

Al Museo Pietro Canonica di Villa Borghese Nick Devereux, la prima personale dell'artista presso una pubblica istituzione a Roma, che prosegue il ciclo espositivo dal titolo Fortezzuola. 
Nella stessa villa al Museo Carlo Bilotti InMateriale. Lucilla Catania e, presso lo spazio esterno del Museo, la luce, Noor in persiano, è elemento base dell'opera di Bizhan Bassiri.

Diversificata la scelta per il MACRO di via Nizza con Anish Kapoor; Nanni Balestrini - La Tempesta Perfetta; Arte e Politica. Percorsi nell'arte contemporanea attraverso la collezione MACRO; Gea Casolaro. Con lo sguardo dell'altro. 

Al MACRO Testaccio Alfredo Pirri. I pesci non portano fucili; Pietro Fortuna S.I.L.O.S. 
Alla Pelanda Marco Paoli Etiopia; Alessandro Verdi. Sulla pelle della pittura; #POETRY Adonis e Marco Nereo Rotelli con la partecipazione del poeta Yang Lian.

Alla Casina delle Civette di Villa Torlonia, Tre Civette Sul Comò, una mostra dedicata alle "civette" attraverso un percorso di 67 opere, al Casino dei Principi Magia della luce. Specchio e simbolo nell'opera di Lorenzo Ostuni.

Decisamente animato il panorama del Museo di Roma in Trastevere con le immagini potenti, di una folgorante bellezza, che rivelano una grande fotografa: Vivian Maier. Una fotografa ritrovata, 120 scatti in bianco e nero realizzati tra gli anni Cinquanta e Sessanta insieme a una selezione di immagini a colori scattate negli anni Settanta, oltre ad alcuni filmati in super 8. 

Al primo piano, per conoscere la Cina di ieri e capire la Cina di oggi attraverso l'iconografia, l'arte e la propaganda maoista, CHINA: rivoluzione - evoluzione. Manifesti della Propaganda (1949 - 1983) in un percorso d'immagini originali d'epoca.

Al Museo Napoleonico Minute visioni. Micromosaici romani del XVIII e del XIX secolo dalla collezione Ars Antiqua Savelli, una delle più importanti in ambito internazionale dedicate a questo peculiare genere artistico, frutto di oltre quarant'anni di acquisizioni e ricerche.

Alla Centrale Montemartini l'esposizione permanente si è arricchita di nuovi straordinari capolavori da tempo conservati nei depositi. Da ammirare il treno di Pio IX, il prezioso ritratto in basanite dell'imperatrice Agrippina Minore in prestito dalla Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen.

Al Museo di Scultura Antica Giovanni Barracco All'ombra delle piramidi. La mastaba del dignitario Nefer, il preziosissimo rilievo funerario del dignitario Nefer, databile al regno del faraone Cheope: una ricostruzione 1:1 della struttura della cappella funeraria e una ricchissima documentazione grafica, fotografica e multimediale per descriverne lo spazio interno.

Al Museo delle Mura Alphabetica - Abecedario grafico contemporaneo, una rassegna di opere grafiche di artisti nazionali e internazionali.

14/04/17

Hannah Arendt, Etty Hillesum, le Donne protagoniste della Via Crucis stasera al Colosseo.




Venerdì santo il Papa, come ogni anno, dopo aver assistito a San Pietro alla celebrazione della Passione del Signore, presiede a partire dalle 21.15 la Via crucis al Colosseo. 

Francesco ha voluto affidare le meditazioni alla biblista francese Anne-Marie Pelletier, laica, che nel testo, pubblicato dalla Libreria editrice vaticana (Lev), ha incentrato la sua riflessione sulle donne di tutti i tempi, il loro pianto "in un mondo in cui c`è molto da piangere", figure come Hanna Arendt e la "banalità del male", Etty Hillesum che "difese fino all'ultimo la bontà della vita" nell'inferno "che sommerge il mondo" con il nazismo. 

Un testo nel quale, tra l'altro, si fa autocritica per l'antisemitismo di matrice cristiana: "Davanti a Gesù consegnato e condannato, noi non sappiamo fare altro che discolparci e accusare gli altri. Per tanto tempo noi cristiani abbiamo addossato al tuo popolo Israele il peso della tua condanna a morte. Per tanto tempo abbiamo ignorato che dovevamo riconoscerci tutti complici nel peccato, per essere tutti salvati dal sangue di Gesù crocifisso. Donaci di riconoscere nel tuo Figlio l`Innocente, l`unico di tutta la storia".

fonte Askanews

11/04/17

Apre Venerdì la Mostra di Pasqua: "Da Caravaggio a Bernini", alle Scuderie del Quirinale.




Attraverso una straordinaria selezione di dipinti e sculture, la mostra Da Caravaggio a Bernini. Capolavori del Seicento italiano nelle Collezioni Reali di Spagna riflette gli strettissimi legami politici e le strategie culturali stabilite tra la corte spagnola e gli stati italiani nel corso del XVII secolo.

Ad arricchire le raccolte d’arte della dinastia asburgica contribuirono i frequenti doni diplomatici da parte dei governanti italiani, determinati a guadagnarsi il favore dei sovrani di Spagna che con i loro possedimenti – il Viceregno di Napoli e lo Stato di Milano – condizionarono dalla metà del Cinquecento l’evoluzione della complessa situazione politica italiana.

È questo il caso di due tra i dipinti più spettacolari in mostra, Lot e le figlie di Guercino e La conversione di Saulo di Guido Reni, donati a Filippo IV dal principe Ludovisi allo scopo di garantire la protezione spagnola sul minuscolo Stato di Piombino.

Moltissime altre opere d’arte, tra le quali il magnifico Crocifisso del Bernini proveniente dal Monastero di San Lorenzo del Escorial, opera raramente accessibile al grande pubblico, vennero commissionate o acquistate da mandatari del re; altre ancora vennero ordinate o comprate, come nel caso della Salomè di Caravaggio, dai rappresentanti della monarchia spagnola in Italia (ambasciatori e viceré) inviati presso la corte pontificia o a Napoli, alla morte dei quali le opere andarono ad accrescere le collezioni reali.

L’interesse per la cultura italiana da parte dei sovrani spagnoli si riflette inoltre negli inviti a lavorare a corte rivolti a maestri quali il napoletano Luca Giordano, attivo in Spagna per un decennio.

Ed è testimoniato infine dai viaggi in Italia di alcuni artisti spagnoli, come José de Ribera, che giunse a Roma nel 1606 e trascorse la maggior parte della sua vita a Napoli.

Di questo artista la mostra espone cinque capolavori tra cui il celebre Giacobbe e il gregge di Labano. 

Il primo soggiorno di Velázquez in Italia, tra il 1629 e il 1630, si rivelò fondamentale per la sua pittura, come dimostra l’eccezionale Tunica di Giuseppe, tra i maggiori raggiungimenti della sua intera opera, mentre il suo trionfo come ritrattista presso la corte pontificia avvenne in occasione del suo secondo viaggio italiano tra il 1649-1650.

 Nel 1819, per volere del re Ferdinando VII, venne creato il Museo Real – in seguito Museo del Prado – in cui furono raccolte opere provenienti per la maggior parte dalle Collezioni Reali. Quelle che non vennero trasferite nel museo rimasero presso le residenze a disposizione dei monarchi, i cosiddetti Reales Sitios.

Nel 1865 la regina Isabella II rinunciò alla proprietà personale dei beni ereditati dai propri antenati e ne cedette la gestione allo Stato, ponendo le basi di quello che oggi è Patrimonio Nacional.

E’ da questo straordinario fondo collezionistico, a tutt’oggi sottoposto alla tutela di Patrimonio Nacional, che i capolavori oggi presentati a Roma sono stati selezionati sulla base del loro eccezionale valore artistico e storico.


Da Caravaggio a Bernini.
Capolavori del Seicento italiano nelle collezioni reali di Spagna 
Scuderie del Quirinale
 14 aprile – 30 luglio 2017 
 a cura di Gonzalo Redín Michaus 
Immagine: Michelangelo Merisi da Caravaggio, Salomé con la testa del Battista, 1607Madrid, Patrimonio Nacional. Palazzo Reale di Madrid

10/04/17

Il Libro del Giorno: "La bellezza che resta" di Fabrizio Coscia.





Leggendo La bellezza che resta, lo splendido libro di Fabrizio Coscia pubblicato per Melville Edizioni, mi è tornato alla mente il noto Sofisma del Velato, concepito da Eubulide di Megara nel IV secolo avanti Cristo, e commentato diffusamente da C.G.Jung in Aion, del 1951. 

Il Sofisma dice: 
"Sai riconoscere tuo padre?" 
"Sì."
"Sai riconoscere quest'uomo velato?"
"No." 
"Quest'uomo velato è tuo padre. Quindi sai e non sai riconoscere tuo padre." 

Il viaggio alla ricerca della bellezza che resta, intrapreso da Fabrizio Coscia, infatti comincia e si sviluppa intorno al letto di morte del padre.  Quel padre di Fabrizio generoso e virile, diretto e concreto, ma anche ombroso e sfuggente che nella copertina del libro, in una vecchia foto, si vede stringere amabilmente un bambino, suo nipote, cugino dell'autore. 

E' proprio intorno al letto di morte del padre che avviene quella trasfigurazione - cruciale in ogni esistenza di figlio - che porta a domandarsi cosa sappiamo di lui, di colui che ci ha messo il mondo, cosa è di lui in noi, cosa è di differente invece di noi rispetto a lui, perché volenti o nolenti l'identità di un figlio si forma sempre come una imperfetta carta carbone sulle differenze e sulle similarità di chi ci ha preceduto, mettendoci al mondo. 

Cosa resta della bellezza del padre, si potrebbe dire . Cosa resta di questa esistenza vissuta come si conviene (per usare le parole di Simone Weil) ? Cosa sparisce per sempre e cosa resta ad albeggiare (la parola che continua a pronunciare il padre durante i suoi ultimi giorni) ? 

Per scoprirlo, Coscia si è messo sulle tracce della morte di grandi spiriti che hanno attraversato il mondo, in primis quello di Lev Tolstoj, di cui viene ricostruita minuziosamente la celebre fuga pre-morte, fino alla stazioncina di Astapovo, ultima tappa del suo viaggio mortale; oltre a quello di Simone Weil, di Anton Cechov, di Richard Strauss, di Frieda Kahlo, di Auguste Renoir, ma anche di Glenn Gould e di Sigmund Freud. 

Di Tolstoj, in particolare viene affrontata la redazione e la scrittura - incompiuta - di un capolavoro poco noto, Chadzi-Murat, scritto tra il 1895 e il 1904 e pubblicato postumo nel 1912. 

In questo racconto lungo, Tolstoj torna ai suoi ricordi di quando era un giovane ufficiale, tra il 1851 e il 1852, nel Caucaso. In particolare alla figura di Chadzi-Murat, un guerrigliero àvaro il quale combatte strenuamente contro l'annessione della Cecenia alla Russia. 

A questo personaggio Coscia ritorna anche a causa delle terribili vicende del massacro della scuola di Beslan, del 1 settembre 2004, che riportarono alla stretta attualità le interminabili rivendicazioni del popolo ceceno contro l'imperialismo prima russo, poi sovietico e poi ancora russo. 

Perché Tolstoj negli ultimi anni scelse di dedicare tempo e attenzione e anima a un personaggio così, un assassino, un combattente, così lontano dai temi pacifisti, dal cristianesimo radicale e non violento che Tolstoj abbracciò alla fine della sua esistenza, trasformando la sua tenuta Iasnaja Poljana in una sorta di nuovo inizio di umanità, così lontano insomma dai temi di Resurrezione e degli ultimi formidabili racconti ? 

Tolstoj, suggerisce Coscia, forse rivedeva in Chadzi-Murat l'incarnazione di uno spirito ribelle, che non si rassegna e che vuole consegnarsi alla morte non domito, ma ancora in piedi, e anzi fuggitivo.  Che vuole per questo fuggire, fino all'ultimo, non essere incastrato in nessuna comoda cornice, in nessuna divisa d'ordinanza, in nessuna categoria.  

La bellezza che resta in Tolstoj è quella dei suoi libri, dell'arte, certo, ma anche della sua esperienza completamente e fino in fondo umana. 

In quella fuga disperata, con la morte che lo segue dappresso, Tolstoj porta con sé una parte considerevole dell'irriducibile Chadzi-Murat che vuole morire a modo suo, Via-di-qua. 

Quasi come a sparigliare nuovamente le carte, a voler confondere chi pensa o si illude già di aver riconosciuto la parola fine. 

Il Tolstoj che fugge è già un altro uomo, forse il prodromo dell'uomo che è già sulla soglia, e la sta attraversando, diventando quello che per noi è puro spirito, e poi chissà.

Per questo, nelle ultimissime pagine, dopo la scomparsa del padre, Coscia racconta di continuare a sognarlo, senza riuscire a trovarlo, come accade al professor Isak nel finale de Il Posto delle fragole di Ingmar Bergman. In quel caso sarà poi l'amata cugina Sara a condurlo, sulla riva per indicarglielo: era lì, di fronte a lui. 

"Dov'è andato ? Dov'è lui ?" si chiede Coscia riferendosi al suo, di padre.  Dov'è finito, dopo la morte? Cosa è diventato ? 

La morte ci costringe a rivedere ogni identità di colui che amiamo. Come il figlio del Velato, noi riconosciamo e non riconosciamo nostro padre. Perché lui è (già diventato) altro. 

A noi mortali, a noi sopravviventi, la scoperta gioiosa di quello (non poco) che resta.

Fabrizio Falconi

09/04/17

Poesia della Domenica - "Eleonora" di Hermann Hesse.




Eleonora

Le sere d’autunno mi ricordano te.
Giacciono oscuri i boschi, il giorno muore
a piè dei colli in rosse gloriole.
In un villaggio vicino piange un bimbo.
A passi lenti se ne va pel bosco
a radunar le ultime foglie il vento.

Poi sale, da tempo abituata al cupo sguardo,
solitaria la falce della luna
alta nel cielo con la mezza luce
emergendo da terre sconosciute.
Percorre indifferente il suo sentiero
cingendo bosco, stagno, canne e viottolo
di smorti, malinconici bagliori.

Anche d’inverno quando le notti sono oscure
e vorticano ai vetri come in giuoco
vento e fiocchi di neve ho spesso l’impressione di vederti.
Risuona il piano, con sorriso insinuante
mi parla al cuore il tuo profondo, cupo
contralto, tu la più cruda delle donne care.

Talvolta la mia mano va alla lampada
e sulla vastità della parete si posa dolcemente la sua luce.
Cupa dalla vecchia cornice occhieggia la tua immagine
e mi ravvisa e sorride stranamente.
Ma io le mani ti bacio ed i capelli
e ripeto il tuo nome sussurrando.


Hermann Hesse (Traduzione di Mario Specchio)
da “Poesie”
Guanda 
Parma 1978

07/04/17

Ecco perché alcuni non riescono a "tradire" i libri cartacei: quando invecchiano hanno un "aroma", come i vini.



Chi non riesce a passare ai libri digitali gia' lo sa: la pagina di carta ha un 'aroma' tutto suo.

La conferma arriva dai ricercatori della University College diLondra, guidati da Cecilia Bembibre, che sono riusciti a ricreare, come per i vini di pregio, una 'ruota degli aromi' per i libri storici, basandosi sulle percezioni descritte dai visitatori delle biblioteche

Legno, fumo, vaniglia e terra sono gli odori piu' riconosciuti nei libri, che diventano un indicatore dello stato di salute dei volumi d'epoca, come spiega lo studio pubblicato sulla rivista Heritage Science. 

Il 100% dei visitatori della biblioteca St Paul's Cathedral's Dean and Chapter di Londra ha indicato l'aroma 'legnoso', seguito da quello 'fumoso' (86%), 'terroso' (71%) e di vaniglia (41%). 

Circa il 70% delle persone ha descritto l'odore come piacevole, il 14% moderatamente piacevole, e il 14% come neutro. In un altro esperimento hanno fatto andare i visitatori alla Galleria d'Arte di Birmingham, facendogli sentire l'odore di un libro storico del 1928, raccogliendone i giudizi. 

I termini piu' usati per descrivere l'odore sono stati cioccolato, caffe', vecchio, legno e bruciato. Alcuni hanno anche citato il pesce, l'odore corporeo, calzini putridi e naftalina. 

Per cercare di capire se alcuni odori possono essere considerati un'eredita' culturale e se si', come identificarli e conservarli, i ricercatori hanno condotto sui libri un'analisi chimica dei composti organici volatili, che evaporano con basse temperature, molti dei quali percepiti come profumi o odori. 

 Combinando i risultati dall'analisi chimica con i giudizi dei visitatori, e' stato cosi' possibile mettere a punto la ruota degli aromi dei libri storici, dove accanto alla descrizione chimica dell'odore (come per esempio acido acetico) c'e' quella sensoriale (es. aceto). 

"La ruota puo' essere usata anche come uno strumento per avere informazioni sullo stato di salute del volume", commenta Bembibre, nonche' aiutare a ricreare gli odori del passato nei musei, facendo vivere ai visitatori un'esperienza piu' intensa. 

05/04/17

Durante i Lavori per la Metro C, spunta a Piazza Celimontana, proprio di fronte all'Ospedale del Celio, un Acquedotto romano di 2.300 anni fa.




Saranno presentati oggi, Mercoledì 5 aprile alla Sapienza diRoma  i dettagli riguardanti la scoperta del tratto di acquedotto romano rinvenuto sotto piazza Celimontana durante i lavori per la Metro C. 

A illustrarli - nel corso della giornata di apertura del convegno "Roma medio repubblicana: dalla conquista di Veio alla battaglia di Zama" (alle 14.30 presso la sala dell`Odeion - Facoltà di Lettere), sarà l`archeologa Simona Morretta, responsabile scientifico dell`area del Celio per la Soprintendenza, insieme a Paola Palazzo (Cooperativa Archeologia), che ha diretto lo scavo.

La scoperta dell`Acquedotto si presenta tra le più interessanti degli ultimi anni: tra le ipotesi più verosimili è possibile una identificazione con un tratto dell`Aqua Appia, l`acquedotto più antico di Roma (312 a.C.), che sicuramente attraversava questo quartiere a una notevolissima profondità.

L`opera, per ora, è stata smontata e in parte delocalizzata, in attesa di un rimontaggio futuro, in una sede ancora da individuare

Il convegno, organizzato dalla Soprintendenza speciale per il Colosseo e l`area archeologica centrale di Roma, l`UniversitàSapienza di Roma e la British School at Rome, proseguirà nelle giornate del 6 e 7 aprile presso la British School, con sezioni tematiche dedicate a gettare nuova luce sul periodo dell`età repubblicana. 

fonte: askanews.it

04/04/17

Fabrizio Falconi racconta: 3./ La storia (millenaria) di Ponte Rotto.






Ecco la terza puntata di Fabrizio Falconi Racconta, dedicata questa settimana a quello che familiarmente i romani chiamano Ponte Rotto e che sarebbe più proprio chiamare Ponte Emilio o Ponte Palatino, nei pressi dell'Isola Tiberina. 

Il Ponte ha una lunga, millenaria, gloriosa storia. La ripercorriamo in questo breve video. 

"Fabrizio Falconi racconta #Roma": La storia di Ponte Rotto (Ponte Emilio).
Una produzione http://www.capitolivm.it - #PonteRotto #Storia
Blog di Fabrizio Falconi: http://fabriziofalconi.blogspot.it/
Uno speciale ringraziamento a Trastevere App

03/04/17

"Spartaco - Schiavi e padroni e Roma" - Una grande mostra sugli Schiavi e Roma Antica all'Ara Pacis, fino al 17 settembre.




Il più grande sistema schiavistico che la storia abbia mai conosciuto. 

Un’intera economia basata sullo sfruttamento di una “merce” cara e redditizia quanto deperibile: l’essere umano. 

La società, l'economia e l’organizzazione dell’antica Roma non avrebbero potuto raggiungere traguardi così avanzati senza lo sfruttamento pianificato delle capacità e della forza lavoro di milioni di individui privi di libertà, diritti e proprietà. 

Basti pensare che stime recenti hanno calcolato la presenza di 6 fino a 10 milioni di schiavi su una popolazione di 50/60 milioni di individui. 

Grazie ad un team di archeologi, scenografi, registi e architetti la mostra restituisce la complessità del mondo degli schiavi nell’antica Roma a partire dall’ultima grande rivolta guidata dallo schiavo e gladiatore trace Spartaco tra il 73 e il 71 a.C. 

I diversi ambiti della schiavitù ai tempi dell’impero vengono raccontati attraverso 11 sezioni che raccolgono circa 250 reperti archeologici. 

Le opere sono inserite in un racconto immersivo composto da installazioni audio e video che riportano in vita suoni, voci e ambientazioni del contesto storico. 

Chiudono il percorso i contributi forniti dalla Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO, International Labour Organization), Agenzia Specializzata delle Nazioni Unite nei temi del lavoro e della politica sociale, impegnata nell’eliminazione del lavoro forzato e altre forme di schiavitù legate al mondo del lavoro. 

Le sezioni 
- Vincitori e vinti, in cui si racconta l’età delle conquiste e la riduzione in schiavitù di decine di migliaia di vinti in ogni campagna militare; 
- Il sangue di Spartaco, ossia la sconfitta a opera delle legioni di Crasso dei circa 70.000 ribelli guidati, appunto, da Spartaco; 
- Mercato degli schiavi, fiorente in tutto il Mediterraneo e presente nella stessa Roma; 
- Schiavi domestici evidenzia il privilegio, rispetto agli addetti ai lavori pesanti, di chi condivideva quotidianamente la vita negli spazi domestici; 
- Schiavi nei campi, si tratta dell’agricoltura, contesto sicuramente più svantaggiato, per la fatica quotidiana, la presenza di un sorvegliante plenipotenziario e a volte per l’uso delle catene nei campi; 
- Schiavitù femminile e sfruttamento sessuale, per le quali la prostituzione era così frequente da renderne necessaria la proibizione per legge; 
- Mestieri da schiavi alcuni dei quali conferivano ulteriore marchio di infamia, come le prostitute, i gladiatori, gli aurighi e gli attori; 
- Schiavi bambini, del cui impiego nell’economia domestica padronale restano molte testimonianze archeologiche; 
- Schiavi nelle cave e miniere, descrive la condizione di lavoro e di vita cui erano costretti coloro che rifornivano di marmi e metalli preziosi la capitale e gli altri centri dell’impero; 
- Una strada verso la libertà, dedicata alla manumissio, vera e propria occasione offerta dal diritto romano agli schiavi più meritevoli e a quelli che erano riusciti, arricchendosi, a comprare la propria libertà; 
- Schiavitù e religione, esplora il rapporto della schiavitù con alcuni aspetti del culto ufficiale romano. 

Curatore/i Claudio Parisi Presicce, Orietta Rossini con Lucia Spagnuolo 
Museo dell'Ara Pacis, Spazio espositivo Ara Pacis 
Orario Dal 31 marzo al 17 settembre 2017 Tutti i giorni 9.30-19.30 


02/04/17

E' morto Evtusenko. Poesia della domenica: "Distacco" di Evgenij Evtusenko.



Distacco


Il suono di un fischietto.
                                       Il crescere del rumore.
Il treno passa come un lampo,
                                       tra la polvere alta fino alla cintola.
L’arcata di un viadotto.
                                        L’ansa di un fiume.
Lontano – pioppi e campi di canapa
                                      – balenare di fazzoletti colorati.
Ragazze con allegra malizia nello sguardo,
il mercato, circondato
                                      da dighe di
                                                     orci luccicanti,
 montagne di sacchi su carri,
                                         catinelle piene
                                                    di fragole di giardino,
sirene di locomotive
                                       intorno alle pompe degli scali, 
vagoni,
              marciapiedi
                               e pensiline di stazioni,
                                                                caselli ferroviari,
casette di legno,
              pali di telegrafo,
villaggi,
              cespugli,
                           ponti..
 Abbiamo già preso posto.
                                               E già la hostess
ha distribuito le materassine.
E già, strada facendo, ci siamo
                                                affiatati.
Ai nuovi nomi ci siamo abituati.
Già il mio compagno ha tirato fuori un tramezzino,
già si fa coda per l’acqua.
Già qualcuno, deposto a terra
                                              un pesante bagaglio,
ha tracciato l’immancabile “pul’ka”,
un’armonica lontana
                                              ha improvvisato una polca,
suoni di allegria,
                                           senza rimpianti,
 e io,
      sistemato nella cuccetta superiore,
avvolto in una nuvola di tabacco Belomòr,
ascoltavo.
Chissà da dove
                approdava un soffio
                                   di fresca estate
tra il lungo gemito dei respingenti
                                e i secchi contraccolpi delle ruote,
e a un tratto –
                     un dialogo:
                                     “Indovina, amico mio, indovina
che ragazza ho incontrato!
Se solo potessi fare amicizia,
                                                conoscerla meglio, rivederla almeno una volta…” “Ma piantala, con queste assurdità! Ma dove credi che la rivedrai?”
                                                “La rivedrò!”
“Ma davvero pensi che la ritroverai?”
                                                          “La ritroverò!”
Ascoltavo, come una corda vibra al suono; 
                                                  come un’eco, ascoltavo
le confidenze di sconosciuti.
Scusate.
                    Anch’io lasciavo qualcuno,
 anch’io mi separavo
                    dalla mia ragazza.
Sì, mia brava ragazza,
                    che senso
ha lamentarsi perché ci attende
                          un nuovo disagio,
                                                 una nuova inquietudine?
Non te ne vai forse anche tu?
                                             Ma tu, soltanto,
da una stazione diversa per diversa strada…
 Non m’importa che la gente
                               di casa
 dica di me:
 “Quando si stancherà,
                        alla fine,
                        di ripartire, di andar lontano, sempre?…”
Sì, andarmene lontano, questo per me ci vuole,
 correre col treno,
                   rotolare con la neve,
incontrarti di nuovo
                   e poi di nuovo –
                                       via! partire.
 A ogni nuova separazione,
                  sempre più ti avvicini.
A te
           io vengo
                      per sentieri di cerca.
“Ma dove credi che la rivedrai?”
                                                   “La rivedrò!”
“Ma davvero pensi che la ritroverai?”
                                                             “La ritroverò”.

Evgenij Evtušenko, 1952, tratto da Poesie, traduzione di Alfeo Berdin, Garzanti, 1970.