31/05/17

"Il logista" di Federica Fantozzi - un Thriller di respiro internazionale.






Fa piacere, nell'intrico delle uscite editoriali italiane, dove sovrabbonda (a rischio saturazione) il genere giallo-thriller - evidentemente ritenuto sempre appetibile dai lettori - un libro giallo ben scritto, Il logista, che tiene fino alla fine e racconta una storia credibilmente articolata. 

Federica Fantozzi racconta di una giornalista probabilmente alter ego -  l'autrice dice di aver tratto ispirazione per questo libro dopo che il suo lavoro di reporter l'ha portata a seguire i tragici esiti dell'attentato al Bataclan di Parigi del novembre 2015 - che vive e lavora a Roma, frequentando i classici luoghi delle serate alcoliche di Ponte Milvio. 

E' in una mattina, in uno dei caffè della zona, che Amalia Pinter - questo il nome della protagonista - incontra un amico dell'Università,  Tancredi, perso di vista da tempo, al quale chiede supporto per il caso che sta seguendo: la morte di una giovane coppia di romani morti in un attentato - presumibilmente jihadista -  alle Maldive.  

Tancredi da anni si è trasferito a Londra, ma ha una vita segreta: ha fondato una società (chiamata Stinger) con la quale si è messo in strani traffici. 

Amalia dovrà scoprire di cosa si tratta e rischierà di finirne travolta quando, invitata a cena da Tancredi, che promette di svelarle qualche intuizione sulla morte dei due italiani,  lo trova morto accanto a una bottiglia di whisky e a della droga. 

Sembra un suicidio, ma ovviamente non lo è.  Tancredi, anzi, è la chiave di molte piste, come capisce subito Amalia mettendosi sulle tracce di quelli che lo conoscevano, uno zio, un amico libanese reticente. 

Comincia da qui, attraverso un calibrato dispensare di colpi di scena, la rincorsa di Amalia a quella verità sfuggente e anche onirica che le si presenta e che - come una prova di consapevolezza - deve affrontare, richiamata e al contempo messa in guardia dalla simbologia fatale dello scorpione, insetto pericoloso ed esteticamente notevole, che rappresenta la crudeltà inaspettata, fino a un gustosissimo epilogo che ha come teatro lo Stadio Olimpico di Roma durante una normale domenica calcistica. 

Insomma, questo potrà non piacere ai maniaci dell'esterofilia, i quali sembrano pretendere a forza che un giallo debba essere ambientato nelle gelate brughiere scandinave per essere allettante.  Non è così. E anzi, nell'intrigo internazionale, l'ambientazione romana - che l'autrice conosce molto bene - è il vero dato di forza di questo romanzo, che ha il dono della leggerezza, non della banalità.


Fabrizio Falconi





29/05/17

Lo straordinario Quartiere Coppedè, da progetto sperimentale a set per Dario Argento.




     C’è un luogo, in città, dove i romani vanno nelle sere grigie d’autunno, quando il vento raschia le foglie dall’asfalto, e le luci dei lampioni ondeggiano prima della tempesta,  quando vogliono assaporare il brivido insolito di un panorama urbano che sembra proprio non appartenere in nulla a quello consolidato e rassicurante di Roma,  ma che sembra piuttosto uscito dalla fantasia allucinata di un maestro dell’horror.

    Questo luogo è il quartiere Coppedè, che sorge quasi del tutto isolato in un piccolo quadrilatero di vie, nel più grande rione chiamato Trieste, non lontano dalla Via Nomentana.   Si tratta di una porzione di architetture omogenee, per l’esattezza ventisei palazzine e diciassette villini, ideati, progettati e realizzati tra il 1913 e il 1927 da un geniale architetto fiorentino, Gino Coppedè.

     Il suo cognome è rimasto talmente legato a questo luogo, che oggi si fa fatica perfino a trovare traccia fotografica del grande architetto,  nato il 26 settembre del 1866.   Le poche foto lo ritraggono con una folta barba e baffi dannunziani,  vestito sempre elegantemente, con sgargianti mocassini chiari, come lo sparato sopra  il papillon nero, il fisico prestante, lo sguardo fiero e penetrante.
     
       Coppedè, proveniente da una famiglia di architetti e di intagliatori,  mostrò da subito una spiccata propensione per il disegno eccentrico, sviluppando una personale interpretazione eclettica dello stile Liberty, che ebbe modo di esprimersi in diverse opere – come il castello Mackenzie a Genova, commissionato da Evan Mackenzie, fiduciario del Lloyds nel capoluogo ligure  e facoltoso collezionista d’arte -  ma soprattutto nel quartiere che prese il suo nome, a Roma e che gli fu invece commissionato dai finanzieri Cerruti, della Società Anonima Edilizia Moderna.  Qui, Coppedè pensò bene di provare a fondere in modo armonico elementi architettonici provenienti dal Barocco, dal medievale,  dal classicismo al più sfrenato manierismo. 

     Una impressione immediata di questo stile allucinato e straniante si ha appena varcato l’ingresso del quartiere di Via Tagliamento, passando sotto il possente arco che funge da ponte sospeso a tre piani  tra due palazzi chiamati degli Ambasciatori, dalla volta del quale pende un monumentale lampadario in ferro battuto, e oltrepassato il quale si giunge nella Piazza Mincio, ornata dalla celebre Fontana delle rane, doppio livello marmoreo dal quale si affacciano dodici rane che spruzzano acqua.  Voltando lo sguardo a 360 gradi, dal centro della piazza, si ha davvero la sensazione di essere inavvertitamente scivolati fuori dal tempo.  Sensazione che si rafforza non appena si iniziano a percorrere le vie del quartiere, che si dipanano a raggiera dalla piazza stessa e  sulle quali affacciano bizzarre costruzioni, come lo splendido Villino delle Fate, che sembra davvero uscito dalla fantasia di Lewis Carroll, con tutte le sue asimmetrie, le porte e le finestre, le scale,  i muri e i portici oscuri, tutti diversi uno dall’altro,  o come la Palazzina del Ragno che richiama le antiche costruzioni egizie.  
      Più che un quartiere, una scenografia. 

  Dichiaratamente a tal punto che lo stesso Coppedè stesso volle lasciare la sua ‘firma’ cinematografica proprio nell’ultimo palazzo del quale riuscì a seguire personalmente la realizzazione, e cioè quello che affaccia su Piazza Mincio, al civico numero 2 lasciando fra l’altro il suo blasone sul portone al fianco:  Artis praecepta recentis/ maiorum exempla ostendo.  Il portone di questo elegante villino – dallo strano effetto telescopico -  è infatti fotocopiato, per volere dell’architetto,  da una delle celebri scenografie del primo grande kolossal del cinema Italiano, Cabiria, realizzato da Giovanni Pastrone, nel 1914.
      
      Era perciò un destino che il quartiere Coppedè diventasse naturalmente, con gli anni, a sua volta, un ideale set cinematografico. Ed è anche comprensibile che lo diventasse -  a causa di questo suo fascino estroso, fantastico, gotico - di film terribilmente visionari come quelli girati dal regista Dario Argento, che scelse in diverse occasioni, proprio queste locations, per l’ambientazione dei suoi film.     
      Prima di lui, però, era stato Mario Bava, a intuire le potenzialità evocative di questo luogo come set cinematografico, nel film La ragazza che sapeva troppo, del 1962.  Mario Bava era considerato un maestro da Dario Argento, all’epoca in cui era ancora giornalista e critico cinematografico.
      Così,  per la sua  prima volta dietro la cinepresa, nel suo film d’esordio, L’uccello dalle piume di cristallo, girato nel 1969 e uscito nelle sale nel 1970, il regista romano scelse proprio il quartiere come ambientazione di alcune scene e implicito omaggio al suo maestro.   È la storia di uno scrittore americano, Sam Dalmas, interpretato da Tony Musante,  che di passaggio a Roma, assiste casualmente ad un tentativo di omicidio attraverso la vetrata di una galleria d'arte: un uomo sta accoltellando una donna.  La presenza e l'intervento di Sam mettono in fuga il colpevole, ma da quel momento in poi, una serie di omicidi sconvolgono la città e Sam si trova ad essere sospettato dalla polizia.  In una delle strade del Coppedè è ambientata la famosa scena in cui Sam/Tony Musante riesce miracolosamente a schivare la coltellata dell’assassino.

     Al quartiere poi, Dario Argento ritornerà con un altro film, dieci anni più tardi, Inferno, del 1980,  incentrato sulla storia di una giovane poetessa americana, Rose, che dopo aver acquistato un antico libro di alchimia, intitolato Le tre madri,  comincia a investigare sulle tre case costruite a Friburgo, Roma e New York,  dalle tre entità in questione, ovvero : Mater Suspiriorum, la Madre dei Sospiri, Mater Lacrimarum, la Madre delle Lacrime e Mater Tenebrarum, la Madre delle Tenebre. È ovvio a questo punto che per la casa romana, Dario Argento immaginò proprio una delle case del Coppedè.
     Non solo,  nel quartiere sembra proprio che Dario Argento abbia finito per trovarsi così bene da sceglierlo come abitazione .

     Ed ecco così la strana conseguenza per la quale anche lo stesso Argento ha finito per diventare il fantasma  - non è facile incontrarlo – di un quartiere che molti, soprattutto per effetto dei suoi film, hanno creduto e credono popolato di strane presenze. 

28/05/17

Poesia della Domenica: "A me pare uguale agli Dèi", di Saffo (Traduzione Salvatore Quasimodo).




A me pare uguale agli dèi 
chi a te vicino così dolce 
suono ascolta mentre tu parli 
e ridi amorosamente. Subito a me 
il cuore si agita nel petto 

solo che appena ti veda, e la voce 
si perde nella lingua inerte. 
Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle, 
e ho buio negli occhi e il rombo 
del sangue nelle orecchie. 

E tutta in sudore e tremante 
come erba patita scoloro: 
e morte non pare lontana 
a me rapita di mente. 
 
      [trad. di Salvatore Quasimodo]

27/05/17

Wenders: "In ogni sguardo che incroci c'è Dio."



"Rivolgersi al lavoro, al mondo e, in particolare, agli 'altri' e' diverso quando credi di essere guardato da un Dio che ti ama; quando quel Dio manifesta se stesso (o se stessa) in ogni volto umano, in ogni sguardo che incroci". 

Wim Wenders, regista tedesco, tra i piu' noti al mondo intervistato durante il Festival di Cannes, racconta il suo approccio personale e artistico alla spiritualita'. 

Spiega di aver compreso "il fatto che la fede potesse influenzarti come artista" quando, nel 1987, "ho aderito al progetto di un film poetico, totalmente improvvisato, quale 'Il cielo sopra Berlino'. È la storia di due angeli custodi che tengono d'occhio i propri protege's nella citta' di Berlino. Quando mi sono accorto che il compito piu' importante del film era cercare di rendere, di declinare, 'the Angel's gaze at people', lo sguardo degli angeli sulle persone, ma anche di mostrare come gli angeli ci vedono, questo mi ha fatto comprendere che tale opera ha avuto un altro effetto in me, mai sperimentato prima"

Aggiunge Wenders: "Il cinema in verità e' capace di farci guardare il mondo in maniera differente, di rivelarci realmente che uno sguardo di tenerezza e' di fatto possibile".  In particolar modo 'Il cielo sopra Berlino' "non solo ha schiuso dinanzi a noi il mondo visibile, ma ci ha permesso di cogliere dei frammenti di quello invisibile, di quello celeste. Col senno di poi, dunque, e' sembrato come se gli angeli che ho ricercato ed evocato nel film mi avessero concesso una grande lezione sull'atto del vedere".

24/05/17

Esce un libro tutto dedicato ai segreti di uno dei quadri più belli (ed enigmatici) del mondo: "I coniugi Arnolfini" di Jan Van Eyck




È uno dei dipinti piu' famosi al mondo e attira migliaia di visitatori nella sala della National Gallery di Londra dove e' esposto

Ma il "Ritratto dei coniugiArnolfini" di Jan Van Eyck potrebbe nascondere una storia molto diversa da quella, apparentemente ordinaria, che per secoli abbiamo accettato. 

Jean-Philippe Postel, medico e scrittore parigino, ha sottoposto il quadro a una sorta di analisi clinica che lo ha portato a risultati sorprendenti, raccontati nel godibilissimo libro "Il mistero Arnolfini", che in Italia esce per Skira. 




E tutto e' successo per colpa del celebre specchio al centro del dipinto. "Ho osservato un ingrandimento dello specchio - ci ha raccontato Postel nel corso di una conversazione a Milano - e ho notato che c'erano molte discordanze con la scena della stanza, c'erano molte anomalie. E siccome Van Eyck era un pittore estremamente meticoloso, estremamente attento a qualunque dettaglio, queste anomalie mi sono sembrate volute"



Una di tali discrepanze, forse la piu' evidente, e' che il cagnolino che si trova tra i due coniugi nello specchio non si riflette, ma, guardando molto da vicino, si scopre una serie di altri elementi misteriosi che riguardano la posizione della donna, le mani dei due protagonisti, una sorta di strana nuvola che sembra avvolgere l'uomo. 

E dallo studio di queste tracce, Postel arriva a formulare una affascinante ipotesi che riguarda lo stesso Van Eyck, visite di spettri, giuramenti infuocati e altre macabre situazioni. "Lo specchio dice la verita', come raccontano anche le favole - ha aggiunto lo scrittore - e se l'immagine nello specchio e quella nella stanza non sono piu' sovrapponibili... allora e' lo specchio a cui dobbiamo credere. E partendo da questo il dipinto racconta una storia diversa, che mi sono appassionato a ricostruire". Ricostruzione che, lo stesso Postel e' consapevole di avere portato a un punto in cui l'opinabilita' e' massima, seppur l'ipotesi sia comunque documentata. 

Ma quello che piu' conta, considerando il fatto che e' di un libro che stiamo parlando, e' la resa di questa storia, e' il meccanismo narrativo che la sostiene, il quale, fatti salvi pochi salti logici meno giustificati, funziona ed e' estremamente godibile. 

"Ci sono due dipinti in uno - ha concluso Jean-Philippe Postel - che mostrano due cose diverse, ma l'insieme dei due dipinti funziona, portando con se' un doppio significato". 

E una cosa e' certa, dopo aver letto il libro non si potra' piu' guardare agli Arnolfini, chiunque essi siano, con gli stessi occhi. 

23/05/17

Ai Musei Capitolini una imperdibile mostra dedicata al grande Pintoricchio.




Una mostra affascinante che raccoglie splendidi dipinti e racconta storie cortigiane della Roma tardo quattrocentesca.

 I protagonisti sono un Papa, il controverso Alessandro VI al secolo Rodrigo Borgia (1431, Papa dal 1492 al 1503), una dama raffinata e bellissima, Giulia Farnese (1475-1524), amante adolescente e concubina non troppo nascosta dello stesso Papa, e uno degli artisti più estrosi del nostro Rinascimento, Bernardino di Betto, detto il Pontoricchio (c.1454-1513). 

Un pontificato, quello di Alessandro VI, che assecondò intrecci dinastici, veleni di palazzo, calunnie e gelosie, ma nello stesso tempo incoraggiò le arti con la chiamata a Roma del Pintoricchio autore di uno dei cicli pittorici più famosi della storia dell’arte: quello del nuovo appartamento papale in Vaticano. 


L’appartamento Borgia, ricco di contenuti umanistici e teologici, opera fortemente innovativa per la sensibilità quasi rivoluzionaria con cui Bernardino di Betto interpretò col suo linguaggio “all’antica” il programma ideologico e politico di Alessandro VI.

Ammirata e osannata da quanti visitarono il nuovo appartamento papale, l’opera fu quasi totalmente ignorata da Giorgio Vasari che manifestò, invece, il suo interesse solo per la scena che ritraeva il Papa in ginocchio davanti alla Madonna col Bambino benedicente, ritenuta – secondo una diffusa voce di corte – il ritratto dell’amante del papa, la giovane e conturbante Giulia Farnese: “Sopra la porta d’una camera la Signora Giulia Farnese per il volto d’una Nostra Donna: et nel medesimo quadro la testa di esso Papa Alessandro”.

Il dipinto raffigura una Madonna col Bambino benedicente e, ai loro piedi, un Papa adorante. Ma l’opera, per la presunta presenza di Giulia Farnese nella figura della Madonna, causò infiniti scandali: fu prima coperta, poi strappata dalle pareti, infine dispersa in più frammenti. 


L’esatta composizione del dipinto, tuttavia, non andò perduta grazie a una copia realizzata nel 1612 dal pittore Pietro Fachetti. Per l’esposizione sono state selezionate 33 opere del nostro Rinascimento: ritratti della famiglia Borgia e raffinati dipinti di Bernardino di Betto, dalla Crocifissione della Galleria Borghese, alle Madonne della Pace di San Severino Marche e delle Febbri di Valencia fanno da giusta cornice alla ritrovata Madonna e al Bambin Gesù delle mani.

Saranno, inoltre, presentate 7 antiche sculture di età romana, provenienti dalle raccolte capitoline, poste in stretto dialogo con i dipinti dell’Appartamento Borgia (riproposti in mostra con fedeli gigantografie) con la finalità di documentare quanto il Pintoricchio abbia attinto all’antico per promuovere la “rinascita” artistica e culturale di Roma

Curatore/i Cristina Acidini; Francesco Buranelli; Claudia La Malfa; Claudio Strinati 
Catalogo Gamgemi Editore 
Luogo Musei Capitolini 
Orario Dal 19 maggio al 10 settembre 2017 
Tutti i giorni ore 9.30-19.30 
 La biglietteria chiude un'ora prima

22/05/17

Jung e la Perdita del proprio Spirito (o anima). Un profondo articolo di Daniela Abravenel.




Pubblico qui di seguito un interessantissimo articolo della filosofa Daniela Abravenel pubblicato sul blog Moked.it e che qui si può leggere nella sua interezza



L’ansia esistenziale descritta ovunque nella Bibbia ma soprattutto nei Salmi di David ha un ruolo centrale nella psicologia di Carl Jung, il quale descrive (con sorprendente profondità e cognizione dei testi sacri ebraici) la depressione e i vari sintomi associati al fenomeno generale di “soul loss” (perdita del proprio spirito) come una fase importantissima del processo di guarigione.
Ed è a Jung e alla psicologia del profondo che farò riferimento per ridare attualità alle parole di Geremia, di Maimonide e dei maestri della Tradizione Orale che oggi forse dichiarerebbero guerra a una medicina che consciamente o inconsciamente finisce per estinguere l’aspirazione alla completezza del Sé superiore nella sua lotta per la guarigione della psiche e del corpo.

Jung afferma che l’uomo occidentale si ammala perché investe nevroticamente la sua libido all’esterno (sulla ricchezza, il successo, le vacanze, le macchine, il “look” ecc.) a detrimento del Sé

Oggi la maggioranza della gente non sa più intrattenere un rapporto con la propria anima, né con Dio (meno che nei brevi spazi di qualche preghiera al tempio o in chiesa). Di conseguenza lo spirito (la Forza che anima il corpo) vive in stato di esilio (proprio come la Shehinah, ovvero la divina presenza incarnata nel mondo fisico): il nostro mondo diventa vuoto, spento, così come diminuisce anche la vitalità del nostro corpo.

Il verso di David “La mia anima è assetata di Te, Dio della Vita” (Zama nafshì le El Hai) secondo Jung, descrive proprio questa dinamica di soul-loss nella quale la persona ha perso contatto con l’animada cui proviene la vera gioia di vivere. 

Noi tutti possiamo vivere in uno stato di soul-loss, quando abbiamo reso una parte della nostra vita (una relazione, una meta professionale o sociale da raggiungere, ecc.) l’unico recipiente della nostra libido: non ci si entusiasma più di fronte a un tramonto, ad un’opera d’arte o a un brano di musica, a un evento emozionante…

La nostra anima è intrappolata in ciò che il grande psicologo chiama soul-loss, a volte addirittura soul-possession. La teoria cabalistica delle clipot (ovvero i ‘gusci’ dell’impurità che avvolgono l’anima e la separano dalla Luce) si riferisce al medesimo fenomeno. Peraltro Jung ammise di essere stato profondamente ispirato, nella creazione della sua psicologia, dalla Kabbalah. In un’intervista realizzata nel giorno del suo ottantesimo compleanno affermò: “Il Rabbi Beer di Mesiritz anticipò, nel diciottesimo secolo, l’intera mia psicologia”!


21/05/17

La poesia della Domenica - "In un parco straniero" di Rainer Maria Rilke.








Due sentieri. A nulla ti conducono.
Pure, l'uno t'induce a volte, sopra
pensiero a proseguire. Come se ti smarrissi;
ma d'improvviso giunto alla rotonda,
rimasto solo innanzi a quella lapide
leggi ancora una volta: Baronessa
Brite Sophie - e con il dito torni
a tastare la data ormai disfatta.
Perché questa scoperta non ti stanca ?

Perché come la prima volta indugi
con tanta attesa in questo posto d'olmi,
umido e buio e senza orme di passi ?

Quale contrasto ti eccita a cercare
chi sa cosa tra le assolate aiuole,
come se fosse il nome di un rosaio ?

Perché spesso ti fermi ? Che cosa ode il tuo orecchio ?
E perché infine, come perso, guardi
bagliori di farfalle intorno all'alto Phlox ?


Rainer Maria Rilke, da Nuove Poesie, traduzione di Giacomo Cacciapaglia, Einaudi, Torino, 1992.

19/05/17

Straordinaria scoperta a Roma durante i restauri: l'Arco di Giano è in realtà un Arco eretto per Costantino.




Sono bastate tre lettere, Cos, venute fuori dal marmo annerito per confermare cio' che gli archeologi sospettavano da tempo. E quello che per secoli e' stato l'Arco di Giano in un colpo solo ha ritrovato la bellezza della sua facciata sul Tevere ed e' tornato a essere, come nel IV d.C., l'arco onorario dedicato all'imperatore Costantino dai suoi figli

Inizia cosi' la prima tappa del restauro di uno dei gioielli superstiti del Foro Boario, quell'area affacciata sul fiume ai piedi del Palatino, che per secoli fu cuore di commerci in arrivo da tutto il Mediterraneo

E che ora ritrova parte della sua bellezza grazie al World Monuments Fund che con AmericanExpress ha donato 215 mila dollari (dopo essere gia' intervenuti al Foro Boario per i templi di Ercole Olivario e di Portuno), in aggiunta ai 100 mila euro gia' stanziati dalla Soprintendenza speciale archeologia, belle arti e paesaggio di Roma.

La strada per un restauro completo del monumento e' ancora tutta da scrivere (i lavori sulla prima facciata termineranno a luglio), ma per ora, raccontano Maria Grazia Filetici e Mirella Serlorenzi, direttore del restauro e direttore scientifico, "si e' potuto studiare lo stato di tutto l'arco sia dal punto di vista conservativo che strutturale, mappando tutte le 16 facciate"

Unico arco onorario a pianta quadrata, un tempo ricco di 48 statue incastonate nelle nicchie, divenuto nel Medioevo fortezza per i Frangipane (come il Colosseo) e parzialmente interrato fino al 1827, e' durante i lavori che il colosso ha mostrato quella scritta, Cos, incisa in un blocco della scala per l'attico. 

"E' il primo mito da sfatare - dice la Serlorenzi - Non era un arco per Giano. Venne chiamato cosi' da antiquari del Rinascimento" per via dei suoi quattro ingressi che ricordano la specularita' delle due facce del Dio. 

"Dai cataloghi regionali del IV secolo - dice - sapevamo che nell'area c'era un Arcus Divi Constantini. Quel marchio di cava oggi ci indica che era proprio questo". 

I problemi da risolvere sono molti, dallo scorrimento delle acque dall'attico ("costruito come una strada, con i sanpietrini") agli agenti atmosferici su cui si sta intervenendo con ultimissimi ritrovati biocompatibili o il furto nei secoli dei collegamenti in metallo tra i blocchi

Ma intanto si festeggia con una notte di Luce al Foro Boario (25 maggio) e con l'apertura eccezionale al pubblico per un Watch Day (26), tra laboratori, salite sui ponteggi e concerto. 

A seguire, una settimana di visite gratuite su prenotazione e una nuova guida Electa (www.coopculture.it). La speranza del Soprintendente Francesco Prosperetti e' ora di restituire l'Arco ai cittadini togliendo le cancellate che lo chiudono dall'attentato a S. Giorgio al Velabro del '93. "Spero - dice - riprenda al piu' presto il dialogo con il Comune per un piano presentato gia' ai tempi del Commissario Tronca", con un'apertura diurna presidiata. 

17/05/17

La colossale Porta Maggiore, oggi sommersa dal traffico e la Tomba del Panettiere (sepolcro del fornaio Eurisace) .


la Tomba del Panettiere a Porta Maggiore nel 1895 (foto Roma Sparita)



La maestosa Porta Maggiore, oggi purtroppo davvero costretta in un gorgo di vie di scorrimento, piazze semaforiche, binari della linea tramviaria mostra però ancora i resti del suo antico splendore che le meritò nei secoli, da parte degli stessi cittadini l’appellativo Maggiore, proprio per le sue dimensioni: fu eretta dall’imperatore Claudio nel 52 d.C. – divenendo in seguito inglobata nel recinto delle Mura Aureliane - per sostenere i condotti dell’Acqua Claudia e dell’Aniene (Anio Novus)che passavano e passano nel suo attico, scavalcando le vie Prenestina e Labicana, che scorrevano al di sotto

E’ formata da due fornici (realizzata interamente in travertino), di dimensioni gigantesche - sei metri di larghezza per quattordici di altezza - uno ciascuno per le due vie che sormontava, dentro edicole con semicolonne corinzie e con timpani e da un arco nell’edicola centrale. 

Nell’attico, tripartito da cornici vi sono l’iscrizione di Claudio riguardante la costruzione della porta e quelle che ricordano i successivi restauri che furono operati da Vespasiano nel ’71 prima e da Tito nell’81 poi. 

Tre secoli più tardi, poi, nel 402 fu oggetto di fortificazione da parte dell’Imperatore Onorio che affidò i lavori al prefetto di Roma, Flavio Macrobio Lonigiano, risulta da un’altra iscrizione posta sulla estrema sinistra della Porta, sul Piazzale Labicano


All’esterno della porta, tra i due fornici che danno sul Piazzale Labicano, è posto il curioso e singolare sepolcro di Eurisace, chiamato Panarium, appellativo dovuto alla sua bizzarra forma (quella di un forno) che si riferiva al mestiere di colui per il quale fu costruito nel 30 a.C., un fornaio in grande, Marco Virgilio Eurisace (probabilmente un liberto che si era arricchito), che riforniva lo Stato con i suoi pani prodotti ogni giorno

Tra le varie curiosità di questo sepolcro, rinvenuto durante i lavori di scavi e di abbattimento delle due torri cilindriche che erano state costruite sotto Onorio, del 1838, c’è anche il fatto che al suo interno furono ritrovate anche le ceneri della moglie di Eurisace, Atistia, contenute in una meravigliosa urna artistica a forma di madia di pane, conservata oggi al Museo delle Terme

Anche Porta Maggiore poi, come successe ad altre porte delle Mura Aureliane, fu murata in diverse epoche, in particolare per difendere Roma dall’assedio dei Goti comandati dal Re Vitige tra il 537 e il 538. 

Dopo varie traversie, nel corso dei secoli, nell’Ottocento, sotto Papa Gregorio XVI si procedette ad un nuovo restauro dell’insigne monumento, cercando di appianarne uno dei difetti fondamentali strutturali: la porta infatti, nell’epoca del rifacimento sotto Onorio, era rimasta pericolosamente asimmetrica, probabilmente a causa del dislivello stradale esistente tra le due vie, Prenestina e Labicana e di conseguenza dei due fornici che le sovrastavano. 

Ma è soltanto nel Novecento che finalmente, durante i lavori urbanistici di sistemazione del piazzale Labicano, la porta fu restituita alle sue forme originarie, con il recupero dei tratti delle due antiche strade romane, con le lastre di basalto e perfino le impronte lasciate dai carri romani, come è possibile vedere lungo i tratti emersi della Via Appia.

16/05/17

Buongiorno Ceramica ! Dal 2 al 4 giugno una grande festa mobile delle arti in Tutta Italia !






Sono 35 le città che dal 2 al 4 giugno in tutta Italia ospiteranno BUONGIORNO CERAMICA! una lunga festa mobile della creatività e dell’arte che avvolgerà di colori, forme, sculture, centri storici, musei, atelier, laboratori, giardini. E non solo in Italia, perchè da quest'anno Buongiorno Ceramica! si declina anche oltre confine con tante città europee che hanno aderito alla festa. 

Dal primo mattino a notte fonda, oltre 300 eventi aperti al pubblico gratuitamente: visite guidate, mostre, concerti, opere live, laboratori, esibizioni, shopping d’arte. Ma anche dj set negli atelier, aperitivi col maestro, bike tour della ceramica, incontri, dibattiti, giochi e merende in atelier per i bambini.

 Da Impruneta a Caltagirone, da Bassano a Grottaglie, da Faenza a Santo Stefano di Camastra passando da Deruta, Napoli e molte altre location. 

Ovunque un mix tra artigianato e design, tra materiali antichi e nuovi, tradizione e invenzione. Testimonial di questa lunga marcia creativa, maestri storici e makers più innovativi, giovani designer e artisti. Ovunque mani che modellano, scolpiscono, dipingono. Tappa cult quella di Vietri sul Mare dove si inaugura nella fornace tradizionale tra bagliori di luce e fuochi e si prosegue con Yoga e Raku sulla spiaggia  e sotto le stelle. Da non mancare anche Faenza, culla della ceramica artistica, che a partire dal museo, il più importante al mondo e che resterà aperto fino a notte fonda, dissemina in tutta la città un’infinità di iniziative  originali.






E' la rassegna d'inizio estate che salvaguardia la bellezza e stimola la creatività. E' l'appuntamento più gioioso e originale dell'arte e dell'artigianato. Impossibile non averlo in agenda, non pensare di partire per una delle location più vivaci. Sta contagiando anche chi non era mai entrato in un atelier e cresce la comunità degli handicraft lovers.
Piace l'atmosfera colorata e altamente creativa fatta d’incontri, musica e food dove le aperture straordinarie di forni e fornaci, atelier e botteghe ceramiche fanno da sfondo alle eccellenze artigiane e artistiche del fatto a mano ma anche a concerti, poesia, performance. Tutti sono coinvolti nel vivo delle attività con laboratori, lezioni di tornio e decorazione, incontri con i maestri, happening, aperitivi con l’artista. Oltre 300 eventi in contemporanea dal mattino fino a notte.
A tre anni dalla nascita, Buongiorno Ceramica! è cresciuta così in fretta da oltrepassare i confini nazionali. La lunga festa diffusa della creatività e dei colori oltre ad unire nel segno della tradizione artigiana per tre giorni tutta l'Italia, sta contagiando anche altri Paesi europei.

Francia, Spagna, Romania, Germania, Polonia, Repubblica Ceca, Portogallo e Malta hanno già chiesto di aderire per mettere in campo un BUONGIORNO CERAMICA! multiculturale.
L’evento è organizzato dall’Associazione Italiana Città della Ceramica (AiCC).

In Italia, le 35 le città che ospiteranno l’evento sono le città di antica tradizione ceramica: Albisola Superiore, Albissola Marina, Ariano Irpino, Ascoli Piceno, Assemini, Bassano del Grappa, Burgio, Caltagirone, Castellamonte, Castelli, Cerreto Sannita, Civita Castellana, Deruta, Este, Faenza, Grottaglie, Gualdo Tadino, Gubbio, Impruneta, Laterza, Laveno Mombello, Lodi, Mondovì, Montelupo Fiorentino, Napoli-Capodimonte, Nove, Oristano, Orvieto, San Lorenzello, Santo Stefano di Camastra, Sciacca, Sesto Fiorentino, Squillace, Urbania, Vietri sul Mare.

Il Presidente Stefano Collina (da quasi vent'anni a capo dell'AiCC e da inizio 2017 eletto Presidente del Gruppo Europeo "Città della Ceramica" composto da 8 nazioni), si dimostra molto soddisfatto della nuova dimensione internazionale dell'evento: “il progetto ha avuto un tale forte riscontro in tutta Italia, le presenze sono state così numerose, e così nuove le attività messe in campo da parte degli stessi ceramisti e di tutti coloro che hanno collaborato, da entusiasmare le altre nazioni europee che hanno deciso di ospitare anche loro quello che è l’evento più colorato e gioioso dell’arte di fare ceramica”.

Buongiorno Ceramica! segna inoltre un'inversione di tendenza per quello che riguarda l'apertura di luoghi finora non sempre facilmente accessibili come gli atelier, le fornaci, i laboratori che diventano oltre che visitabili luoghi di partecipazione attiva.
Buongiorno Ceramica! è davvero una ri-scoperta dell’artigianato, che non rappresenta solamente tradizione ma anche innovazione. Infatti, il nuovo e il contemporaneo rivestono di nuova luce l’antico, tramite le nuove generazioni di designer, maker innovatori e artisti. E anche il pubblico di Buongiorno Ceramica! è un pubblico nuovo, giovane, vivace, aperto.

BUONGIORNO CERAMICAIngresso gratuito
Quando 2-3-4 giugno 2017 dalle 10.00 alle 24.00
Dove 35 Città della Ceramica in Italia

15/05/17

I Sub a caccia dell'antico porto romano alla Foce del Rodano (oggi sommerso) !



L'anfiteatro romano di Arles


Gli archeologi del Museo dipartimentale dell'Arles Antica iniziano oggi gli scavi subacquei sull'antico porto romano alla foce del Rodano. 

Lo annuncia il responsabile delle Relazioni con il pubblico del museo Fabrice Denise durante una visita guidata alla struttura per i media italiani organizzata da Dipartimento Bocche del Rodano, Regione Paca, Camera di Commercio Italiana a Marsiglia, insieme agli Uffici del Turismo di Arles e Marsiglia

Arles era una citta' romana fondata da Giulio Cesare nel 46 avanti Cristo. All'epoca la colonia era il porto fluviale e lo scalo mediterraneo della Provenza. "Inizieremo le ricerche a 30 chilometri a sud di Arles, in una zona poco profonda: due-tre metri, - spiega Denise - con l'obiettivo di comprendere le infrastrutture portuali romane e verificare la presenza di relitti". 

Il museo dipartimentale piu' visitato di Francia (200.000 visitatori all'anno) e' l'unico al mondo dove i visitatori possono ammirare una chiatta fluviale romana ancora integra lunga 31 metri. 

Sono 2.000 gli oggetti in mostra, risalenti dalla fondazione di Arles all'epoca di Giulio Cesare fino all'inizio del Medioevo, 20.000 quelli a magazzino, ma la peculiarita' della struttura e' che le ricerche archeologiche continuano a pochi metri dagli spazi espositivi.

Oltre al celebre busto attribuito a Giulio Cesare riemerso nel 2007, recentemente e' stata trovata un'intera camera da letto di una domus romana con le mura dipinte e i mosaici del pavimento ancora integri. 

"Sara' ricostruita ed esposta al pubblico da giugno, - annuncia la restauratrice Marion Rapilliard - raffigura pitture contemporanee a Giulio Cesare in stile pompeiano che, esclusa Pompei, non sono state ritrovate altrove". 

"La scoperta e' rivoluzionaria dal punto di vista cronologico e dimostra la ricchezza delle elite dell'epoca, - commenta Denise - i visitatori del museo potranno 'entrare' nella stanza della villa e ammirare le pitture, tra cui una che raffigura una suonatrice d'arpa". 

La prossima mostra temporanea del museo di Arles dal primo luglio sara' dedicata al tema del 'lusso' nell'antichita'. La struttura recentemente ha firmato un protocollo di collaborazione con i Musei del Vaticano. 

14/05/17

Poesia della domenica : "Stretta" di Paul Celan.






Stretta

Trasportato
nella landa
dalla traccia che non inganna:

Erba, scritta separatamente. Le pietre,
bianche, con l’ombra degli steli:
Non leggere più - guarda!
Non guardare più - va’!

Va’, la tua ora
non ha sorelle, sei -
sei a casa.
Una ruota, adagio,
gira da sé, i raggi
rampicano,
rampicano su un campo nerastro,
la notte non ha bisogno di stelle,
da nessuna parte si chiede di te.


Engführung

Verbracht ins
Gelände
mit untrüglichen Spur:

Gras, auseinandergeschrieben. Die Steine, weiβ,
mit den Schatten der Halme:
Lies nicht mehr -schau!
Schau nicht mehr-geh!

Geh, deine Stunde
hat keine Schwestern, du bist –
bist zuhause. Ein Rad, langsam,
rollt aus sich selber, die Speichen
klettern,
klettern auf Schwärzlichem Feld, die Nacht
braucht keine Sterne, nirgends
fragt es nach dir.


Paul Celan

13/05/17

Al MET di New York a Novembre una delle più grandi mostre di sempre su Michelangelo !

Michelangelo ritratto da Daniele da Volterra


Michelangelo sulla Quinta Strada: il Metropolitan Museum of Art organizzera' a novembre una grande mostra imperniata sui disegni del maestro della Cappella Sistina e sulla "sua potente iconografia ed eccezionale virtuosita' tecnica"

"Michelangelo: Divine Draftsman and Designer", aperta dal 13 novembre al 12 febbraio 2018, sara' "una di quelle mostre che si vedono una sola volta nella vita", ha osservato il museo

Nelle gallerie saranno esposti 150 disegni e tre sculture in marmo, il suo primo dipinto conosciuto ("Il Tormento di Sant'Antonio"), un modello architettonico di legno per la volta di una cappella, la serie completa dei disegni creati per l'amico Tommaso de' Cavalieri e un cartone monumentale per l'ultimo affresco in Vaticano. 

A curare la mostra e' stata Carmen Bambach, la storica dell'arte del Rinascimento che nel 2002 organizzo' la grande mostra sui disegni di Leonardo: due mesi di apertura, data la straordinaria fragilita' dei 120 pezzi esposti, con una media di visitatori da Guinness, quasi settemila al giorno. 

Stavolta la Bambach ha selezionato pezzi provenienti da 54 collezioni pubbliche e private negli Stati Uniti e in Europa. 

Il Met possiede solo tre opere di Michelangelo: due disegni ("Studio per la Sibilla Libica" e "Disegno per la tomba di Papa Giulio Secondo della Rovere") che di solito non sono esposti al pubblico, ma saranno nella mostra, e una scultura ("Giovane Arciere") attribuita di recente e in prestito dall'Istituto di Cultura francese a New York

12/05/17

La Palla di Cannone nella Fontana al Pincio - Le stranezze e la grandezza di Cristina di Svezia a Roma.



Il trofeo del Teatro Apollo sul Lungotevere, oggi scomparso, il primo teatro pubblico di Roma, il genio stravagante di Cristina di Svezia e la palla di cannone nel muro. 


Percorrendo il Lungotevere Tor di Nona che propone uno degli scorci panoramici più suggestivi sulla città, ci si imbatte ancora oggi, seminascosta dalle fronde degli antichi platani, nell’antico trofeo che ricorda l’esistenza di un celebre Teatro oggi scomparso.
Sulla iscrizione marmorea, sormontata da due maschere e da una lira e sovrastante un antico marmoreo che fungeva da vasca d’acqua, si legge:

Il Teatro Apollo / sulle pietre dell'antica Torre Orsina / a fasti e glorie d'arte musicale / aprì le dorate scene / e dove foscheggiò Torre di Nona / libera si diffuse la melodia d'Itala / del "Trovatore" il XIX gennaio MDCCCLIX / di "Un ballo in maschera" il VII febbraio MDCCCLIII / Qui dove sul teatro demolito / passa l'antica strada romana / il genio di Giuseppe Verdi / affida l'eterna melodia canora / all'aria al sole al cuore umano / a ricordanza della torre / del teatro del genio creatore / il Comune di Roma pose / Anno Domini MCMXXV.



L’eleganza di questa iscrizione dunque racconta già molto della importanza di quello che fu uno dei più prestigiosi teatri di Roma, vero tempio della lirica, con il palco per i reali che fu appositamente realizzato dopo l’unità d’Italia. 

Quello che però l’iscrizione non dice è che il Teatro Apollo fu in effetti il primo teatro aperto al pubblico a Roma, che sorse nel 1670 per iniziativa di una delle menti più brillanti ospitate dalla città eterna nella sua lunga storia: la regina Cristina di Svezia, che instaurò durante la sua vita, con Roma un sodalizio lungo e fecondo.

Cristina, che era rimasta orfana a sei anni, divenne regina assumendo la pienezza dei poteri all’età di ventiquattro, trasformando rapidamente la corte di Stoccolma in una sorta di Atene del Nord. Cristina infatti, anticonformista ed eccentrica, appassionata (si ricordano storie d’amore con un cugino e con una dama di corte) e colta, si sentiva attratta da ogni branca del sapere, da ogni materia di conoscenza, scientifica, teologica, letteraria.  Ma la vera svolta per lei arrivò con la conversione al cattolicesimo, a ventotto anni.  Da lì, la scelta di abdicare, e di trasferirsi in incognito in diversi paesi europei, per conoscere luoghi e costumi che le sono estranei, ma la  affascinano: prima i Paesi Bassi, poi la Francia e infine l’Italia e Roma, che la accoglie come una vera regina. 


Papa Alessandro VII le tributa un ingresso solenne davanti alla popolazione festante attraverso la Porta di Piazza del Popolo (sulla cui sommità una grande iscrizione ancora ricorda l’avvenimento), poi la riceve in Vaticano dove Cristina arriva, il 23 dicembre del 1654 a bordo di una meravigliosa lettiga disegnata appositamente per lei da GianLorenzo Bernini, per ricevere i sacramenti direttamente dalle mani del Papa nella Basilica di San Pietro.

La sovrana a Roma si stabilisce prima a Palazzo Farnese, poi direttamente al Bosco Parrasio, ai piedi del Gianicolo, dove crea quella fantastica Accademia dell’Arcadia che secondo le intenzioni della nobildonna doveva diventare la corte delle menti più illuminate di Roma e d’Europa

Cristina, che destava interesse morboso nelle cronache dell’epoca anche per i suoi modi disinvolti e per i suoi amori veri o presunti, ogni venerdì si predisponeva ad ascoltare ciò che avevano da raccontare i geni dell’arte, dell’architettura, ma anche della teologia, dell’alchimia, riguardo alle loro conoscenze e scoperte, in un cenacolo esclusivo, al quale era invitato a partecipare anche ogni ospite illustre che si trovasse in visita alla Città Eterna.

Le stranezze riferite a Cristina sono molte e anche divertenti: una di queste afferma che fu lei a far sparare quella palla di cannone che ancora oggi si trova, ben visibile, al centro della fontana di fronte all’Accademia di Francia, allo scopo di tirare giù dal letto il Cardinale Carlo de’ Medici che abitava nella villa di famiglia, al Pincio, il quale aveva promesso alla sovrana di portarla in quel giorno a caccia.

La palla sparata dai cannoni di Cristina, incastonata nella fontana di fronte all'Accademia di Francia a Villa Medici al Pincio 

Un bel modo di risvegliare un amico, si direbbe. Del resto di amici e di ammiratori Cristina ne aveva molti, compreso il cardinale Decio Azzolini, mecenate di artisti e letterati e così intimo della sovrana che il Papa gli vietò espressamente le visite. 

Nel 1667 Cristina fece ritorno per l’ultima volta in Svezia e in quell’anno morì anche Alessandro VII, con il quale i rapporti erano stati sempre tempestosi. 

La sovrana ricevette mentre era in viaggio, ad Amburgo, la notizia che sul Soglio di Pietro era stato ora eletto Giulio Rospigliosi, amico intimo e frequentatore della corte romana di Cristina, con il nome di Clemente IX, e Cristina, euforica, diede una festa in suo onore nella città tedesca.

Tornata a Roma, fu accolta calorosamente dal nuovo pontefice. A quarantadue anni, Cristina si sentiva ancora piena di energia.  Decise così di occuparsi della ex prigione di Tor di Nona, un luogo squallido e dalla pessima fama, che l’illuminata sovrana decise di trasformare in un teatro, anzi, nel primo teatro aperto al pubblico di tutta Roma.

Giacomo d’Alibert, segretario di Cristina, convinse Clemente IX a concedere le mura dell’edificio, che erano di proprietà degli Orsini e nel frattempo ospitavano una locanda, per la creazione di uno spettacolare teatro al quale si poteva accedere via terra o anche direttamente dal fiume.


Il sogno di Cristina però fu ben presto avversato, con il Papa che – preoccupato anche per la presenza di donne sul palcoscenico – lo fece ben presto chiudere con la motivazione di offese alla moralità, adibendolo a granaio.
Ma Cristina non si diede per vinta. Ottenne la licenza per poter eseguire almeno i concerti dei suoi amici compositori: Stradella, Pasquini, Corelli e perfino Alessandro Scarlatti.

Negli anni successivi vedrà la morte di Papa Rospigliosi, il cui pontificato durò appena due anni e l’insediamento di Clemente X e di Innocenzo XI fino alla morte che la colse all’età di sessantadue anni, dopo una malattia contratta durante una visita in Campania

La sua scomparsa scuote la città che ormai l’aveva adottata.  Innocenzo XI, dopo i quattro giorni di camera ardente, rivestita della splendida mantella di ermellino, vuole addirittura imbalsamarne il corpo

E così sarà. Coperta di vesti di broccato e con il volto coperto da una maschera d'argento, nelle mani uno scettro e sul capo una corona (solo gli intestini vengono posti in un'urna separata), la regina viene sistemata  in tre bare, una dentro l’altra, la prima di cipresso, una di piombo e l'ultima di quercia.

La processione del funerale accompagnata dalla folla si snoda dalla chiesa di Santa Maria in Vallicella sino alla Basilica di San Pietro, dove la regina viene  sepolta, per volontà del pontefice, nelle Grotte Vaticane, privilegio concesso nella storia soltanto a tre donne.

Tomba di Cristina di Svezia nelle Grotte Vaticane



Ancora oggi in onore della defunta regina  e a ricordo della sua prodigiosa conversione, si può ammirare nella Basilica Vaticana il Monumento funebre allestito nel 1702 sotto la supervisione di Carlo Fontana: Cristina vi è ritratta in un medaglione di bronzo dorato, sostenuto da un macabro scheletro coronato, poco distante dalla celebre tomba di Alessandro VII, con l’altro grande scheletro con il capo velato e la clessidra in mano. 


tratto da: Fabrizio Falconi, Misteri e segreti dei Rioni e dei Quartieri di Roma, Newton Compton, Roma, 2014. 


10/05/17

Un outsider troppo presto dimenticato - Alberto Lecco.





Avevo poco più di vent'anni quando ebbi l'occasione di conoscere Alberto Lecco.   Abitava nella stessa casa in cui abitò fino alla fine dei suoi giorni, nel cuore di Trastevere, in Via San Francesco a Ripa. 

Erano i primi anni '80.  Lecco, che aveva letto il mio libro di racconti d'esordio - Prima di andare - e che era uno scrittore piuttosto famoso, mi chiamò al telefono per conoscermi. Il libro gli era piaciuto, mi chiese se amavo parlare di letteratura, disse che gli interessava conoscere i gusti di uno come me, così giovane, che si affacciava allo scrivere. 

Erano cose che accadevano, in quegli anni. 

Con la timidezza tipica di quell'età mi affacciai a casa sua, all'appuntamento convenuto.  Mi ricevette con il garbo e l'eleganza di altri tempi.  Per me, che venivo da una famiglia di operai, era una delle prime esperienze nella casa di un intellettuale e tutto aveva un fascino: gli scaffali pieni di libri, i tappeti orientali, le finestre affacciate sulla vita trasteverina, il giradischi sempre acceso. 

Passammo la prima volta quasi due ore insieme. Si parlò di tutto, soprattutto di Dostoevskij che era la sua ossessione (e anche la mia, già in quegli anni). Ascoltammo Beethoven insieme, mi parlò nel suo modo fluviale, del mondo letterario italiano, che detestava, con i suoi snobismi e le sue cricche. 

Mi regalò i suoi libri, pubblicati con Mondadori, L'incontro di Wiener Neustadt,Un Don Chisciotte in America i Racconti di New York. Libri che mi affascinarono, soprattutto l'ultimo, così singolare, così diverso da quello che si pubblicava allora in Italia. 

Alberto Lecco era un intellettuale colto e raffinatissimo, assai legato alle sue origini ebraiche che interrogava in ogni libro, alla luce di un radicale cosmopolitismo che sentiva come destino inevitabile della contemporaneità. Ma era al contempo geloso delle sue origini e della grande tradizione narrativa ebraica. 

Nato a Milano nel 1921, era diventato perfettamente romano nello spirito vitale e nella confidenza con il quartiere che abitava. 

Tornai da lui parecchie volte, anche insieme ad altri amici. E sempre si ripeté lo stesso rito: con conversazioni interminabili, consigli e diktat che venivano pronunciati sempre con dolcezza - soprattutto quello di fuggire come la peste dalle conventicole e combriccole letterarie, obbedendo solo alla propria interiorità -  oro puro per la formazione di un giovane che aveva in mente di scrivere com'ero io. 

Negli anni seguenti lo persi di vista.  So che continuò a pubblicare, con sempre minore successo, totalmente isolato dal resto dell'ambiente letterario italiano. Ed è un peccato che oggi le sue ultime opere:  La morte di Dostoevskij, I Buffoni, La casa dei due fanali, siano praticamente introvabili, come del resto i vecchi. 

Sarebbe bello che qualcuno oggi, un editore illuminato, li riscoprisse.

Alberto Lecco è morto a Roma, nel silenzio quasi unanime, nel maggio del 2004, a 83 anni. 


Fabrizio Falconi