31/07/17

Torna in libreria "Giardini" di Robert Pogue Harrison. La prefazione.



Torna in libreria in queste settimane Giardini, il meraviglioso saggio di Robert Pogue Harrison, edito da Fazi nella collana Campo dei Fiori.  Questa la prefazione al libro. 

Gli esseri umani non sono fatti per guardare troppo a lungo la testa di Medusa sfoggiata dalla storia, la sua rabbia, la morte e la sofferenza infinita. Non è per un difetto nostro, al contrario, la riluttanza a farci pietrificare dalla realtà della storia è alla base di molte di quelle cose che rendono la vita umana tollerabile: l’impulso religioso, l’immaginazione poetica e utopica, gli ideali morali, le proiezioni metafisiche, l’arte narrativa, le trasfigurazioni estetiche del reale, la passione per il gioco, l’amore per la natura. 

Albert Camus una volta ha detto: «La miseria mi impedì di creder che tutto sia bene sotto il sole e nella storia; il sole mi insegnò che la storia non è tutto». Si potrebbe aggiungere che se la storia diventasse tutto sprofonderemmo nella pazzia. Per Camus era il sole, ma spesso nella cultura occidentale è stato il giardino, reale o immaginario, a costituire un rifugio dalla frenesia e dal tumulto della storia

Il lettore scoprirà in questo libro giardini remoti come il giardino degli dèi di Gilgamesh, le Isole dei Beati dei greci, il giardino dell’Eden di Dante in cima al monte del Purgatorio; oppure giardini ai margini della città terrena, come l’Accademia di Platone, il giardino di Epicuro e le ville del Decameron di Boccaccio; o ancora giardini che sbocciano nel bel mezzo della città come il Jardin du Luxembourg a Parigi, Villa Borghese a Roma e i giardini dei senzatetto di New York. 

Ma tutti questi giardini, in un modo o nell’altro, per come sono stati concepiti e per il fatto di essere ambienti creati dalla mano dell’uomo, sono una sorta di rifugio, se non addirittura di paradiso

Eppure, per quanto riparati, i giardini umani hanno sempre un posto nella storia, se non altro come forze che si contrappongono alle spinte deleterie della storia stessa. Nella celebre frase con cui si conclude il Candide di Voltaire, «Il faut cultiver notre jardin» (‘Dobbiamo coltivare il nostro giardino’), il giardino in questione deve essere interpretato sullo sfondo delle guerre, della pestilenza e delle catastrofi naturali raccontate nel romanzo. 

Questo porre l’accento sulla coltivazione è fondamentale: è proprio perché siamo gettati nella storia che dobbiamo coltivare il nostro giardino. In un Eden immortale non c’è bisogno di coltivare, poiché tutto è già dato spontaneamente. I giardini umani possono apparirci come piccole aperture sul paradiso nel cuore di un mondo caduto, ma il nostro dover creare, mantenere e prenderci cura dei giardini tradisce la loro origine postlapsaria. 

La storia senza i giardini è un deserto. 

Un giardino staccato dalla storia è superfluo. I giardini che abbelliscono questo nostro Eden mortale sono la prova inconfutabile della ragion d’essere dell’umanità sulla Terra. Quando la storia scatena le sue forze distruttrici e annichilenti, per non cedere alla pazzia e preservare la nostra umanità dobbiamo agire contro e nonostante quelle forze. Dobbiamo ricercare le forze curative e redentrici, lasciandole crescere dentro di noi. Ecco cosa significa prendersi cura del nostro giardino. L’aggettivo possessivo usato da Voltaire – “notre” – si riferisce al mondo che condividiamo. È il mondo della pluralità che pian piano prende forma grazie al potere dell’agire umano. “Notre jardin” non è mai un giardino di interessi esclusivamente individuali in cui rintanarsi per sfuggire al reale: è quel pezzo di terreno sulla Terra, dentro se stessi o all’interno della collettività, in cui vengono coltivate le virtù culturali, etiche e civili che salvano la realtà dai suoi istinti peggiori.

Quelle virtù sono sempre nostre. Aggirandosi per questo libro il lettore attraverserà diversi tipi di giardino – reali, mitici, storici, letterari –, tutti però facenti parte, chi più chi meno, della storia di questo “notre jardin”. Se la storia è in ultima analisi il conflitto terrificante, costante e infinito tra forze di distruzione e forze di coltivazione, allora il mio libro si schiera dalla parte di queste ultime. E cerca in tal modo di partecipare alla vocazione del giardiniere alla cura.


30/07/17

L'introduzione da "Le rovine e l'ombra", in vendita in libreria.





Introduzione tratta da Le rovine e l'ombra, in tutte le librerie in questi giorni (edizioni Castelvecchi)


Ho letto un giorno tra centinaia di notizie trascurabili, che durante la ferocissima Guerra Civile in Siria è accaduto anche un piccolo miracolo: gli abitanti di Dārayyā, quartiere alla periferia di Damasco, ridotto in poltiglia dopo cinque anni di bombardamenti e l’assedio del regime, hanno salvato 15 mila libri dagli appartamenti e dalle scuole distrutte trasportandoli al sicuro in un grande scantinato sottoterra, trasformato in biblioteca. 

A questo sotterraneo è stato dato anche un nome – Fajr, ovvero ‘alba’ – e gli uomini che lo gestiscono – il loro capo si chiama Ahmad – lo tengono aperto, bombardamenti permettendo, dalle 11 del mattino alle 5 del pomeriggio. 

Così, ogni giorno, venti, venticinque persone si fermano a leggere al riparo dei barili-bomba, prendono un libro in prestito e lo portano al fronte, la prima linea dietro casa, la casa che non c’è più e che ora è soltanto un ammasso di rovine. Fuori dal romanticismo che una notizia del genere può inspirare, mi ha incuriosito l’istinto primitivo che sembra aver mosso questi uomini, pressati da ben altre urgenze. Se hanno sentito il bisogno di preservare qualcosa così gelosamente e di farne una sorta di simbolo di sopravvivenza o di rinascita significa che anche sotto (o dentro) le rovine è possibile trovare vita. 

Che anzi le rovine sono quel luogo dove la vita torna a scorrere. Le rovine infatti sono luoghi deputati a nascondere, a preservare ciò che non è stato completamente distrutto e può tornare a nascere. Le rovine – proprio per la loro attitudine al nascondimento – sono anche i luoghi dell’ombra. È facile, come hanno fatto i ribelli siriani, nascondere il loro sotterraneo-biblioteca sotto cumuli di rovine dove presumibilmente oggi nessuno ha più voglia di spingersi. 

Nel sottosuolo, nell’ombra, come anticamente accadeva nelle arcaiche catacombe romane, la vita – e lo spirito che essa alimenta – ha potuto preservarsi, conservarsi, rinnovarsi. Anche l’ombra, infatti, è propizia alla vita. Come accade in natura, nelle estensioni dei sottoboschi, nel folto delle foreste, nel fondo degli oceani. Mi sembra che rovine e ombra siano due connotati sempre più precisi della contemporaneità. Del futuro non so dire. Molto dipenderà, naturalmente, da come si sapranno affrontare e gestire ombra e rovine. La cosa certa è che nessuno più può fare finta di nulla e fingere che il mondo sia un luogo pulito, sicuro, senza rovine e senza ombra. Ombra e rovine sono, anzi, territori sempre più estesi, e qualsiasi rinascita, personale o collettiva, dipenderà per forza – come per i dannati di Dārayyā  dalla capacità che si avrà di attraversare le rovine, di attraversare l’ombra.


29/07/17

"Breve storia della pioggia." - un tempistico libretto di Alain Corbin.


In giorni come questi, funestati da una siccità preoccupante e dal caldo sahariano, è curioso imbattersi in questo libricino pubblicato dalla bolognese EDB.

Si tratta di un brevissimo saggio - meno di 50 pagine - pubblicato da Alain Corbin, sociologo della Sorbonne e studioso di storia sociale e storia delle rappresentazioni, con il titolo Sous la pluie, in La pluie, le soleil e le vent. Une histoire de la sensibilité au temps qu'il fait uscito in Francia nel 2013. 

Questo testo è dunque da intendersi come la parte - una parte - di un saggio più complesso sulla storia della sensibilità al clima, cioè al tempo che fa, nella storia umana. 

Estratto quindi dal suo contesto originario - si immagina per fini commerciali vista l'attualità dell'argomento - il saggio di Corbin risulta tronco e senza approfondimenti.  Si tratta di un breve e superficiale excursus su come sia cambiata la sensibilità al clima - e in particolare alle precipitazioni, alla pioggia - nel corso della recente storia umana. In particolare - secondo Corbin - è proprio dalla fine XVIII secolo che si intensifica quella sensibilità ai fenomeni meteorologici e quindi anche alla pioggia. 

E se Stendhal detestava completamente la pioggia, per Thoreau e per Witman la pioggia è invece qualcosa da magnificare, anzi, il vero Poema della Terra. Quel che rende tutte le cose lucenti, come all'interno di una distesa infinita e pacifica. 

Corbin poi non si sofferma solo sulle reazioni individuali, ma anche sulle implicazioni politiche della pioggia. Citando l'esempio di Luigi Filippo che il 12 giugno del 1831, passando in rassegna le truppe, rifiuta il mantello passatogli dai servitori per accettare platealmente che la pioggia cada su di lui come sui suoi soldati, inaugurando così - grazie alla pioggia - quel senso di comunità - ai fini di propaganda - che si è protratto fino ai giorni nostri con il presidente Hollande. 

Un breve capitolo è dedicato anche alla pioggia in tempo di guerra, vero flagello per le truppe nei diversi fronti, e infine uno - fin troppo sintetico - è occupato da una riflessione sulle invocazioni religiose, sulla relazione tra pioggia ed eventi atmosferici e credo religiosi, che Corbin analizza soltanto con esempi del recente cattolicesimo della seconda metà dell'Ottocento e della prima del Novecento. 

Corredano il libro tre illustrazioni con il celebre Rue de Paris, temps de pluie di Gustave Caillebotte del 1877, un curioso Van Gogh, copia di un originale di Utagawa Hiroshige, e infine un grande quadro di Charles Thévenin che raffigura proprio lo storico episodio di Luigi Filippo. 




27/07/17

La verità sul Lago di Bracciano - Il rapporto del Cnr: -163 cm. rispetto allo zero idrometrico.






Da tempi remotissimi, Roma ha pescato le sue risorse idriche anche dalla zona del Lago di Bracciano. L'acquedotto dell'Aqua Alsietina, chiamato anche aqua Augusta,  che fu il settimo acquedotto di Roma, venne costruito nel 2 a.C. da Augusto per il servizio della naumachia, il lago artificiale per gli spettacoli di combattimenti navali, che l'imperatore aveva appena fatto realizzare nella zona di Trastevere e quando non veniva utilizzata per la naumachia era impiegata a scopi agricoli e per l'irrigazione dei “giardini di Cesare”, il parco che lo stesso Cesare volle fosse reso pubblico dopo la sua morte. Raccoglieva l'acqua dal lago di Martignano, il "lacus Alsietinus", appunto, un piccolo bacino nei pressi del lago di Bracciano. Fanno quindi piuttosto impressione le condizioni attuali, in questa grande siccità, del Lago "dei romani", che si evidenziano dal dettagliato rapporto del CNR. 


Negli ultimi giorni il livello del Lago di Bracciano si e' abbassato di 10 cm, arrivando a -163 cm rispetto allo zero idrometrico, valore che "espone a significativi rischi il sistema lacustre che necessita' di un'attenta valutazione dello stato di salute, migliorando ulteriormente le conoscenze relative alle debolezze ambientali del lago". 

I dati arrivano dall'Istituto di Ricerca Sulle Acque (IRSA) del Cnr che da 15 anni svolge attivita' di monitoraggio volontaria sul Lago di Bracciano acquisendo dati quantitativi e qualitativi sulle acque che possono essere utili per valutare i limiti dell'impiego sostenibile. 

Le evoluzioni registrate nell'ultimo anno, - spiega l'Irsa-Cnr - che trovano puntale riscontro nelle campagne di misure, non lasciano dubbi circa il significativo avanzamento della linea di riva che ha fatto emergere rocce e sabbia. 

La situazione odierna vede un abbassamento del livello del lago pari a -163 cm rispetto allo zero idrometrico. Negli ultimi giorni il livello si e' abbassato di circa 10 cm

La ricostruzione del modello digitale della cuvetta lacustre ha consentito di simulare e valutare gli effetti prodotti dalle oscillazioni del livello del lago. É stata valutata un'escursione massima sostenibile dal sistema di -150cm (pari al 13,4% della superficie di fondale adibita ai processi di depurazione). Questo valore doveva rappresentare il limite minimo di equilibrio che l'ecosistema lacustre di Bracciano potesse sostenere. 

Ad oggi - sottolinea l'Istituto - l'abbassamento di -163 cm espone a significativi rischi il sistema lacustre che necessita' di un'attenta valutazione dello stato di salute, migliorando ulteriormente le conoscenze relative alle debolezze ambientali del lago

Gli scenari che si configurerebbero, se le condizioni meteo climatiche e gli emungimenti dovessero rimanere inalterati portando il livello del lago a -200 cm potrebbero corrispondere ad una perdita di superficie adibita ai processi di autodepurazione pari al 22,5% (in pratica il lago si comporta come un grande ecosistema filtro, con effetto tipico dei lagunaggi e dei sistemi di fitodepurazione a pelo libero, con abbattimento in particolare della sostanza organica e dei nutrienti). 

Gli effetti degli abbassamenti idrici nel lago - fa notare l'Irsa-Cnr - determinano, inoltre, significative ripercussioni anche sulla falda circumlacuale che svolge un'importante funzione di alleggerimento delle criticita' legate al potenziale innesco di processi eutrofici, influendo sulla diluizione dei nutrienti, sulla circolazione e movimentazione idrologica, sulla riduzione termica etc. 

"Il caso Bracciano deve fare scuola a livello nazionale ed internazionale, - conclude la nota - rivalutando l'importante ruolo della pianificazione e della collaborazione interistituzionale che veda il supporto scientifico strutturato di Enti di Ricerca ed Universita', con la consapevolezza che il valore della risorsa acqua con i suoi impieghi antropici ed i numerosi servizi ecosistemi che esprime, deve incoraggiare ad un uso attento e consapevole dell'acqua. In aggiunta, le sfide che i cambiamenti climatici impongono, devono alimentare un sistema diffuso e multiforme di tutela e razionalizzazione dell'acqua in una visione ecologica che la vede parte attiva di ciascuno dei 94 processi ambientali che regolano la vita del nostro Pianeta. L'acqua nelle sue varie forme e nei suoi luoghi, merita rispetto e per questo deve essere vista come valore essenziale, non solo culturale ma civile ed economico, in grado di influenzare la qualita' dell'ambiente, della vita individuale ed il benessere sociale".

26/07/17

Come cambiano i gusti nell'Arte: Bansky, Constable e Vettriano ai primi tre posti in un sondaggio sulle opere d'arte più amate in GB.






Una pittura murale di una bimba che perde un palloncino a forma di cuore del noto e misterioso artista Banksy e' l'opera d'arte preferita dai britannici, secondo un sondaggio pubblicato oggi. 

Il dipinto a stencil "Balloon Girl", comparso sul muro di un negozio dell'est di Londra nel 2002, e' arrivato in cima alla shortlist delle migliori opera d'arte britanniche in un sondaggio su duemila persone. 

L'opera e' stata rimossa nel 2014 e venduta per 500mila sterline, circa 560mila euro


Il paesaggio agreste di John Constable del 1821 "Il carro da fieno" e' arrivato secondo, terzo si e' classificato il dipinto del 1992 di Jack Vettriano "Il maggiordomo cantante". 



"La valorosa Te'me'raire", dipinto ad olio del 1839 di William Turner che raffigura una nave rimorchiata sul Tamigi, e' quarto nel sondaggio promosso da Samsung TV. "L'angelo del Nord" scultura del 1998 di Antony Gormley che incombe su un'arteria stradale nei pressi di Newcastle, e' quinto. 

Nella Top 20 tre copertine di album: quelle di Peter Blake per il disco dei Beatles "Sgt Pepper", la cover di Hipgnosis e George Hardie per "Dark Side of the Moon" dei Pink Flyd e il lavoro di Jamie Reid per "Never Mind the Bollocks" dei Sex Pistols.

fonte: askanews - Afp

25/07/17

Raffaello esoterico. La tomba provvisoriamente scomparsa e poi ritrovata al Pantheon.



L’ordine iniziatico dei Fedeli d’Amore anche se ufficialmente scomparso, è secondo alcuni ancora vivo, in Occidente anche ai nostri giorni. Quel che è certo è che esso ha origini antichissime. Uno dei suoi presunti padri è il notaio e poeta Francesco da Barberino, nato nel 1264 nella omonima località in Val d’Elsa, autore di un’opera capitale della primissima letteratura italiana, I documenti d’amore, composti tra il 1309 e il 1313.

L’Ordine si ispirava ad una disciplina dell’Arcano e composto da sette diversi gradi iniziatici: le donne cantate dagli adepti di questo ordine segreto traevano origine da un unico modello di donna simbolica, una donna trascendente, una Madonna intelligente nella quale si ritrovavano anche diversi elementi della simbologia orientale.

Questo Ordine così come altri simili, intendeva il Cristianesimo come una via iniziatica (accessibile a pochi), in grado di compiere trasmutazioni personali evolutive delle basi di conoscenze individuali.

Dell’Ordine si riteneva – e si ritiene anche oggi, non senza polemiche – facessero parte molti dei più grandi intellettuali dell’epoca, come Cecco d’Ascoli, poeta e scienziato, condannato al rogo, Guido Cavalcanti, Raffaello Sanzio e perfino Dante Alighieri, oltre a Boccaccio e Petrarca.

Raffaello è stato secondo alcuni, colui che meglio di altri, incarnò con la sua arte l’ideale supremo di bellezza e armonia (estetica ed interiore) che nel Rinascimento trovò sua piena compiutezza e che i Fedeli d’Amore inseguivano come scopo realizzativo.

Una lunga tradizione legava la radice esoterica di questo Ordine all’esoterismo esseno di matrice gnostica, che a sua volta si riteneva proveniente dalla più solida tradizione egizia.

Del fatto che Raffaello fosse un iniziato, ci si ricordò nella prima metà dell’Ottocento, quando si decise di rintracciare la tomba del grande pittore che la tradizione voleva sepolto nel Pantheon.


In effetti dopo la morte avvenuta nel giorno di Venerdì Santo (circostanza quanto mai profetica), il 6 aprile del 1520, a soli trentasette anni di età, che aveva profondamente rattristato l’intera corte papale (il pontefice era Leone X), Raffaello era stato sepolto, secondo le sue espresse volontà, nel Pantheon, il monumento esoterico romano per eccellenza, ponte di collegamento tra la terra e il cielo, gigantesco astrolabio in pietra, di perfezione sublime, massima espressione dell’armonia umana e divina.

L’umanista Pietro Bembo, amico personale di Raffaello, aveva composto il celebre epitaffio: Ille hic est Raphael timuit quo sospite vinci/ rerum magna parens et moriente mori, anch’esso di sapore esplicitamente esoterico: qui giace quel Raffaello, dal quale, lui vivo, la gran madre di tutte le cose, ovvero la Natura temette di essere vinta e quando morì, temette di morire con lui.

All’inizio dell’Ottocento, autorevoli studiosi misero in dubbio che le cose fossero andate veramente così e che la tomba di Raffaello si trovasse davvero al Pantheon. 

Si avanzò cioè il sospetto che si trattasse di una leggenda originata dagli stessi confratelli del divino urbinate, i quali desideravano legare per sempre il suo nome a quello del Pantheon, e che invece le sue spoglie si trovassero conservate nella poco distante Basilica di Santa Maria Sopra Minerva.

Si decise dunque di effettuare degli scavi per ritrovare il prezioso sarcofago, ma i primi saggi di ricerca, compiuti il 9 di settembre del 1833, sotto il pontificato di Gregorio XVI non diedero risultati, rafforzando l’ipotesi del complotto.


Ma quando le pale furono spostate in un’altra direzione, quasi subito si imbatterono nella cassa d’abete dove, senza alcun dubbio, era stato deposto il corpo di Raffaello.

Si procedette allora al recupero delle ossa e ad una nuova inumazione in un’urna di marmo, la quale fu collocate dietro l’altare della Madonna del Sasso, nello stesso luogo dove i resti erano stati ritrovati per tre secoli.


E ancora oggi il sepolcro di Raffaello costituisce un’altra delle attrattive della visita al Pantheon, con il sarcofago conservato dietro una teca di vetro, con il distico di Bembo iscritto sul bordo superiore,  e due colombe in bronzo che sembrano baciarsi in volo, a suggello della perfezione quasi divina che il pittore seppe rappresentare con la sua opera.



24/07/17

"Rompiamo il silenzio sull'Africa" - Un drammatico appello di padre Alex Zanotelli .





Volentieri pubblico questo drammatico appello di padre Alex Zanotelli, comboniano, sulla situazione in cui versano immensi territori dell'Africa. 

                                                      ROMPIAMO IL SILENZIO SULL’AFRICA




Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo. Per questo come missionario uso la penna per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani. Trovo infatti  la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale. Bisogna rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa. (Sono poche purtroppo le eccezioni in questo campo!)

E’ inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa), ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.
E’ inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.
E’ inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni.
E’ inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa.
E’ inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai.
E’ inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera.
E’ inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.
E’ inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa , soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi.
E’ inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia , Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’ONU.
E’ inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile.
E’ inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!!)
Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi.  Questo crea la paranoia della “invasione”, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi. Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’ Africa Compact , contratti fatti con i governi africani per bloccare i migranti Ma i disperati della storia nessuno li fermerà. Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al Sistema economico-finanziario. L’ONU si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa. Ed ora i nostri politici gridano:”Aiutiamoli a casa loro”, dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’ENI a Finmeccanica.
E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa  come patria dei diritti.
Davanti a tutto questo non possiamo rimanere in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?). Per questo vi prego di rompere questo silenzio- stampa sull’Africa. Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un‘altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi.
Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa.
                                                                                     

                                                                                    Alex Zanotelli

23/07/17

La poesia della Domenica : "Felicità obbligata" di Angelo Lumelli.





FELICITA' OBBLIGATA


I


Chi ha fatto subito qualcosa
ora muove le sue parti
le materie volatili la mente
altri aiuti verso tutto
ma se noi fossimo corpi compiuti
allora è bello scendere da navi
con scarpe comode, a Genova per esempio,
veloci fino all'astratto
infatuato rumore è la luce
astrazioni in cielo una lingua minuta
oh economici e continuativi
anche la borsetta di vernice
anche le madri povere
seduti in questo languore, nel buio, nel tatto,
solo e periodico, dolci passanti,
sempre maggiore è un fatto
adesso ci sono turbolenze
larghi chiarori nell'organico
tu hai progetti nella testa
vigliacchi bambini le loro biglie
vanagloria quel compiuto
storie che bastano appena a se stesse
quando si muta è senza tracce.


Angelo Lumelli, Felicità obbligata(pubblicato in The Favourite Malice, Thomas J. Harrison, Out of London Press, 1983)

22/07/17

Ritorna in libreria: "Roma, Firenze, Venezia", lo straordinario saggio di Georg Simmel.




Meritevole la ristampa finalmente in Italia, da parte di Meltemi, la piccola casa editrice di Sesto San Giovanni, di Roma, Firenze, Venezia, saggio capitale scritto da Georg Simmel tra il 1898 (Roma) e il 1906-1907 (Firenze e Venezia), dopo intensi viaggi in Italia. 

Georg Simmel (1858-1918), filosofo e sociologo tedesco, è considerato uno dei padri fondatori della sociologia e uno dei più noti interpreti della modernità. Nato nel 1858 a Berlino da genitori di origini ebraiche, studia storia e filosofia all’Università Humboldt di Berlino, dove insegna fino al 1914. Costretto in una posizione marginale dall’antisemitismo dell’ambiente accademico tedesco, Simmel è tuttavia al centro della vita intellettuale berlinese. Nel 1909 fonda insieme a Weber e Tönnies la Società tedesca di sociologia. Nel 1914 ottiene una cattedra a Strasburgo. L’inizio della Grande guerra, tuttavia, gli impedisce di insegnare. Durante la guerra scrive le sue ultime opere, riguardanti esclusivamente la filosofia della vita. Muore quasi contemporaneamente alla fine del conflitto, a Strasburgo, nel 1918. 

Si tratta di un piccolo saggio - in tutto non più di 35 pagine (la parte più lunga è riservata a Roma - eppure molto raramente ci si imbatte nella vita di lettore in qualcosa di così straordinariamente denso, e illuminante in ogni singola parola. 

Si potrebbe dire - senza timore di esagerare - che Simmel è davvero il padre della moderna saggistica, attuando nel genere una rivoluzione pari a quella che operarono gli impressionisti nel campo della pittura.

Alle tre città amate, Simmel dedica un'opera dal potente significato estetico, riuscendo a cogliere in modo originalissimo, moderno, l'anima, più che la struttura urbana, architettonico o artistica. In Roma l'analisi ruota attorno alla bellezza unica della città prodotta dalla miracolosa unione di una moltitudine di elementi (apparentemente caotici) sparsi nel tempo e nello spazio, in grado di produrre una armonia perfetta.  Roma assegna a ciascuno il suo posto, scrive Simmel proprio perché a Roma il passato diventa presente o anche viceversa: il presente diventa a tal punto onirico, sovrasoggettivo, quieto, da sembrare il passato. 

In Firenze, Simmel ritrova i temi della fusione tra spirito e natura che ne hanno fatto la città simbolo del Rinascimento, non soltanto storicamente, ma anche nella modernità. Firenze, scrive Simmel, è la felicità degli uomini compiutamente maturi che hanno raggiunto l'essenza della vita o vi hanno rinunciato e che, per tale possesso o tale rinuncia, vogliono cercare unicamente la sua forma. 

Infine in Venezia, forse il saggio più intenso, Simmel si concentra sul tema dell'assenza della verità, in una città dominata dalla realtà esteriore, dall'estetica, che pregiudica l'armonia delle parti, dando luogo alla tragedia della modernità. Venezia, scrive Simmel, conserva tale bellezza come pietrificata, incapace di contribuire alla vitalità e allo sviluppo del vero essere.

Un libro che si legge in un fiato e che resta, come consolazione vera e punto di riferimento. Con una ottima introduzione di Andrea Pinotti. 






21/07/17

Venduta all'asta per 1,8 milioni di dollari la sacca di Neil Armstrong contenente la polvere lunare.


Un anonimo compratore ha sborsato ieri, la bellezza di 1,8 milioni di dollari per entrare in possesso di un reperto veramente eccezionale:  l'oggetto che vedete in foto è infatti la sacca originale della Nasa, usata da Neil Armstrong per raccogliere campioni di roccia lunare, e contiene al suo interno tracce della polvere raccolta direttamente dall'astronauta che per primo ha messo piede sulla Luna. 

In occasione del quarantottesimo anniversario dall’approdo dell’uomo sulla Luna la casa d’aste newyorkese Sotheby’s  ha messo in vendita il preziosissimo reperto, che ha una storia veramente incredibile. 

Qualche anno fa infatti l’agenzia spaziale americana aveva messo all’asta la borsa per sbaglio, perdendola per sempre. 

Il prezioso sacchetto era infatti stato attribuito erroneamente ad un'altra missione e non a quella dell'Apollo 11 del 1969. 

La storia comincia con il ritorno di Armstrong sulla Terra: l’astronauta consegna il sacchetto agli scienziati dello Houston Lab, ma alla NASA nessuno si accorge del campione lunare abbandonato, finché questo non viene incluso in un’asta indetta dal governo insieme ad altri oggetti in qualche modo legati alle missioni spaziali. 

La borsa viene così venduta, due anni fa, a Nancy Lee Carlson, 62 anni, di Chicago, che si aggiudica il sacchetto lunare insieme ad altri lotti, pagando un totale di 995 dollari. 

Nancy, vera appassionata di Spazio e collezionista di rocce rare, capisce che il contenuto della borsa potrebbe essere molto interessante e lo rispedisce alla NASA per farlo analizzare

Una volta accertata la provenienza lunare della sabbia presente nella borsa, l’agenzia spaziale realizza di aver perso per sempre il sacchetto originale di Armstrong e inizialmente rifiuta di restituirlo alla proprietaria. 

La signora Carlson, però, non demorde, e porta l’agenzia in tribunale. La corte le dà ragione, e la NASA è costretta lo scorso febbraio a restituire il sacchetto conteso. 

E la signora Carlson che non ne ha voluto sapere di restituirlo, ha dichiarato alla Reuters che donerà una parte del ricavato dell’asta alla sua università, la Northern Michigan University per istituire una borsa di studio.



09/07/17

Poesia della Domenica: "Vaticinio" di Nanni Cagnone.




Questa notte
duramente senza lingua
sembra degna di un pianto.
Anche il sonno
fa cadere le armi, il sonno
così munito di vittorie
che nell'atrio del mondo
sta sicuro. Potesse
il puntiglio delle palpebre
scoprire il tramestìo
dei dormienti, come un intonaco
di nubi che cade dal cielo.

La sera chiude la torre
i battenti girano tardi,
Mnemòsyne allora senza strada
si unisce ai viventi.
Torre, tempio geloso
come un cerchio, specola
di fissità: ti è stato chiesto
di compiere con riguardo
sulla superficie della terra,
di rubare poco al respiro.
Occorre curvarsi
più profondamente
sull'aratro dello scriba
per sentire il suono
delle parole dove
si circonda di antenati e
mette unghie in qualcosa,
come un primogenito
alla fine della ruota
eredita con sforzo
e insonnia
un palcoscenico echeggiante.

Sgranato molto tempo, lo possiede
la dismisura che chiama
in basso le forze, come un'erma.
Ostacolo del mondo, che ha
i suoi fini e non lascia
uomini agire, da sovrano
- li precede: essi così
rivivono passando in sfere
già misurate.
Nonostante, dovrà il suo auriga
essere molti e correre su tutto
senza avvicinarsi né distinguere
- auriga di volto oscuro
viaggio non vittorioso
interminabile, aria mossa
dei crocicchi che nessuno coltiva.
E Imène, vigilia che deve
solamente perire.

Legamento sottile tiene in volo
ma agitato e dormiente
come sei, privo d'intesa,
dovendo con l'occhio
solo assistere al ventre,
il volteggiante seguito del giorno
incustodisci ed ami.
Vana avversità la tua distanza,
falsa membrana che ti fa
splendere lontano, come un celibe,
tirando i fili della stoffa
a un mutamento inutile.
Nel colmo delle notti
non si scava, e anche lontano
dispiacere dei luoghi
è l'orizzonte.

Egli nel proprio biasimo
disfaceva così
tardi i suoi rotoli,
lungo interpolato desiderio
nella palude grave dei papiri.
Psyche, logos che cambia
secondo gli esseri,
e ha il potere di non mostrarsi,
ed è il dio per il quale si giura.



Nanni Cagnone, tratto da Vaticinio, libro quarto, 1984.

(pubblicato in The Favourite Malice, Thomas J. Harrison, Out of London Press, 1983).

08/07/17

L'incredibile vicenda di Sebastiano Caboto, esploratore veneziano del '500 in un nuovo libro.



A Sebastiano Caboto, l'esploratore veneziano che nel 1526 intraprese per conto del re di Spagna un importante viaggio lungo le coste e alcuni fiumi del continente sudamericano, e' dedicato un libro

Lo ha scritto Gherardo La Francesca, gia' ambasciatore d'Italia in Brasile, "Sebastiano Caboto. Storia di un viaggio nel cuore profondo del continente sudamericano" e' la fedele ricostruzione storica della spedizione geografica diretta dal navigatore italiano attraverso l'Oceano Atlantico, per risalire oltre milleduecento chilometri lungo il corso dei grandi fiumi latinoamericani e penetrare nel cuore profondo e sconosciuto del continente

La storia, ricostruita con l'ausilio di un prezioso repertorio documentale e corredata da 74 riproduzioni di altrettante mappe, documenti, stampe e strumenti nautici del XVI e del XVII secolo, segue le varie tappe del viaggio del navigatore italiano che, partendo dal porto andaluso di San Lucar de Barrameda al comando di quattro navi, dopo una sosta nelle isole Canarie che allora costituivano l'ultimo avamposto del mondo conosciuto, si addentro' nelle acque ancora quasi inesplorate dell'Oceano Atlantico. 

Popolate, secondo leggende ancora assai diffuse, da mostri marini e caratterizzate da acque ribollenti, interminabili calme e improvvise violentissime tempeste. 


"A rileggere il resoconto della spedizione Caboto - ha affermato Pierangelo Campodonico, direttore del Galata Museo del Mare - vengono in mente le pagine di Cuore di tenebra di Joseph Conrad: anche qui, si puo' dire che dentro il cuore dell'uomo bianco si annida un demone insaziabile. La risalita del Parana', come quella del fiume conradiano, e' in realta' una discesa agli inferi, un viaggio nell'alterita'. Stupisce questa capacita' di adattamento dell'uomo che ha respirato l'aria del Rinascimento, di adattarsi e di sentirsi a suo agio in ogni contesto

"La Francesca - sottolinea la professoressa Maria Rosaria nella presentazione del libro - attinge alla sua personale esperienza di esperto navigatore per spiegare le difficolta' e i problemi tecnici legati all'attraversata atlantica e all'esplorazione di Caboto: distanze in miglia, nodi, venti, correnti marine, tipologie e limiti delle imbarcazioni"

L'autore infatti con la sua barca, costruita a Taiwan, chiamata Pulcinella, ha attraversato il Mar della Cina Meridionale, lo stretto di Malacca, l'Oceano Indiano, il Mar Rosso, il Mediterraneo e da ultimo nel 2014 l'Oceano Indiano. Il volume, e' uscito per la prima volta nel 2015 in Paraguay e ora in traduzione italiana. La Francesca e' nato a Roma nel 1946. Laureato in Giurisprudenza, e' stato diplomatico in Grecia, Egitto, Giappone, Argentina, Cipro e Brasile. 

07/07/17

Aprono al pubblico (appena restaurate) le Stanze di Elena, la madre di Costantino, a Santa Croce in Gerusalemme.




Nuove scoperte nell'area archeologica di Santa Croce in Gerusalemme all'interno delle Domus costantiniane

Grazie alla nuova indagine della Soprintendenza Speciale di Roma sono emersi tre ambienti finora sconosciuti della Domus dei ritratti, che chiariscono la struttura e le funzioni di questa residenza dei dignitari della corte di Elena, madre dell'imperatore Costantino.

La zona della Domus dei ritratti e della Domus della fontana e' stata anche interamente restaurata, dando risalto alle murature e ai pavimenti, con i loro preziosi mosaici del IV secolo. La pulitura degli ambienti e le nuove scoperte hanno anche reso piu' leggibile ai visitatori il complesso residenziale con le sue divisioni e funzioni.

Le aperture speciali del comprensorio di Santa Croce in Gerusalemme - ha annunciato la soprintendenza - saranno articolate in due fasi: da domani 8 luglio fino al 16, le visite guidate saranno gratuite e senza prenotazione dalle 19 alle 20. 


Dal 21 luglio all'1 settembre tutti i venerdi' apertura gratuita dalle 20 alle 23 con visite guidate su prenotazione

"Lo scavo archeologico di questo lotto espande lo scavo delle Domus. Sono nient'altro che le residenze dei cortigiani di Elena, madre di Costantino che agli inizi del IV secolo si stanzia a Roma come reggente, mentre il figlio va a Costantinopoli", ha spiegato il soprintendente Francesco Prosperetti. "Abbiamo messo in luce nuovi ambienti che danno nuove notizie su un ingresso della Domus principale, la Domus dei ritratti. Il restauro inoltre ha permesso di stabilire meglio le divisioni tra le varie stanze", gli ha fatto eco l'archeologa Anna De Santis.

06/07/17

Roma Sparita rinasce sul Web grazie alla Università di Stanford che mette online il Fondo Lanciani.



Dal vecchio San Pietro al Palatino senza il Settizonio. 

Roma "sparita" rinasce in migliaia di immagini - disegni, stampe, fotografie, bozzetti di monumenti storici dal Cinquecento al Novecento - postati in rete grazie allo sforzo congiunto di universita' americane e del governo italiano

Il materiale e' quello collezionato dal celebre archeologo romano Rodolfo Lanciani e conservato - visibile finora solo su appuntamento - al quarto piano di Palazzo Venezia. Lanciani voleva documentare l'intera storia di Roma dalle origini ai suoi giorni e lo aveva fatto raccogliendo circa 15 mila tra disegni e stampe alcune a firma di artisti come Giani, Valadier, Piranesi, Rossini e Caracciolo

L'iniziativa digitale riguarda circa quattromila immagini. 

"Roma e' una citta' dai molti strati", ha detto Erik Steiner, co-direttore dello Spatial History Project del CESTA (Center for Statial and Textual Analysis) di Stanford in California: "Per conoscerne la storia devi guardare strato per strato. Questa collezione e' un aiuto"

L'archivio online documenta momenti iconici delle trasformazioni della citta' dei Papi, come quando Palazzo Branconio dell'Aquila di Raffaello fu distrutto a meta' Seicento per far posto al Colonnato del Bernini, ma anche la sua vita quotidiana, ad esempio i mercati che a partire dal Quattrocento arrivarono a Piazza Navona

L'iniziativa e' il frutto di una collaborazione biennale tra CESTA, le biblioteche universitarie di Stanford, l'universita' dell'Oregon, il Dartmouth College e le autorita' italiane

"L'ambizione era quella di portare una delle citta' del mondo piu' documentate nell'era digitale - ha detto Steiner al sito di Stanford - usando le best practices e gli strumenti messi a punto dalle nostre biblioteche". 

Dopo la morte di Lanciani nel 1929 la sua biblioteca fu venduta all'Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell'Arte a Roma su raccomandazione dell'allora direttore Corrado Ricci


"E' un materiale molto importante ed e' stato usato da molti studiosi, ma le possibilita' di accesso sono molto limitate", ha detto l'archeologo italiano Giovanni Svevo che ha collaborato al progetto assieme a James Tice dell'Universita' della University of Oregon e Nicola Camerlenghi di Dartmouth. 

L'iniziativa digitale e' stata sostenuta dal ministero per i Beni Culturali, dalla Kress Foundation e dall'Istituto Nazionale di Archeologia. "La collaborazione con il governo italiano e' stata molto importante", ha detto Camerlenghi. Digitalizzare l'archivio 

Lanciani e' parte di un progetto piu' ampio per ricreare la storia degli spazi urbani di Roma. L'iniziativa, chiamata "Mapping Rome", e' nata nel 2004 dalla collaborazione con Steiner e Tice con Allan Ceen, il direttore dello Studium Urbis, un progetto dedicato alla storia urbanistica di Roma. 

04/07/17

"Direzione inversa" - la delicata e intensa prosa poetica di Letizia Dimartino in un nuovo libro.



Esce per il piccolo ed elegante editore Il seme bianco uno dei libri più interessanti della stagione.

L'ha scritto Letizia Dimartino che è nata a Messina nel 1953 e vive a Ragusa. Poetessa che ha già alle spalle diversi volumi, da Verso un mare oscuro (Ibiskos, Empoli),  a  La voce chiama (Archilibri, Comiso 2010), fino al suo ultimo Stanze con case, uscito nel 2015 per Giuliano Ladolfi Editore, la Di Martino è quella che si può considerare una vera outsider della scena letteraria italiana,  nel senso più nobile che si può dare a questa parola: quello di autore appartato, che non ha mai frequentato i salotti giusti e che vive semplicemente della sua sofferta ispirazione. 

Il libro della Dimartino è prezioso innanzitutto perché frequenta un genere molto raro per l'editoria italiana, quello della prosa poetica, del racconto poetico.  Quel territorio proficuo e ambiguo dove la parola si fa sfuggente, non definisce interamente, non racconta e basta, ma spezza un ordine preesistente, rompe i piani del lettore, costringe ad un continuo ri-pensamento. 

E' così in questo insieme di 12 racconti (numero forse non casuale), che racchiudono in fondo un'unica storia, un unico flusso di voce. 

L'altro genere che questo libro frequenta è il memoir, il racconto auto-biografico che riannoda momenti della propria vita in una sorta di vortice ruminante.  Frammenti che si sovrappongono e si chiamano uno che l'altro, componendo il caleidoscopio di una esistenza.

E' come se anche qui, i ricordi non possano dipanarsi secondo un ordine, secondo una logica, ma soltanto attraverso la personale sensibilità dell'autrice, che questi ricordi vede vorticare sopra il suo letto, sopra la sua stanza, entro la quale ha scelto di recludersi per tentare di essere - come sosteneva Pascal - in pace con se stessi.

E però nessuna pace è in fondo veramente possibile, finché si è vivi.  I ricordi aiutano, fanno pensare, fanno bene e fanno male, ma non salvano. Perché ciò che è perduto, non torna mai definitivamente.

Lo avverte, il libro, già dall'epigrafe, riportando una dura sentenza dai Tristia di Ovidio:
Se mai qualcuno ci sarà che chieda della mia vita, gli dirai che vivo, ma non gli dirai che sono salvo.

La Dimartino è in queste pagine, senza difesa. Racconta e si racconta in ogni stagione della vita, a volte sovrapponendo i tempi e i luoghi.  Ma con la consapevolezza di un carattere-destino che si annuncia già precoce. Scrive nel primo racconto - Caro Diario :

Camminavo già poco, ero giovane ero triste avevo una figlia piccola con i riccioli chiari l’amore stavo perdendolo, guardavo e tutto mi scappava. Avevo solo la sofferenza nuova che pervadeva un corpo bloccato, i pensieri non liberi, i giorni sciupati. Ero a Ginevra, anni ’80, splendidi. I colori della notte che non arrivava mai nel suo cielo cristallino. Non sapevo cosa volesse dire essere adamantina. Non sapevo nulla. La poesia mai immaginata. Né lo scrivere tutto. I medici vedevano le mie lacrime. Mi meravigliavo di averle. Tutto cominciava. Non sapevo il mio ancora. Ginevra celeste.

E' un diario che a volte assume il carattere di agenda.  L'agenda della vita esteriore che scandisce il passaggio di tempi interiori infinitamente dilatati, o angosciosamente ristretti. Come scrive in Ore:

Alle 10:20 penso al mio amico poeta che scrive: «Il mondo comincia ogni quaranta minuti esatti». Ne rido divertita. Anche a me succede, a me che sto ferma e non attraverso strade e città. Che non prendo treni e aerei, che non vedo più stazioni e non posseggo valigie. A me cui tutto non gira. Ogni quaranta minuti tutto cambia. Sarà perché lo voglio sarà perché forse è vero sarà perché la poesia non toglie il sospiro e dona parole sconosciute e giorni e ore.

Ritornano, fra queste pagine, amori perduti, amori viscerali, incontri casuali, figli, mariti, e soprattutto case.  Poi storie:

E Santino si inventa un amore immediato. Quando la giovane donna lo condurrà al mare lui le terrà la mano. Non guida, ha paura. Ma la mano di lei è maschia e porta conforto. Non parlano. Santino non parla quasi più. Ha un regalo per lei. Ne avrà tanti. Lei accetta. Ha la città nel cuore, ha un figlio da crescere. Ha una casa vuota e Santino potrebbe salvarla. Chissà.

Figure che non si dimenticano, come quella descritta in Marta:

Non ha amiche, ama solo una persona. Che non ha occhi belli, che non ha una vita semplice, che cambia umore spesso. Marta ha nausea, ha pure paura. Lui si abbassa e la guarda. Stringe le sue dita.altri amori io? Avrò una vita? Ancora e ancora?».

L'impressione di uno scialo, di quello scialo che è la vita, trova contrasto nella forma inafferabile del ricordo personale, che è nervo, muscolo, cuore, arteria, sangue, pelle, segno, ruga.   E' solo questo presente che testimonia l'importanza del vissuto e quindi anche i ricordi. Quel che non è stato non tornerà. Così come quel che è stato.  Ma è proprio questo vortice di possibilità, di incontri, di straniamento, di avventura esteriore e interiore, il senso di questa leggera e dolorosa cosa che chiamiamo vita. Che non si finisce mai di ri-scrivere. Come dice l'autrice nelle ultime parole del suo bellissimo libro:

Tanti anni fa scrissi un romanzo. Ogni pomeriggio delle pagine. Erano complete e belle. Sì belle e ben scritte. In quel tempo stavo leggendo Kundera. Era estate. Lasciavo il suo libro e iniziavo il mio. Solo che era tutto nella mente, mai una parola sul foglio. E così l’ho perso, l’ombra del pomeriggio me la ricordo ancora, il letto dalle lenzuola fresche e la trama e tutto ciò che era diverso e inusuale. E l’ho perso, per sempre. Peccato. Non ricordo più neanche di cosa parlasse, forse di me in quadri singoli, c’era la mia prima casa, chi mi aveva amato. Forse sto rifacendolo il romanzo.


Fabrizio Falconi